Demopædia

Dizionario demografico multilingue

seconda edizione armonizzata, volume italiano
http://it-ii.demopaedia.org
Questo documento è stato generato il 22 ottobre 2018.
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Sommario

Introduzione

Storia

La prima edizione

Nel 1953, la Commissione della Popolazione delle Nazioni Unite ha richiesto di preparare un Dizionario Demografico Multilingue; l’Unione Internazionale per lo Studio Scientifico della Popolazione (IUSSP) si è offerta di collaborare a questo lavoro. Nel 1955, fu creata una Commissione ad hoc diretta dal francese P. Vincent per preparare le versioni in inglese, francese e spagnolo del Dizionario. I membri della Commissione erano: C.E. Dieulefait (Argentina), H.F. Dorn (Stati Uniti), E. Grebenik (Regno Unito), P. Luzzato-Fegiz (Italia), M. Pascua (Svizzera) e J. Ros Jimeno (Spagna). Le versioni francese ed inglese del Dizionario sono state pubblicate nel 1958 e la versione spagnola nel 1959. Da allora al 1971 furono pubblicate altre dieci versioni in altrettante lingue.

La seconda edizione

A seguito del rapido evolversi degli studi demografici e di popolazione nel corso degli anni sessanta, nel 1969 il comitato sulla Popolazione richiese l’aggiornamento del Dizionario Demografico Multilingue, attività che fu portata avanti ancora una volta in collaborazione con lo IUSSP. Fu istituito un nuovo Comitato per la Terminologia Demografica Internazionale sotto la presidenza del francese di P. Paillat. I lavori iniziarono nel 1972 con il sostegno economico dell’Ufficio Statunitense per il censimento (U.S. Bureau of the Census). Altri membri del Comitato furono: A. Boyarski (USSR), E. Grebenik (Regno Unito), K. Mayer (Svizzera), J. Nadal (Spagna) and S. Kono (Giappone). Il Comitato sottopose una bozza rivista e corretta del Dizionario all’attenzione di un centinaio di centri di studi demografici i quali restituirono dei commenti. Nel 1976, il prof. Louis Henry fu incaricato dallo IUSSP di curare la seconda edizione del Dizionario in francese. Lo IUSSP chiese poi al Prof. Etienne van de Walle di adattare e tradurre in inglese questa seconda edizione. La seconda edizione in lingua inglese venne pubblicata nel 1982 e successivamente vennero pubblicate le versioni aggiornate in tutte le lingue ufficiali delle Nazioni Unite.

Dalla seconda edizione a Demopaedia

La serie di Dizionari Demografici Multilingue è uno dei prodotti più duraturi nella storia della demografia ed ha dato ottimi risultati grazie al lavoro e alla dedizione di studiosi che hanno tradotto nella propria lingua le originarie versioni francesi e inglesi. Grazie a questo impegno la comunità internazionale può oggi beneficiare della seconda versione del Dizionario Demografico in quattordici lingue soprattutto grazie all’iniziativa di Nicolas Brouard il quale ha provveduto alla stesura del dizionario nelle lingue ancora assenti e le ha rese disponibili su internet nel Dizionario Demografico Multilingue attraverso una presentazione basata su un sistema-wiki. Il lavoro è stato sostenuto dalla Divisione sulla Popolazione delle Nazioni Unite, dallo IUSSP e dal Comitato Nazionale francese dello IUSSP in modo da facilitare la consultazione di questi validi testi di riferimento.

Perché online?

Poiché i dizionari demografici redatti in varie lingue erano stati concepiti quali strumenti fruibili nei vari paesi, si considerò d’obbligo renderli accessibili via internet. Oggi, grazie al progetto di Nicolas Brouard, la terminologia demografica standard insieme al suo significato è alla portata di un click per studenti, insegnanti, professori, ricercatori, ufficiali di governo, giornalisti, organizzazioni non governative e il pubblico in senso ampio, per tutti disponibile nella propria lingua.

Funzionalità

I visitatori di Demopaedia possono consultare i moduli in diverse lingue, leggerli o scaricarli e stamparli. Tutti i proprietari dei diritti di copyright l’hanno, infatti, permesso. Gli utenti possono ricercare un termine demografico, navigare tra termini ed espressioni collegate tra loro o passare a un’altra lingua o edizione. Poiché ogni Dizionario è strutturato in capitoli tematici, i termini sono collocati in un preciso contesto. In questo modo non solo si fornisce una definizione per ogni termine ma anche una comprensione della materia per la quale tale termine risulta importante. Ogni modulo di lingua ha un indice interno che facilita la navigazione e i riferimenti incrociati. Inoltre il sistema wiki fornisce strumenti importanti per nuovi sviluppi. Si prevede che il prossimo stadio del progetto permetterà agli studiosi specializzati di inserire aggiunte, revisioni o correzioni alla seconda edizione.

I prossimi passi

La cultura demografica ha compiuto enormi passi da quando le ultime edizioni del Dizionario sono state pubblicate. Vi è una chiara consapevolezza che la struttura e i testi necessitano un aggiornamento. Provvedere a una revisione con un sistema tradizionale di tavole rotonde e gruppi di lavoro sarebbe difficilmente realizzabile. Sviluppare un’aggiornata edizione del Dizionario Multilingue di Demografia on line dovrebbe risultare efficiente e dovrebbe rendere concreta la possibilità di un’estesa collaborazione di professionisti. Demopædia si offre a questo intento. Demopædia ha anche le potenzialità per divenire una piattaforma per condividere e costruire una conoscenza più ampia in demografia e studi di popolazione. La nostra è una visione di un’enciclopedia sulla popolazione di ampio respiro, in continua evoluzione, che serva alla comunità mondiale e che possa beneficiare dell’influenza di testi e idee.

Accedere all’ Enciclopedia Pubblica sulla Popolazione

Ogni termine o espressione demografica del Dizionario Demografico Multilingue, che dovrà essere tradotto in tutte le altre lingue, avrà la propria pagina dedicata nell’Enciclopedia Pubblica di Demografia.

La definizione originale inserita in una delle due edizioni del dizionario demografico multilingue è (o era se il paragrafo è stato sostituito nella seconda edizione) un primo passo per un’enciclopedia multimediale sulle popolazioni. Il Dizionario Demografico Multilingue offre il vantaggio di raccogliere un ampio consenso (la Commissione delle Nazioni Unite sulla terminologia dei primi anni ’50) e di essere stata tradotta in varie lingue (circa quindici). Dall’altro lato, presenta lo svantaggio di essere datata (la seconda edizione in francese risale al 1981) tanto che alcune sezioni o addirittura capitoli devono essere scritti ex novo o riscritti.

Inoltre, l’Enciclopedia ha sempre utilizzato grafici o figure prima assenti nel Dizionario Demografico Multilingue Cartaceo e la moderna Enciclopedia oggi multimediale, offrire immagini animate o file audio.

Utilizzando il software gratuito della fondazione Wikimedia (MediaWiki), Demopædia avrà le stesse possibilità, regole e restrizioni di Wikipedia.

La sintassi dei vari URLs è simile a uno qualunque dei siti Wikipedia, e.g. sopprimendo qualsiasi riferimento all’edizione e mantenendo le due lettere del linguaggio abbreviato: http://en.demopaedia.org/wiki/Age-specific fertility rates . Anche la sintassi wiki di Demopædia è identica alla sintassi di wikipedia.

Una fase intermedia: l’armonizzazione delle seconde edizioni

A seguito dell’esperienza di Marrakech, molto lavoro è stato fatto per migliorare la qualità dei testi esaminati. Specifici programmi informatici con l’ausilio di decodificatori hanno svolto dei controlli incrociati tra la prima e la seconda edizione in 12/13 lingue in modo da individuare i termini mancanti in una lingua o in un’altra.

La prima analisi di questo lavoro rivela che la seconda edizione non è rigorosa quanto la prima. La prima edizione, infatti, era frutto del lavoro della commissione sulla terminologia alla metà degli anni ’50 ma la seconda edizione è stata inizialmente revisionata in Francia nel 1981e tradotta e adattata all’inglese nel 1982, in spagnolo nel 1985 in Germania nel 1987 e così via sino alla traduzione nel 2005 in ceco.

Alcuni termini espressioni o addirittura interi paragrafi non sono stati tradotti in inglese ma in spagnolo, arabo, tedesco ecc, e alcune frasi e paragrafi sono stati aggiunti nella seconda edizione inglese ma mai tradotti nella versione francese già pubblicata. Anche la seconda edizione spagnola vede aggiunti nuovi termini che non sono stati tradotti in nessun’altra lingua se non in arabo.

La seconda edizione tedesca (1987) definisce altri termini più recenti che non sono stati tradotti in nessun’altra lingua.

L’attuale proposta (Febbraio 2010) rivolta al Demopædia team è quella di discutere la possibilità di una di una versione armonizzata o unificata della seconda edizione prima di dare avvio all’enciclopedia aperta.

Le edizioni pubblicate dopo il 1987, non hanno visto l’aggiunta di nuovi termini e perciò l’ultima edizione è quella tedesca del 1987. Per questo motivo un’armonizzazione tra le tre lingue di IUSSP potrebbe rappresentare un passo importante.

In molte delle specifiche edizioni nelle diverse lingue, la numerazione delle voci differiva (anche tra le versioni inglesi e francesi) spesso a causa di errori, ma a volte perché un termine non era stato tradotto. Il vantaggio del lavoro tecnico è di evidenziare le voci mancanti così da decidere se l’assenza di un termine è dovuta al mancato utilizzo delle stesso in quella specifica lingua o se è stato omesso. Il vantaggio di un progetto a così breve termine, è che tutte le versioni utili ma fuori stampa (inglese, francese, spagnolo, tedesco, arabo, giapponese ecc) così come le quattro versioni tradotte di recente (russo, cinese, italiano) saranno disponibili in formato cartaceo nella seconda edizione armonizzata che potrà essere ordinato sul sito di Demopædia. Alcuni campioni erano in vetrina alla conferenza di Marrakech. Inoltre questa edizione armonizzata è da considerare un buon esercizio per un’eventuale terza edizione.

Quando aprirà al pubblico Demopædia?

Il sito di Demopædia è stato inaugurato per la Conferenza Internazionale sulla Popolazione di Marrakech nell’ottobre del 2009, durante la quale è stata proposta ai partecipanti un primo tirocinio organizzato con la Divisione sulla Popolazione delle Nazioni Unite e il Comitato Francese dell’IUSSP.

L’enciclopedia verrà aperta solo ai membri del IUSSP association, in seguito al processo di armonizzazione.

Una volta installati i vari strumenti contro gli spammer e gli atti di vandalismo, il sito sarà, si spera, aperto a tutti gli specialisti in studi sulla popolazione.

Prefazione

Prefazione alla prima edizione

Il volume italiano del Dizionario demografico multilingue è stato elaborato sulla base dei volumi francese, inglese e spagnolo della stessa òpera, preparati sotto gli auspici dell’Unione internazionale per lo studio scientifico della popolazione e pubblicati dalle Nazioni Unite.

All’origine della pubblicazione del presente volume sta una decisione presa dal Bureau dell’Unione a Rio de Janeiro il 28 giugno del 1955 (vedi «Le Démographe», n. 2, pag. 12, punto 6).

In detta riunione, i membri del Bureau si dichiararono d’accordo perché la pubblicazione delle edizioni italiana e tedesca avvenisse sotto la responsabilità dell’Unione, e cioè sotto il suo controllo ed i suoi auspici, e per questo decisero di allargare la Commissione del dizionario chiamando a farne parte due membri tedeschi ed un secondo italiano. Questi nuovi membri furono: Josef A. Götz (Germania), Wilhelm Winkler (Austria) e Bernardo Colombo (professore straordinario di Statistica nella Facoltà di Economia e Commercio dell’Istituto Universitario di Venezia) (vedi « Le Démographe », n. 3, pag. 1, punto 3).

La Commissione ha partecipato in varie forme a tutti gli stadi della stesura del presente volume: in primo luogo per il fatto stesso che il redattore venne scelto nel suo seno; poi attraverso i consigli a questo forniti nello svolgimento del suo lavoro e le osservazioni che vennero fatte su una preventiva edizione provvisoria. L’approvazione finale da parte della Commissione assicura al volume italiano, nei riguardi dell’Unione, lo stesso status dei testi di base. D’altro canto, la pubblicazione del volume, non partecipando l’Unione in alcuna maniera al finanziamento dei progetti in aggiunta ai tre iniziali, si è mantenuta sul piano privato.

Nella prima fase del lavoro, consistente nella preparazione di una edizione provvisoria, il redattore ha soprattutto usufruito della collaborazione del presidente e dell’altro membro italiano della Commissione, e di quella di un certo numero di specialisti italiani, non solo di demografìa, da lui interpellati intorno a questioni generali ed a numerosi punti particolari. Una edizione provvisoria, pronta entro il marzo 1958, fu inviata ai membri della Commissione ed a quelli del Bureau dell’Unione, ed inoltre venne largamente diffusa fra i cultori italiani della materia colla richiesta di un esame e di ogni osservazione ritenuta opportuna. Questa edizione incontrò, in linea di massima, il favore della Commissione, dalla quale venne giudicata sufficientemente a punto perché se ne potesse raccomandare la pubblicazione sotto gli auspici dell’Unione al Segretario Generale della medesima. La Commissione si rimetteva al redattore per l’uso da farsi — in una revisione di dettagli in vista dell’edizione definitiva — di ogni osservazione che egli potesse ricevere, in particolare da parte di membri della Commissione stessa.

Non è il caso qui di citare la lunga serie di studiosi italiani e stranieri i quali, con molta premura ed attenzione, hanno presentato appunti, talora assai estesi, sull’anzidetta stesura preliminare. Va ricordata, invece, una riunione tenutasi a fine settembre a Roma, organizzata dall’Istituto di Demografia di quella Facoltà di Scienze statistiche, demografiche ed attuariali, ed alla quale parteciparono una trentina di studiosi italiani e di funzionari dell’Istituto Centrale di Statistica. Questa riunione venne dedicata, sia ad una valutazione dei criteri generali, ai quali il redattore si era attenuto nel preparare l’edizione provvisoria, sia all’esame particolareggiato di concetti ed elementi terminologici vari, sparsi per il volume, atti a suscitare qualche perplessità.

Si procedette quindi alla preparazione di una seconda stesura del lavoro, sulla base della quale vennero continuati i contatti fra redattore, membri della Commissione e numerosi specialisti, la cui opinione veniva richiesta su punti particolari non ancora del tutto chiariti. Gli elementi così raccolti vennero utilizzati in una nuova revisione del lavoro fatto ed in una terza stesura, rimasta quella definitiva.

Nell’elaborazione del volume italiano, l’esistenza dei testi di base e le caratteristiche dell’opera, quali sono descritte nella prefazione sopra riportata, ponevano vincoli ben precisi per quanto riguardava la disposizione della materia, l’equilibrio fra le varie parti, la natura e l’estensione degli argomenti trattati nel testo propriamente detto, ed il conseguente elenco di concetti, prima che di elementi terminologici, da riportare necessariamente nel lavoro. Rispettati questi limiti, la concreta stesura dei paragrafi era per il resto libera, e di tale libertà è stato fatto uso nel redigere il volume ogni volta che ciò appariva opportuno per mettere in luce un particolare modo e stile della letteratura scientifica italiana nell’affrontare specifici argomenti, mentre negli altri casi veniva anche nel esposizione mantenuto — rispetto ai testi di base — un parallelismo atto a sottolineare la sostanziale coincidenza di significato delle espressioni tecniche inserite nel contesto.

Seguendo analoghi criteri di elasticità e di sobrietà insieme, sono state redatte le note. Da un lato, v’era l’interesse di usare di queste per integrazioni alla materia che la letteratura demografica italiana, come genere di problemi trattati o per preferenze nelle vie d’indagine, suggeriva di apportare. D’altro lato, l’economia dell’opera — un dizionario, non un manuale, né un trattato — limitava i vantaggi di aggiunte specifiche al solo volume italiano, giustificabili di per sé solo in quanto contenessero espressioni tècniche originali che valesse la pena di mettere in rilievo e di illustrare sinteticamente nel loro significato. Queste, infatti, erano destinate ad apparire isolate nel volume italiano ed a non trovar corrispondenza in espressioni parallele nei rimanenti, o almeno nei tre testi di base, già definitivi.

Non sarà motivo di meraviglia la circostanza che il volume italiano abbia assunto una dimensione maggiore dei testi di base, sol che si pensi al fatto che, prima di corredarlo di aggiunte o chiarimenti giudicati utili per riferire in maniera più efficace e completa l’uso italiano, conveniva riprodurvi, ogni volta che ne fosse il caso, le note altrui, e soprattutto era indispensabile presentarvi integralmente la materia e la terminologia incorporate nel testo dei volumi di base, anche quando tali temi di studio ed elementi terminologici non fossero — a dir poco — di uso corrente nella letteratura scientifica e nelle fonti statistiche italiane.

Per quanto concerne la responsabilità personale del redattore, pur nella collaborazione collettiva sopra ricordata, e la necessità delle scelte effettuate, spesso tra una varietà di formulazioni possibili, si rimanda il lettore a quanto scritto nella prefazione sopra riportata. Va solo aggiunto che, nella compilazione, è stata tenuta presente, per quanto riguarda i riferimenti alla documentazione statistica demografica, la terminologia in uso nelle pubblicazioni dell’Istituto Centrale di Statistica soprattutto di questo dopoguerra, e ciò per facilitare il loro impiego da parte di lettori stranieri, dal momento che esse non riportano titoli e didascalie se non in italiano.

Questo criterio, insieme alla rigidità delle inevitabili scelte accennate, può aver dato, in qualche punto, un carattere di definitività e di apoditticità ad una terminologia in realtà non ancora attestata, o suscettibile di numerose variazioni, su un identico tema, soprattutto quando il demografo appaia preoccupato, nei suoi scritti, di sposare l’eleganza alla precisione.

Prefazione alla seconda edizione

Nel rendere omaggio a Bernardo Colombo, recentemente scomparso, alla sua lunga carriera di professore di statistica e all’importante magistero da lui esercitato per la demografia italiana, è con profonda gratitudine che pubblichiamo oggi la seconda edizione armonizzata del Dizionario demografico multilingue.

Egli fu l’autore, nel 1959, della prima edizione di quest’opera, proseguendo il cammino intrapreso pochi anni prima dalla Commissione del dizionario demografico, nata in seno all’Unione internazionale per lo studio scientifico della popolazione (IUSSP), di cui faceva parte, tra gli altri, Pierpaolo Luzzatto-Fegis, come si legge nella prefazione alla prima edizione dei volumi francese, inglese e spagnolo: “la Commissione dell’Unione incaricata di elaborare i tre volumi iniziali comprendeva i Signori: Paul Vincent (Francia), presidente e relatore; Carlos E. Dieulefait (Argentina), Harold F. Dorn (Stati Uniti), Eugene Grebenik (Regno Unito), Pierpaolo Luzzatto-Fegiz (Italia), Marcelino Pascua (Svizzera) e José Ros Jimeno (Spagna), membri”.

L’avvio della revisione dell’opera, pietra miliare della manualistica demografica, ebbe inizio già nel 1981, promosso dalla Commissione della Popolazione delle Nazioni Unite, con la seconda edizione del volume francese, seguito dall’edizione inglese nel 1982, spagnola nel 1985 e tedesca nel 1987. A quasi vent’anni di distanza dalla pubblicazione del volume tedesco, il processo di revisione ha conosciuto un nuovo impulso, in seguito ad una iniziativa dell’Unione, ed in particolare del Bureau del Comitato Nazionale Francese (CNF) e del suo presidente Nicolas Brouard, in occasione del XXIV Congresso della Popolazione organizzato a Tours, nel giugno del 2005. Iniziativa che ha subito trovato un’importante eco nelle Nazioni Unite, nella persona di Hania Zlotnik, direttrice della Divisione per la Popolazione.

L’ambizione del progetto intrapreso a Tours era l’aggiornamento dei dizionari originali nelle diverse lingue, nella considerazione della posizione centrale assunta dalle questioni demografiche nel dibattito internazionale, come nelle azioni di governo in Europa e nel mondo.

Preliminare al processo di aggiornamento doveva essere la costruzione di una base comune armonizzata, a partire dai volumi inglese, francese, spagnolo e tedesco.

Nel giugno del 2007, un team di specialisti provenienti da diversi paesi riunitosi a Parigi sotto l’egida del CNF e della Divisione per la Popolazione delle Nazioni Unite, ha dato avvio al processo di armonizzazione in quattordici lingue, per la maggior parte delle quali si disponeva almeno di una prima edizione del volume. Nel caso francese, inglese e spagnolo doveva trattarsi di una vera e propria armonizzazione, mentre negli altri casi si è deciso di realizzare in via preliminare una traduzione della seconda edizione sulla base delle versioni inglese e francese, per poi procedere all’armonizzazione con i volumi spagnolo e tedesco.

La realizzazione del testo italiano è stata affidata ad Elena Ambrosetti e Cristina Giudici, ricercatrici in demografia alla Sapienza di Roma, ed ha consentito di sviluppare una preziosa collaborazione tra la Sapienza e il CNF. Il volume è oggi disponibile nella sua versione elettronica sul sito web http://it-ii.demopaedia.org . Il testo si configura come una moderna piattaforma per lo sviluppo del dibattito internazionale in materia di terminologia demografica, grazie alla pagine di discussione associate ad ogni paragrafo.

Nella sua versione attuale, il volume coglie i cambiamenti profondi, sociali, politici ed economici, che hanno coinvolto le scienze della popolazione dagli anni Sessanta agli anni Ottanta: diversi paragrafi sono stati ampliati, altri ridotti; alcune definizioni sono scomparse, molte si sono aggiunte, ed il testo che ne risulta costituisce una base armonizzata per nuovi e continui aggiornamenti, realizzabili attraverso la filosofia wiki.

Già dalle prime battute, la demografia assume una posizione centrale nell’ambito delle numerose discipline attinenti la popolazione, ma l’evoluzione della materia permea l’intera opera, sia nelle tecniche di analisi che nel dibattito sottostante. L’ampio spazio dedicato alla pianificazione famigliare, il riferimento a nuove tipologie migratorie, l’attenzione alle conseguenze della malattia nella sfera sociale sono solo alcuni esempi di come questa seconda edizione abbia voluto cogliere l’essenza dei cambiamenti di quegli anni.

Trattandosi di una traduzione, l’opera è stata elaborata in presenza di importanti vincoli nei contenuti del volume. Tuttavia, seguendo l’esempio della prima edizione, si è a volte mantenuta la libertà di mettere in luce particolarità della letteratura scientifica italiana attraverso l’adattamento delle definizioni o l’uso delle note.

È ovvio che molte definizioni possono oggi sembrare datate; ed altre superate; ma questo volume, inserito nel più ampio progetto da cui nasce, quello di un moderno Dizionario enciclopedico multilingue, rappresenta sicuramente un passo importante per la promozione e lo sviluppo della ricerca scientifica in materia di popolazione. Una ricerca che superi le frontiere nazionali e che permetta agli studiosi di popolazione nei diversi paesi del mondo di condividere le proprie conoscenze e di sviluppare una sempre più proficua collaborazione internazionale.

Raimondo Cagiano de Azevedo

Introduzione generale sulla digitalizzazione e l’unificazione della seconda edizione

L’unificazione della seconda edizione del dizionario si è rivelata opportuna nel momento in cui, nel quadro del progetto Demopædia, le basi di dati create con la digitalizzazione dei volumi cartacei hanno portato alla luce importanti omissioni in ognuna delle principali edizioni pubblicate nel corso degli anni Ottanta (francese nel 1981, inglese nel 1982, spagnola nel 1985 e tedesca nel 1987). Alcune delle edizioni pubblicate in seguito, come l’edizione araba del 1988 e l’edizione tri-lingue inglese-francese-arabo, avevano già parzialmente colmato le lacune delle versioni francese ed inglese, ma avevano omesso di tradurre i 92 nuovi concetti introdotti nell’edizione tedesca pubblicata qualche mese prima. Le edizioni cinese (1994), giapponese (1994), ceca (2005) poi russa (2008), portoghese (2008) e polacca (2010) pubblicate sul web derivano dalla versione inglese. Mentre l’edizione italiana, pubblicata sul web nel 2010, deriva principalmente dall’edizione francese.

Per descrivere attraverso un esempio le conseguenze di una omissione e l’interesse di una edizione unificata, si consideri un termine come “lattante”, che era stato inserito nel corpus delle prime edizioni così come definito dalla Commissione terminologica delle Nazioni Unite negli anni Cinquanta, e che non appariva più nella seconda edizione inglese. Il dizionario unificato si arricchisce di questo termine in tutte le lingue: nourrisson in francese, lactante in spagnolo, brustkind in tedesco, kojenec in ceco, o ancora child at the breast, re-inserito nell’edizione unificata inglese, permettendo così ai nuovo moduli derivati dall’inglese di conservare questo grazioso termine che, pur non esistendo in inglese che sotto forma di una espressione, esiste senza dubbio in quanto tale in tutte le altre lingue.

In vista di nuove traduzioni in diverse lingue asiatiche, dettate dall’interesse che la demografia va assumendo in questo continente, abbiamo ritenuto opportuno realizzare questa unificazione prima di avviare nuove traduzioni. L’unificazione è tuttora in corso e si estende a tutte le versioni attualmente esistenti; una prima edizione unificata in lingua francese è stata pubblicata in occasione della 46esima Conferenza annuale della Società Italiana di Statistica del giugno 2012 a Roma. L’edizione francese viene a colmare un vuoto, poiché gli ultimi esemplari dell’ultima edizione del 1981 sono stati distribuiti al prezzo simbolico di 1 € al congresso IUSSP di Tours nel 2005. Anche l’edizione italiana era assolutamente necessaria, poiché la prima edizione pubblicata nel 1959 non era mai stata aggiornata. L’insieme delle edizioni armonizzate dovrebbe essere disponibile prossimamente sia nelle dodici lingue già accessibili sul web nelle loro versioni originali, che in quattro delle sei nuove lingue asiatiche.

Benché possa sembrare biasimevole che non si tratti di una nuova edizione, arricchita dei concetti che caratterizzano la demografia di oggi, come la salute riproduttiva, l’handicap e la dipendenza, le migrazioni internazionali, la finestra demografica, il calo demografico, il pensionamento ecc., il confronto tra le prime due edizioni digitalizzate ha mostrato che i concetti più importanti della demografia risiedevano essenzialmente nella prima edizione. Gli elementi terminologici scelti dalla Commissione terminologica delle Nazioni Unite negli anni Cinquanta hanno permesso di delimitare la nostra disciplina e sono per la maggior parte tuttora attuali. Potremmo d’altra parte rammaricarci di non aver eliminato alcuni termini desueti, o oggi inappropriati. Etienne van de Walle, principale autore della seconda edizione inglese nel 1982, ci confidava al congresso di Tours nel 2005, e poco prima della sua prematura scomparsa, il suo desiderio di partecipare alla nuova edizione e soprattutto di eliminare i termini riguardanti l’eugenetica, termine o teoria che già nel 1981 non aveva più che un interesse storico.

Le modifiche apportate a questa edizione unificata sono state pertanto minime, ed il testo ha mantenuto le accezioni originali degli anni Ottanta. Tutto ciò giustifica a nostro avviso la pubblicazione cartacea di questa seconda edizione armonizzata in italiano. Gli altri volumi saranno a loro volta disponibili in forma cartacea una volta completato il processo di unificazione. Unificazione che resta il necessario punto di partenza per la realizzazione di una terza edizione.

L’edizione digitale dei dizionari consente in effetti la pubblicazione cartacea su domanda e a prezzo moderato, ed è grazie al lavoro di Joseph Larmarange, demografo all’IRD nell’unità mista di ricerca CEPED, che è oggi possibile non solo scaricare il dizionario demografico multilingue direttamente dal sito demopaedia.org in diversi formati elettronici (HTML, PDF o ancora EPUB), ma anche ottenerne una versione cartacea su richiesta. Inoltre, il progetto si è arricchito di un sito (http://demopaedia.org/tools) che consente ad ogni utilizzatore di generare rapidamente ed in autonomia una versione « aggiornata » del dizionario, o un indice multilingue.

Se la pubblicazione su larga scala del volume italiano può sembrare ingiustificata in ragione della sua obsolescenza, una pubblicazione « su richiesta » risponde a nostro avviso ad una esigenza di completezza della seconda edizione dell’opera, e di disponibilità nelle diverse lingue. La stampa su richiesta consente, tra l’altro, di integrare nel testo pubblicato le eventuali correzioni di inevitabili refusi.

Quanto alla paternità del dizionario multilingue, questa è da ricondurre principalmente, a nostro avviso, ai primi lavori della Commissione terminologica presieduta da Paul Vincent. Lo stesso Vincent deve in parte il sistema rivoluzionario di indicizzazione dei concetti per paragrafi ai lavori di John Edwin Holmstrom, il quale dimostrava nel suo « Rapport sur les dictionnaires scientifiques et techniques multilingues », redatto nel 1949, che l’indicizzazione semplice di un dizionario classico era inadeguata per dizionari che comprendevano più di due o tre lingue.

Le paternità sono dunque multiple e multilingue, e gli autori sono menzionati nelle prefazioni delle due edizioni, qui fedelmente riprodotte. Citiamo dunque essenzialmente, Paul Vincent per la prima edizione francese del 1958, Eugene Grebenik per la prima edizione inglese del 1958, Louis Henry per la seconda edizione francese del 1981, Etienne van de Walle per la seconda edizione inglese del 1982 e la CELADE per la seconda edizione spagnola. La seconda edizione tedesca è stata coordinata da Charlotte Hohn nel 1987.

Quanto a questa seconda edizione armonizzata italiana, l’opera è dovuta alle due autrici principali, Elena Ambrosetti e Cristina Giudici, ma ugualmente a Raimondo Cagiano de Azevedo che, profondo conoscitore del dizionario, ha sostenuto il progetto Demopædia fin dai suoi primi passi, notando, tra l’altro, a proposito della definizione di popolo, che il dizionario francese includeva l’unicità della lingua, mentre non vi era alcun riferimento analogo nell’edizione inglese. E’ facile osservare che l’unità della lingua, italiana, questa volta, è inclusa in questa seconda edizione italiana, come anche nella prima edizione del 1959. Il merito di questa seconda edizione va in effetti condiviso con Bernardo Colombo, recentemente scomparso, il quale desiderava che anche la prima edizione fosse consultabile su internet ed aveva concesso l’autorizzazione alla pubblicazione del suo testo su licenza Creative Common Share Alike (CCSA). È questa la licenza sotto la quale è pubblicato l’insieme delle diverse edizioni del dizionario demografico multilingue, poiché la molteplicità delle paternità rendeva a nostro avviso opportuno il ricorso ad una licenza cosiddetta « libera ». Così, a partire dalla digitalizzazione delle preesistenti edizioni cartacee, tutto il nuovo lavoro si svolge on-line, cosa che consente di conoscere l’apporto esatto di ognuno, nonché la lista completa degli autori. Segnaliamo inoltre che il software Mediawiki, utilizzabile tanto per la consultazione del dizionario che per le sue modifiche, è anch’esso sotto licenza libera ed è utilizzato per l’enciclopedia Wikipedia. Dal momento in cui si acquista confidenza con il funzionamento di questa enciclopedia, si possono facilmente confrontare i testi delle prime edizioni con quelli della seconda unificata. Il testo digitalizzato riprende in effetti l’indicizzazione originale per paragrafi (101, 102 ecc.), raggruppandoli in pagine (ad esempio la pagina 10, all’indirizzo http://it‐ii.demopaedia.org/wiki/10). Allorché il lettore desideri conoscere le ragioni che hanno condotto gli autori recenti ad adottare questa o quella espressione, potrà consultare la pagina di discussione, contenente la lista delle questioni via via emerse e delle decisioni concordate (ad esempio, http://it‐ii.demopaedia/wiki/Discussion:10). Tutti i membri delle associazioni di specialisti negli studi di popolazione potranno nel tempo contribuire a queste discussioni. È il caso dei membri della IUSSP e della Population Association of America, nonché di altre associazioni in progetto. E d’altra parte il fine ultimo del progetto Demopædia è proprio quello di invitare i demografi ad attualizzare il dizionario demografico multilingue, offrendo loro una piattaforma wiki. Tuttavia, poiché sarà necessario creare nuove pagine e nuovi capitoli, come quello della già ricordata « salute riproduttiva », riteniamo che sia preferibile adottare una struttura semplice, analoga a quella di Wikipedia, in cui, in un primo tempo, la coerenza tra le lingue non sia un elemento essenziale. Il sito dell’enciclopedia libera si trova all’indirizzo http://fr.demopaedia.org per la versione francese e http://en.demopaedia.org per la versione inglese.

Le nuove pagine create dalla comunità scientifica dovrebbero permettere nel tempo di cogliere meglio tanto l’estensione della nostra disciplina, quanto la sua nuova terminologia, e di proporre un giorno una terza edizione del dizionario multilingue.

Il fine della scienza è di condividere dei risultati tanto con i colleghi del mondo intero quanto con i connazionali, ed è necessario che il vocabolario scientifico possa essere tradotto correttamente, per assicurarne la comprensione. In questo spirito, il dizionario demografico multilingue vuole essere uno strumento rivolto tanto agli studenti quanto ai media dei diversi paesi, affinché facciano proprio il vocabolario scientifico in materia di popolazione. Abbiamo a questo proposito constatato atteggiamenti diversi: in alcuni paesi, come la Svezia, non c’è mai stata una seconda edizione del Dizionario, ma gli svedesi non sembrano sentire l’esigenza di rinnovare il vocabolario demografico nella propria lingua madre. Al contrario, una necessità in tal senso è stata manifestata in occasione del Congresso di Marrakech del 2009 da parte di studiosi asiatici, spinti dall’alto numero di studenti che non praticano ancora sufficientemente l’inglese, e dalle difficoltà che essi incontrano nel far adottare dalla propria comunità scientifica una traduzione dall’inglese a volte approssimativa, di termini oltretutto obsoleti. Si contano, in India, diverse lingue parlate da oltre 70 milioni di persone, la cui lingua madre è il francese. Il numero di persone che parlano il malayalam in Kerala equivale al numero di Tailandesi che parlano il Tai. Desideriamo che questa piattaforma wiki multilingue sia l’occasione di dibattere sulla comprensione di nuovi concetti, veicolati dalle riviste scientifiche anglofone, ma ugualmente dalle conferenze internazionali francofone, ispanofone o nazionali in molte lingue diverse.

Questo progetto non sarebbe arrivato a compimento senza il sostegno della Divisione della Popolazione delle Nazioni Unite, nella persona di Hania Zlotnik, Direttrice dal 2005 al 2012. Un tale sostegno si è concretizzato nell’organizzazione di diversi workshops, in particolare a Parigi (2007) ed a Marrakech (2009). Ringraziamo particolarmente Serguey Ivanov (UNPD), co-organizzatore di queste due iniziative, al quale dobbiamo ugualmente la prima stesura dell’edizione russa. Cristina Giudici ed Elena Ambrosetti, autrici di questa traduzione italiana, hanno stabilito un accordo di collaborazione tra l’Università La Sapienza ed il Comitato francese della IUSSP, permettendo l’organizzazione di un laboratorio di formazione sulla tecnologia Wiki a Roma nel 2011, nel corso del quale sono stati ripresi i primi insegnamenti dispensati da Laurent Toulemon nel primo workshop di Parigi. Siamo estremamente contenti di questa collaborazione franco-italiana, che è motrice nello sviluppo del progetto Demopædia e che ha permesso di organizzare non solo il secondo workshop di Roma nel giugno 2012, ma ugualmente quello di Chiang Mai, nell’agosto 2012, durante il quale le edizioni nelle 6 lingue asiatiche (coreano, indonesiano, malese, nepalese, thailandese e vietnamita) sono state avviate, e dovrebbero arrivare a compimento per il prossimo congresso della IUSSP a Busan, nell’agosto 2013.

Ringraziamo inoltre Christine Gandrille, segretaria del Comitato nazionale francese della IUSSP, che ha digitalizzato e corretto numerose edizioni del Dizionario grazie ad una straordinaria conoscenza di diverse lingue, come anche Françoise Gubry e Martine Deville, bibliotecarie rispettivamente al CEPED e all’INED, per le loro ricerche delle opere esaurite, quale l’edizione araba, e per i loro consigli sui dizionari e sulla realizzazione degli indici. E’ infine grazie al Comitato nazionale francese, che ho avuto l’onore di presiedere fino al gennaio 2012, ed ai membri dei suoi tre successivi direttivi, che dal 2005 il progetto Demopædia ha potuto svilupparsi. L’INED ci fa l’onore di ospitarne il server e la IUSSP ha recentemente creato un gruppo di lavoro autonomo affinché il progetto prenda una dimensione internazionale. Il nostro ringraziamento va ugualmente a queste due istituzioni.

Nicolas Brouard
Direttore di ricerca all’INED
Coordinatore per la IUSSP del progetto Demopædia
Ottobre 2012

Preface_(printed_edition)

Préface (version_imprimée)

Avvertenza

Struttura del Dizionario

La versione italiana del Dizionario demografico multilingue fa parte di una collezione di volumi monolingua, ciascuno diviso in due parti: un testo corredato di note e un indice alfabetico.

Il testo ha come scopo la presentazione della terminologia tecnica utilizzata in demografia in un contesto che ne chiarisce il senso. E’ formato da nove capitoli, che includono un certo numero di paragrafi. Un numero a tre cifre, di cui il primo richiama il numero di capitolo, permette di identificare ogni paragrafo. Gli elementi terminologici — parole o espressioni — che ne fanno parte, sono stampati in grassetto e sono accompagnati da una cifra. Quest’ultima, collocata in seguito al numero del paragrafo, fornisce il “numero di riferimento” dell’elemento terminologico in causa (ad esempio, il numero di riferimento del termine “demografia” è 101-1).

La numerazione è stata effettuata per concetto. Ne risulta che uno stesso numero di riferimento è attribuito agli elementi terminologici che hanno lo stesso significato, mentre più numeri di riferimento sono attribuiti ad uno stesso elemento terminologico, allorché quest’ultimo può avere delle accezioni diverse. I numeri di riferimento sono comuni alle diverse edizioni del dizionario e permettono così di navigare tra le varie lingue del dizionario.

Alcuni paragrafi sono seguiti da note. Queste possono contenere osservazioni specifiche al volume nel quale sono inserite ed una terminologia complementare che riguarda il concetto al quale si riferiscono. Nell’indice dell’opera, i riferimenti e la terminologia inclusa nelle note si distinguono dagli elementi terminologici del testo principale tramite un asterisco (*) collocato dopo il numero del concetto.

Gli elementi terminologici che si trovano nel testo propriamente detto corrispondono tra i diversi volumi; tale corrispondenza è stabilita tramite il numero di riferimento identico (senza asterisco) che gli è attribuito.

Come nelle edizioni precedenti, i caratteri in corsivo sono stati utilizzati:

Indici

L’indice di questa edizione armonizzata del dizionario è leggermente diverso dagli indici delle edizioni precedenti nella misura in cui esso è generato automaticamente a partire dal codice fonte del testo della versione wiki. Tutti gli elementi terminologici, presenti nel testo e nelle note, sono classificati in ordine alfabetico nell’indice, con l’indicazione del o dei numeri di riferimento che permettono di localizzare la loro posizione nella prima parte del volume. I termini derivanti dalle note sono scritti in corsivo.

Gli elementi terminologici che compaiono al plurale nel testo sono stati indicizzati nella maggior parte dei casi nella loro forma al singolare (ad esempio, l’espressione fenomeni demografici (103-2) è stata inserita nell’indice come fenomeno demografico).

Lo stesso elemento terminologico può essere classificato più volte nell’indice attraverso voci secondarie costruite a partire dalle parole o gruppi di parole che esprimono un concetto particolare. Così il termine, demografia storica (102-1) è classificato come demografia storica e come storica, demografia.

Utilizzo del Dizionario

Il dizionario potrà essere utilizzato per la traduzione di concetti demografici nelle diverse lingue. A titolo di esempio, volendo tradurre in italiano l’espressione inglese di un certo concetto, si farà riferimento al numero che è stato attribuito a quel concetto nell’indice inglese e al corrispondente paragrafo del testo italiano.

Nella pratica, è indispensabile leggere l’intero paragrafo al quale si fa riferimento, comprese le note, non soltanto perché vi si troveranno spesso delle indicazioni utili, ma anche perché le necessità di redazione hanno a volte imposto di mettere nello stesso paragrafo gli elementi terminologici o le spiegazioni ad esso relativi, in un ordine diverso da quello dei numeri di riferimento.

E’ anche fortemente raccomandato di confrontare le due versioni dello stesso paragrafo nelle due lingue; ciò permetterà di cogliere, in alcuni casi, le differenze di senso tra espressioni che sono equivalenti solo in apparenza.

Segnaliamo infine che espressioni equivalenti possono figurare sotto lo stesso numero: in tal caso, l’espressione più appropriata sarà di solito la prima, o una delle prime tra quelle citate.

Consultazione del Dizionario su demopaedia.org

Il confronto tra le diverse lingue sarà facilitato dalla consultazione online del dizionario su http://it-ii.demopaedia.org dove dei collegamenti ipertestuali permettono di navigare tra le varie edizioni.

Per navigare tra la versione stampata e la versione online del Dizionario, è importante considerare che i capitoli sono anche divisi in sezioni o sotto-capitoli ai quali corrispondono le pagine wiki della versione online. Ogni sezione è numerata con due cifre. Generalmente, il numero di sezione di un paragrafo corrisponde alle due prime cifre del suo numero di paragrafo (il paragrafo 104 appartiene quindi alla sezione 10), con qualche piccola eccezione: il paragrafo 640 fa parte della sezione 63 e i paragrafi 810 e 811 della sezione 80. I cambiamenti di sezione sono segnalati nel testo da un asterisco (⁂).

L’indirizzo internet (URL) di una sezione del dizionario si ottiene aggiungendo il numero di sezione a http://it-ii.demopaedia.org/wiki/. Si potrà quindi consultare il paragrafo 357 all’indirizzo http://fr-ii.demopaedia.org/wiki/35. E’ possibile, inoltre, consultare le istruzioni per l’uso del sito web disponibile online.

All’indirizzo http://www.demopaedia.org/tools sono disponibili alcuni strumenti per effettuare una ricerca nell’indice o generare un indice multilingue.

Citare il Dizionario

Da quando il Dizionario demografico multilingue è stato messo online, quest’ultimo è ormai disponibile sotto diverse forme. Nonostante questa seconda edizione armonizzata non sia destinata ad essere modificata in futuro (a differenza del progetto di enciclopedia open), piccole modifiche potrebbero essere apportate sul web.

Nell’ambito di una citazione di un passaggio preciso del Dizionario, è opportuno indicare il paragrafo in questione. Ogni riferimento ad un numero di pagina è infatti impreciso, poiché diverso a seconda del supporto.

Lista delle abbreviazioni utilizzate nel volume italiano

agg. aggettivo nm. numero
avv. avverbio par. paragrafo
cfr. confronta pl. plurale
f. femminile pp.participio. passato
ff. facente funzione di ppr. participio presente
i. intransitivo prep. preposizione
ISTAT Istituto Centrale di Statistica r. riflessivo
loc. locuzione s. sostantivo
m. maschile segg. seguenti
n. nome proprio t. transitivo
neol. neologismo v. verbo

Ringraziamenti

Questo lavoro non sarebbe stato possibile senza il contributo fondamentale di alcune persone ed istituzioni. Ringraziamo anzitutto Nicolas Brouard, ricercatore all’Institut National d’Etudes Démographiques (INED) di Parigi, per averci coinvolte in questo progetto, per il suo supporto nel corso del nostro lavoro di traduzione e armonizzazione, e per il suo impegno e la sua dedizione nel portare avanti durante il corso di questo ormai lungo periodo, l’idea del multilinguismo e di Demopædia. Dal punto di vista istituzionale, ci preme porgere il nostro sentito ringraziamento al Comité National Français de l’Union Internationale pour l’Etude Scientifique de la Population per aver sostenuto e finanziato il nostro lavoro di traduzione. Grazie all’INED per aver ospitato numerosi incontri Demopaedia nel corso degli anni, per il supporto logistico ed economico. Ringraziamo la Divisione della Popolazione delle Nazioni Unite, e Hania Zlotnik, direttrice di tale Divisione tra il 2005 ed il 2012, per il suo impegno profuso nella realizzazione di questo progetto. Dobbiamo inoltre menzionare il contributo economico, logistico e scientifico della nostra istituzione, l’Università di Roma La Sapienza, ed in particolare il Dipartimento di Metodi e Modelli per l’Economia, il Territorio e la Finanza.

Siamo infinitamente riconoscenti verso coloro che ci hanno insegnato i rudimenti di wiki: Géraldine Duthé e Laurent Toulement dell’INED. Ringraziamo Joseph Larmarange, che ha implementato alcuni strumenti fondamentali per la stampa del Dizionario e per la creazione dell’indice. Egli ha inoltre svolto insieme a Nicolas Brouard, un importantissimo lavoro “dietro le quinte”, indispensabile al corretto funzionamento del sito Demopaedia e alla stampa delle edizioni cartacee. Grazie mille a Christine Grandille per la scannerizzazione ed il controllo accurato della prima edizione del Dizionario italiano. Ringraziamo infine il gruppo di studentesse dei corsi di Demografia e Popolazione e Sviluppo che con vivo interesse hanno aiutato nella traduzione di alcune parti del dizionario. Un sentito grazie alle colleghe Alessandra de Rose e Maria Rita Sebastiani che hanno contribuito attivamente al dibattito sul multilinguismo ed alla riuscita del Workshop tenutosi nel nostro Dipartimento ad ottobre 2011.

Da ultimo, ma non per ordine di importanza, ringraziamo Raimondo Cagiano de Azevedo per il suo contributo fondamentale nella soluzione di alcuni “dilemmi linguistici”, per la sua rilettura attenta e precisa del testo e per e per il sostegno dismostrato fin dai primi passi di questo lavoro.

Gli errori e le omissioni sono esclusivamente imputabili a noi stesse.

Elena Ambrosetti e Cristina Giudici

Capitolo 1 • Generalità

101

La demografia1 è la scienza che ha per oggetto lo studio delle popolazioni umane, e che tratta della loro dimensione, della loro struttura2, della loro evoluzione e dei loro caratteri generali considerati principalmente da un punto di vista quantitativo. Ci si riferisce alla disciplina di base delle scienze della popolazione8 intese in senso più ampio. E’ una materia interdisciplinare alla quale sono strettamente collegate sia discipline come l’economia della popolazione 104-1, la sociologia della popolazione 104-2, la genetica della popolazione 104-4, la demografia storica 102-1, la matematica della popolazione 102-6 che il diritto, la medicina, la psicologia, la geografia e la filosofia. Nella terminologia statistica, il termine popolazione3 può indicare ogni aggregato di unità distinte: è allora sinonimo di universo3. Si utilizza più comunemente il termine popolazione4 per indicare l’insieme degli abitanti5 di un certo territorio; a volte anche una frazione di questo insieme [es. : popolazione in età scolastica (cf. 346-7), popolazione in età matrimoniale (514-2)], nel qual caso, propriamente parlando, si tratta di una sottopopolazione6. Spesso per popolazione7non si intende la collettività come tale (nel senso di101-4), ma il suo ammontare7, cioè il numero di abitanti che la compongono.
  1. Demografia, s.f. - demografico, agg. - demografo, s.m. : specialista di demografia.
    Si noti che l’aggettivo demografico offre in genere la traduzione corretta del sostantivo inglese « population » impiegato come aggettivo; es. : "population problems", problemi demografici.
  2. abitante, s.m. - abitare, v.t. - abitazione, s.f. : azione di abitare (cf. 120-1*); casa nella quale si abita.

102

Per alcuni aspetti (o branche) della demografia sono state introdotte denominazioni particolari in ragione del loro oggetto o delle loro metodologie di analisi. La demografia storica1 si occupa delle popolazioni del passato per le quali si dispone di fonti scritte; in assenza di tali fonti, lo studio delle popolazioni antiche prende il nome di paleodemografia2. La demografia descrittiva3 tratta dell’ammontare, della ripartizione geografica, della struttura (101-2) e dello sviluppo delle popolazioni da un punto di vista puramente descrittivo, facendo ricorso principalmente alle statistiche demografiche4. La demografia teorica5, o demografia pura5, considera le popolazioni da un punto di vista generale ed astratto, occupandosi dello studio delle relazioni formali tra i diversi fenomeni demografici; in ragione del ricorso a diversi metodi matematici, essa si confonde, in pratica, con la demografia matematica6. Con il termine studio demografico7 si intende in genere uno studio condotto su una popolazione reale, utilizzando tutti gli strumenti dell’analisi demografica (103-1). Questo studio può portare sulla congiuntura demografica8, cioè sull’evoluzione dello stato e del movimento di una popolazione nel corso di un periodo breve e recente. L’insieme delle discipline precedenti viene chiamato, da alcuni, demografia quantitativa9, in ragione dell’importanza attribuita all’aspetto numerico dei fenomeni ed al fine di distinguerle da quelle particolari ramificazioni della demografia che si vedranno nei paragrafi seguenti. L’espressione più generica studi di popolazione10 include anche tutto quello che riguarda i rapporti tra eventi demografici e fenomeni sociali, economici o altro.

103

L’analisi demografica1 è la branca della demografia volta a rapportare i fenomeni demografici2 a popolazioni (101-7) e strutture (101-2) costanti, a separare gli effetti di ogni fenomeno demografico dagli effetti degli altri fenomeni demografici chiamati, in tal caso, fenomeni perturbatori3, a studiare le relazioni tra i fenomeni demografici e gli stati della popolazione (201-8). Si distingue, da un lato, l’analisi longitudinale4, o analisi per coorti4, o analisi per generazioni4, che è realizzata in seno ad un gruppo ben definito, detto generazione (116-1), promozione (116-2), o coorte (116-2), seguito nel tempo; d’altro lato, l’analisi trasversale5, o analisi del periodo5, o analisi del momento5, che porta sui fenomeni demografici che si manifestano nel corso di un periodo ben determinato (un anno civile, per esempio) in seno ad un insieme di coorti.

104

La demografia abbraccia anche lo studio delle relazioni tra fenomeni demografici, da un lato, e fenomeni economici e sociali, dall’altro: le denominazioni demografia economica1 e demografia sociale2 sono utilizzate per designare queste branche particolari della demografia. Quanto alla demografia qualitativa3, essa si interessa specialmente alla distribuzione dei caratteri qualitativi – intellettuali, fisici, sociali, ecc. – in seno alle popolazioni, e comprende in particolare la genetica delle popolazioni4 o genetica demografica4 (cf. 911-2). L’ecologia umana5, che studia la ripartizione territoriale e l’organizzazione delle comunità, con particolare attenzione ai processi competitivi e cooperativi che in esse si manifestano, ha numerosi punti di contatto con la demografia; così come avviene per la biometria6, che unisce le applicazioni della statistica alla ricerca biologica. I campi di ricerca e i metodi della demografia e della geografia della popolazione7 coincidono sempre di più. Anche la biometria6 e l’epidemiologia8, che operano utilizzando metodi statistici di ricerca biologica o medica, presentano significativi punti di contatto con la demografia.
  1. Non si confonda la genetica delle popolazioni con la genetica umana: quest’ultima studia la trasmissione dei geni (911-1) nella specie umana, mentre la prima si occupa della loro distribuzione nelle popolazioni.
    Si noti, d’altra parte, che a differenza della genetica demografica, l’espressione genetica delle popolazioni può applicarsi eventualmente a popolazioni non umane (cf. 101-3), di animali o vegetali.
  2. Ecologia, s.f. - ecologico, agg. - ecologo, s.m. : specialista di ecologia.
  3. Biometria, s.f. - biometrico, agg. - biometrista, s.m. : specialista di biometria.

105

La demografia comprende, infine, lo studio delle dottrine demografiche1, o teorie demografiche1, o teorie della popolazione1, che si propongono di spiegare o di prevedere, attraverso considerazioni economiche, sociologiche o di altra natura, l’evoluzione dei fenomeni demografici, evidenziandone le conseguenze. Queste dottrine possono eventualmente servire da base all’elaborazione di una politica di popolazione2 (cf. § 930), la cui efficacia è oggetto di valutazione da parte dei demografi.
  1. L’espressione teoria della popolazione (sg.) può essere utilizzata nel senso di demografia teorica (102-5).

110

Le principali unità statistiche1 utilizzate in demografia, possono essere classificate, secondo la loro natura, in due categorie: una, di unità astratte, costituite da eventi (201-3), ed una, di unità concrete. Tra queste ultime, una delle più importanti è l’individuo2, o persona2 – si utilizzava in passato, e a volte si utilizza ancora oggi, in tal senso, il termine anima2, o testa2 (cf. 202-1* e 902-7). Non esiste in italiano un vocabolo specifico per designare quella complessa unità statistica di carattere economico-sociale chiamata ménage3 in francese, costituita in linea di principio dall’insieme degli individui abitualmente conviventi e coabitanti. Appropriato, in questo senso, era il termine fuoco3, o focolare3, usato nei censimenti (202-1) anteriori al XIX secolo. Un concetto corrispondente — almeno per quanto concerne l’Italia — potrebbe oggi venir reso con l’espressione famiglia in senso statistico3, o famiglia di censimento3, tenendo però presente il fatto che la definizione di famiglia (112-1) può variare da un censimento (202-1) all’altro, anche nello stesso Paese. Variando la definizione predetta secondo i Paesi, o secondo i casi, per facilitare i confronti internazionali è stato raccomandato di far riferimento ad un gruppo di persone coabitanti nella stessa abitazione (120-1) e che consumano in comune i pasti. È inoltre raccomandato di distinguere, accanto alle convivenze di carattere familiare4, o convivenze familiari4, corrispondenti alla nozione di uso comune, le convivenze non familiari5 o collettività5 costituite da individui che vivono abitualmente insieme in particolari istituti (caserme, collegi, conventi, carceri ecc.). Un individuo che viva solo viene generalmente considerato una famiglia di un solo membro6. Secondo i casi, i pensionanti7 presso famiglie private, o anche talvolta i semplici locatari di camere ammobiliate8, possono essere inclusi o meno nelle convivenze familiari che li ospitano.
  1. Nel linguaggio corrente, il termine gente serve talvolta come plurale di persona; ad esempio nelle espressioni: gente sposata (cf. 515-5), gente anziana (cf. 324-8), gente giovane (324-3).
  2. In francese, nel linguaggio corrente, l’espressione ménage è spesso sinonimo di coppia sposata (501-8).
  3. Il pensionante, detto a volte dozzinante, ottiene cibo e alloggio dietro corresponsione di un canone a titolo di pensione.

111

Quando una convivenza di carattere famigliare (110-4) comprende più di una persona, queste sono dette membri della famiglia1 ed una tra queste è considerata come capofamiglia2 – non è sempre chiaro chi debba essere considerato tale: potrebbe essere, eventualmente, il principale sostegno economico3 della famiglia (cf. 358-3). I fogli di censimento comprendono generalmente un quesito riguardante i legami4, o relazioni4, esistenti tra il capofamiglia ed ognuno degli altri membri della stessa. Ciò consente, eventualmente, di ripartire in diversi gruppi i membri di una cosiddetta convivenza famigliare complessa5, cioè di una convivenza famigliare i cui membri non appartengono tutti alla stessa famiglia biologica (113-1). Una famiglia complessa può infatti essere scomposta in nuclei6, nucleo principale7, nuclei secondari8, o in famiglie (112-1); la famiglia principale9 è quella del capofamiglia; le altre sono chiamate famiglie secondarie10. Il numero di persone che compongono la famiglia è detto dimensione della famiglia11, o taglia della famiglia11.

112

La famiglia1, nel senso più usuale, (cfr. § 113 e 115) deve essere scrupolosamente distinta dalla famiglia in senso statistico (110-3). Essa si richiama ai legami naturali connessi con il processo di riproduzione, soprattutto nella misura in cui questi legami vengono socialmente sanciti attraverso disposizioni legali o di costume. Nelle società di stampo europeo, la famiglia riposa principalmente sul vincolo tra i conuigi risultante dal matrimonio (501-4), da un lato, e dall’altro sulla relazione (114-3*) che sussiste fra genitori2 (pl.) - padre3 e madre4 – e loro figli5 – abbracciando con questo vocabolo tanto i figli maschi6, quanto le figlie7.
  1. Al singolare si può dire genitore (s.m.) senza distinzione di sesso.

113

L’insieme costituito da una coppia (503-8) e dai suoi figli (112-5) è talvolta chiamato famiglia biologica1. Considerati dal punto di vista delle loro relazioni reciproche, i figli di una stessa coppia sono detti fratelli2 o sorelle3, secondo il sesso. L’insieme di fratelli e sorelle viene talvolta denominato fratellanza4. Figli che hanno un solo genitore (112-2*) in comune, sono chiamati fratellastri5 o sorellastre6, a seconda del sesso. Le famiglie estese7 sono unità famigliari più larghe, composte generalmente da combinazioni di nuclei famigliari. Forme importanti sono la famiglia allargata verticalmente8 o la famiglia formata da tre o più generazioni8 e la famiglia allargata orizzontalmente o lateralmente9, nella quale convivono i fratelli con i loro coniugi e figli. Le famiglie composte da tre o più generazioni possono inoltre, in base al vigente diritto di successione, assumere forme particolari come la famiglia patriarcale o tribale10, presso la quale, tra i figli, resta a vivere con i genitori solo l’erede con la sua famiglia.
  1. Nella terminologia giuridica, i termini fratello e sorella possono indicare individui aventi un solo genitore in comune (cfr. 113-5 e 113-6). Fratelli e sorelle sono detti germani se hanno lo stesso padre e la stessa madre. In caso diverso, sono detti consanguinei o uterini, a seconda che abbiano lo stesso padre (112-3) o la stessa madre (112-4).
  2. Cfr. nota precedente.

114

Due individui dei quali l’uno discende dall’altro, o che fanno parte della discendenza1 di uno stesso ascendente2, sono detti parenti3. Il computo del grado di parentela4 fra due individui viene fatto in vari modi. Secondo il codice civile italiano, nella linea diretta (114-3*) si contano tanti gradi quante sono le relazioni di filiazione (114-5*), escluso il capostipite (114-1*), mentre nella linea collaterale (114-3*) i gradi si computano dalle stesse relazioni, salendo da uno dei parenti (114-3) fino allo stipite comune e da questo discendendo all’altro parente, sempre restando escluso il capostipite. La relazione tra i genitori (112-2) ed i loro figli è chiamata filiazione5, se considerata dall’aspetto dei figli; prende rispettivamente il nome di paternità6 o di maternità6, se considerata dall’aspetto del padre o della madre. Il termine prole o figliolanza7 designa propriamente l’insieme dei figli (112-5) di uno stesso individuo, di una stessa coppia, o di un certo numero di individui (cfr. 116-3) o di coppie; ma è talvolta impiegato in senso più largo di discendenza. La relazione di parentela (114-3*), in senso proprio, definita da una relazione di consanguinità, è distinta dall’affinità8, relazione che nasce, con il matrimonio, fra un coniuge ed i parenti dell’altro. Spesso, tuttavia il linguaggio corrente fa rientrare gli affini nel novero dei parenti di un dato individuo..
  1. Discendenza, s.f. : insieme dei discendenti (s.m.) da uno stesso individuo. Nello stesso senso si usa anche il termine progenie
  2. Ascendente, s.m. - ascendenza, s.f. : insieme degli ascendenti in linea retta di uno stesso individuo.
  3. Parente, agg. ff. s.m. - parentela, s.f. : vincolo tra persone che discendono da uno stesso stipite ed anche insieme di parenti di un dato individuo. Si ha parentela in linea diretta tra ascendenti e discendenti, ed in linea collaterale negli altri casi: i parenti in causa sono allora detti collaterali (agg. ff. s.m.).
  4. Affinità, s.f. - affine, pp. ff. s. : persona unita ad un’altra da una relazione di affinità.

115

Nell’uso tecnico-demografico, la famiglia1, chiamata spesso famiglia in senso statistico1, è una unità statistica (110-1) la cui definizione varia da Paese a Paese. In certi casi, in particolare in Francia, la definizione di famiglia statistica riposa sulla nozione di famiglia biologica (113-1). In altri Paesi, al contrario, considerazioni economiche e sociali hanno portato a definire la famiglia statistica sulla base di quello che può essere definito come il nucleo famigliare principale2, consistente nel capofamiglia (111-2), nel coniuge (501-5), e nei loro figli (112-5) conviventi non sposati (515-5) e senza figli.

116

Precisando un significato assunto dal termine generazione1 nel linguaggio corrente, i demografi impiegano questo vocabolo per indicare un insieme di individui nati nel corso di uno stesso periodo. Se questo periodo non è precisato, è generalmente sottinteso che si tratti di un anno di calendario. La generalizzazione di tale nozione porta a quella di coorte2: insieme di individui che hanno vissuto uno stesso evento nel corso di un medesimo periodo di tempo. Il termine generazione3 può anche designare, in demografia come in genealogia (215-12), la discendenza (114-7) di una generazione nel senso del n° 116-1. Si considerano talvolta generazioni costituite da individui dello stesso sesso, chiamate secondo il caso generazioni maschili4 o generazioni femminili5, in particolare per il calcolo dell’intervallo medio tra generazioni successive (713-1). Concetti strettamente collegati sono, ad esempio, le giovani generazioni6, la generazione di mezzo7 e la vecchia generazione8, presso le quali i limiti di età restano spesso vaghi e richiederebbero una precisazione. Si è anche deciso di indicare come seconda generazione9 i discendenti degli immigrati e degli stranieri. Occasionalmente, ci si occupa anche della terza o quarta generazione. Infine, per gruppi di persone venute al mondo in periodi in cui le nascite sono state particolarmente numerose (o basse) si parla di generazioni ad alto tasso di natalità10 o generazioni con basso tasso di natalità11.
  1. Il termine generazione indica anche l’azione del generare (cf. 601-2*).
  2. Il termine classe indica, nella terminologia militare, una generazione di coscritti. Sono dette classi vuote delle classi derivanti da generazioni vuote, cioè da generazioni nate durante periodi in cui la natalità si è trovata temporaneamente notevolmente ridotta.

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La denominazione generica di abitazione1 si applica ad un locale abitativo formante un unico insieme e destinato ad accogliere una famiglia (110-3). Se una parte della popolazione vive in luoghi diversi dalle case – tende, barche, ecc. – si può parlare di unità abitativa1. Spesso la dimensione di un’abitazione viene misurata attraverso il numero dei suoi vani2, o locali2, o anche in base alla superficie abitabile3. Il grado di affollamento4 di un’abitazione si definisce in funzione del numero di persone che vi abitano, da un lato, e delle sue dimensioni, dall’altro. La definizione di criteri di differenziazione circa il grado di affollamento consente di distinguere fra abitazioni sovraffollate5 ed abitazioni non affollate6. Un’abitazione inutilizzata è detta abitazione non occupata7; non si considera inutilizzata un’abitazione utilizzata episodicamente, a titolo di residenza secondaria (310-6*).
  1. Spesso si distinguono due grandi categorie di alloggi, secondo la loro natura: le ville e gli appartamenti degli immobili.
    Si noti che, nella classificazione europea degli immobili in funzione del loro numero di piani, il piano terreno non è generalmente considerato come piano (mentre negli Stati Uniti, ad es. il piano terreno costituisce il "first floor").
  2. In Francia, sono generalmente conteggiate come stanze, le stanze principali dell’abitazione, compresa eventualmente la cucina-sala da pranzo, ma non compresa la semplice cucina.

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Da un punto di vista giuridico, l’occupante di un’abitazione (120-1) può detenere quest’ultima a diverso titolo, ad esempio in quanto proprietario1, locatario2 o sub-locatario3. Il locatario dal quale il sub-locatario trae il suo diritto di occupazione, è detto locatario principale5. Può anche accadere che egli manchi di titolo giuridico, nel qual caso è detto occupante senza titolo4. .
  1. Si può affittare non ammobiliato o ammobiliato

130

L’espressione statistica demografica1, usata al singolare, definisce la tecnica per la raccolta di dati statistici2 riguardanti le popolazioni, e per la loro presentazione sotto forma di statistiche demografiche (102-4); le osservazioni3 relative alle diverse unità statistiche (110-1) sono in primo luogo raccolte4 attraverso stampati (206-1) appropriati, ed i documenti (cf. 221-2) così ottenuti sono in seguito sottoposti a controllo5, o verifica5, allo scopo di eliminarne errori manifesti. Si procede in seguito allo spoglio6 dei dati, cioè al loro raggruppamento in classi7. Quest’ultima operazione consiste nel raggruppare le unità statistiche che presentano certe caratteristiche comuni, in modo tale da ripartire le osservazioni in un certo numero di classi8. L’utilizzazione statistica9 dei dati comprende tutte le operazioni successive alla loro raccolta, compresa eventualmente la loro analisi statistica10 (132-1).
  1. Statistica demografica - statistico-demografo, s.m. : specialista di statistica demografica.
  2. Raccogliere, v.t. - raccolta, s.f.
  3. Controllare, v.t. - controllo, s.m. Verificare, v.t. - verifica, s.f.
  4. Raggruppamento in classi, s.m. : azione di raggruppare in classi (v.t.); risultato di questa azione - classificazione, s.f.

131

I dati grezzi1, o dati di base1, risultanti dalle operazioni precedenti (cfr. § 130), sono costituiti da successioni2 di numeri assoluti3 generalmente presentati sotto forma di tabelle statistiche4 o tavole statistiche4. Il loro raggruppamento in classi (130-7) può essere realizzato con riferimento alle modalità di un carattere quantitativo, che viene in tal caso considerato come variabile5 (come l’età o il numero di figli; cfr. § 143), oppure secondo le modalità di un carattere qualitativo6 (come il sesso o lo stato civile). Quando il raggruppamento in classi è il risultato della combinazione simultanea delle modalità di più caratteri, si ottengono tabelle a multipla entrata7 (a doppia entrata, a tripla entrata, ecc.). Si può designare come tabella riassuntiva8 o tabella sintetica8 una tabella che sintetizzi il contenuto di un insieme di tabelle analitiche9.
  1. In generale, si qualificano grezzi, quei risultati ottenuti attraverso processi piuttosto diretti e relativamente semplici, per distinguerli da risultati della stessa natura, appositamente elaborati in vista di una particolare analisi (cf. 132-6), e considerati più adatti a quest’ultima.
  2. Nell’espressione : numero assoluto, l’aggettivo assoluto si oppone implicitamente a relativo, come nelle espressioni: valore assoluto e valore relativo.
  3. Quando non c’è possibilità di confusione, si impiega correntemente il termine tabella per indicare una tabella statistica.

132

L’utilizzo dei dati grezzi (131-1) si realizza generalmente in due fasi: una fase di analisi1, nella quale si tende a separare le componenti dei numeri osservati [numerosità (101-7), strutture (101-2), fenomeni perturbatori (103-3), fenomeno studiato] ed una fase di sintesi2 nella quale si combinano in vario modo le componenti che sono state isolate. In queste due fasi, è necessario il calcolo3 degli indici4 o rapporti4; le denominazioni di questi ultimi possono essere diverse (cfr § (133); i rapporti calcolati nella fase di sintesi sono chiamati rapporti sintetici5. Diversamente dai dati grezzi i rapporti sono elaborazioni6. In particolare, il termine rapporto7 è utilizzato per indicare un numero proporzionale, che esprime il valore di una quantità rispetto a quello di un’altra, presa come base cento8. Certi rapporti sono buoni indicatori9 in quanto elementi caratteristici di situazioni complesse; ad esempio, il tasso di mortalità infantile è considerato un buon indicatore dello stato di salute della popolazione.
  1. Calcolare, v.t. - calcolo, s.m. - calcolatore, s.m. : chi fa i calcoli.
  2. Elaborato, pp. ff. agg. - elaborare, v.t. - elaborazione, s.f. : azione dell’elaborare, lavoro lungo ed accurato.

133

Uno dei primi stadi dell’analisi (132-1 ) consiste nel dividere dei numeri (101-7) o degli eventi (201-3) per altri numeri o eventi. I rapporti (132-4) così ottenuti possono avere nomi diversi: rapporto1, poco utilizzato, quando il dividendo e il divisore appartengono a categorie diverse (come uomini e donne, o bambini e donne), proporzione2, quando si rapporta una parte al tutto. Il termine percentuale3 indica una proporzione tra una parte e il tutto ragguagliato a cento. Il termine tasso4 indicava in origine la frequenza relativa5 di un evento in seno ad una popolazione o sottopopolazione (101-6) in un lasso di tempo, solitamente pari ad un anno: come il tasso di natalità. Tuttavia il termine tasso è impiegato nel linguaggio statistico con diverse accezioni: ad esempio il tasso di mascolinità (320-4), che è una proporzione, il tasso lordo e tasso netto di riproduzione (cfr. § 711), che sono degli indici sintetici ottenuti attraverso operazioni piuttosto complesse. Più in generale, è detto quoziente6 il rapporto tra due grandezze della stessa natura.
  1. Proporzione, s.f. - proporzionale, agg.
  2. In ragione della varietà di impieghi del termine tasso, alcuni autori hanno creato delle espressioni destinate a distinguere diversi tipi di tassi: tasso di prima categoria, tasso di seconda categoria, o a sostituire il termine tasso con un’espressione come eventi ridotti, che solitamente differiscono dal tasso corrispondente per l’impiego di un diverso denominatore. I tassi sono generalmente espressi per mille (notazione ‰) o per altra potenza di dieci (cfr. 421-10). Si noti che l’espressione "tasso di" è a volte sottintesa: ad esempio, una natalità del 20‰ equivale ad un tasso di natalità di 20 per mille (sottinteso: abitanti).

134

La frequenza relativa (133-5) di un evento non rinnovabile (201-4) viene talvolta considerata come un misura sperimentale della probabilità1 del suo verificarsi. Con ciò si fa la supposizione che esista un certo rischio2 che l’evento in parola possa accadere a ciascuno degli individui che costituiscono il gruppo in questione. Questi individui sono detti esposti al rischio3 (si noti che l’utilizzo del termine rischio in questo senso non implica affatto che l’evento sia indesiderabile.). Quando il rischio al quale sono sottoposti gli elementi di una popolazione è di intensità molto variabile, ci si sforza di avvicinarsi a condizioni di omogeneità4 nelle quali ogni unità osservata sarebbe esposta ad un rischio identico, ripartendo la popolazione in gruppi meno eterogenei5 rispetto al rischio medesimo, gruppi cioè all’interno dei quali la variabilità (141-1) del rischio è minore che nella popolazione complessiva. I tassi, o quozienti, calcolati con riferimento a gruppi siffatti prendono spesso il nome di quozienti specifici6, in contrapposizione ai tassi generici7 calcolati sulla popolazione complessiva.
  1. Probabilità, s.f. - probabile, agg. - probabilista, s.m. : specialista di calcolo delle probabilità.
  2. Omogeneità, s.f. - Omogeneo, agg.
  3. Eterogeneo, agg. - eterogeneità, s.f.
  4. Si noti che l’espressione tasso specifico è utilizzata in senso generico, e che spesso si usano espressioni ellittiche, come quozienti per età (135-1), nelle quali la precisazione del tipo di quoziente di cui tratta permette di sottintendere la qualifica specifici.
  5. Si noti che, usualmente, vige la legge del trasferimento del qualificativo dal determinante al determinato: così si parla abitualmente di quoziente di mortalità generale, piuttosto che di quoziente generale di mortalità (cfr. 401-4* e 633-7*).

135

Alcuni rapporti (cfr. 132-4) ricoprono un ruolo privilegiato poiché sono utilizzati nella costruzione di indici sintetici (132-5): è questo il caso dei tassi per età1, dei tassi per classi di età2, dei tassi di durata3 esatta a partire da un evento origine4, come il matrimonio o la nascita; è questo anche il caso dei quozienti5. Il neologismo tasso centrale10, derivante dall’inglese, si riferisce al tasso ottenuto dividendo gli eventi osservati in un dato periodo (spesso annuale o quinquennale) per la popolazione media6 o popolazione a metà anno6 o per il numero delle persone-anno7 esposte all’evento nel periodo di riferimento. Quest’ultimo si ottiene come somma dei tempi di presenza, espressi in anni, delle diverse persone appartenenti al gruppo osservato. Si distinguono i tassi del momento8 dai tassi per coorte9, dei quali i tassi per generazione9 costituiscono una categoria particolare. I quozienti si ottengono dividendo il numero di eventi non rinnovabili (201-4) di un anno o di un periodo per la numerosità della coorte (116-2) considerata all’inizio dello stesso anno o periodo, corretta al fine di eliminare l’influenza di fenomeni perturbatori.

136

I dati (cfr. 130-2) sono qualificati come dati provvisori1 quando si fondano su informazioni incomplete o quando non sono stati ancora sottoposti a completa revisione, e dati definitivi2 nel caso contrario. I quozienti (135-10) calcolati su dati del genere sono qualificati, rispettivamente, come quozienti provvisori3 e quozienti definitivi4. Allorché informazioni ulteriori conducono a dover modificare un risultato considerato definitivo, si dovrebbe parlare di quozienti riveduti5 piuttosto che di quozienti rettificati5. Quest’ultima espressione viene impiegata in effetti come sinonimo di quozienti corretti6, con tutte le ambiguità che possono derivarne. Si può in effetti correggere un quoziente, non solo quando questo è fondato su dati inesatti, ma anche quando si considera preferibile impiegare un metodo di calcolo atto a fornire risultati più appropriati allo scopo che ci si propone di raggiungere. In quest’ultimo uso si adotta pure l’espressione quozienti depurati6. Il senso preciso dell’espressione risulterà dal contesto. Il migliore modo di precisarlo consiste nel far ricorso a forme quali quoziente corretto rispetto a6 ..., tale fenomeno [ad esempio: quoziente corretto rispetto alle variazioni stagionali (150-5), quoziente depurato dai movimenti migratori (805-1)]. È detto quoziente comparativo7, o quoziente standardizzato7, o quoziente normalizzato7, un quoziente appositamente elaborato al fine di comparare l’intensità di un fenomeno (come la mortalità - cfr. § (403) in diverse popolazioni, al netto dell’incidenza, sulla misura del fenomeno studiato, di determinati fattori di differenziazione caratterizzanti le popolazioni in questione (come la loro struttura per età). In contrapposizione rispetto a questi quozienti elaborati, quelli che si ottengono attraverso calcoli più semplici ed immediati sono indicati come quozienti grezzi8 (cfr. 131-1*). Oltre al metodo della standardizzazione diretta (403-3), vi è anche un metodo di standardizzazione indiretta (403-4), in cui un insieme di tassi specifici (134-6) (ad esempio, i tassi di mortalità per età e sesso), detti anche coefficienti tipo9, sono mantenuti costanti e applicati alle popolazioni poste a confronto, caratterizzate da diverse strutture.

137

Numerosi indici (132-4) utilizzati in demografia si riferiscono ad un determinato periodo di osservazione1. Tale è il caso per la maggior parte dei tassi (133-4) e quozienti demografici (135-10). Si hanno quozienti annuali2 o quozienti annui2, quando i calcoli sono realizzati sulle osservazioni di un anno, e quozienti medi annuali3 o quozienti medi annui3, se sono fondati sulla media di dati pluriennali. Quando i quozienti sono calcolati con riferimento ad un periodo di durata inferiore all’anno, essi vengono riportati a valori annuali4, o convertiti in quozienti annuali4, moltiplicandoli per un conveniente fattore. Si considerano anche i quozienti istantanei5, o tassi istantanei5, definiti come il limite cui tende il quoziente o il tasso (135-5), riportato all’unità di tempo col tendere a zero della durata del periodo di osservazione (cfr. 431-4 e 702-5).
  1. Nei vecchi testi si intende per anno comune un anno ordinario, e l’espressione equivale infatti ad anno medio.
  2. I tassi trimestrali ed i tassi mensili sono generalmente riportati a valori annuali, anche senza che questo venga precisato.

138

L’analisi longitudinale (103-4) ha come principale obiettivo lo studio dell’intensità1 e della cadenza2 dei fenomeni demografici. L’intensità di un fenomeno risultante da un evento non rinnovabile (201-4) si misura sia attraverso l’intensità finale3 dell’evento, sia attraverso il complemento ad uno della stessa. L’intensità finale è pari alla proporzione dei membri della coorte (116-2) che, in assenza di fenomeni perturbatori (103-3), avrebbero vissuto o subito, nel corso dell’esistenza della coorte stessa, l’evento considerato. L’intensità di un fenomeno derivante da un evento rinnovabile (201-5), come le nascite o le migrazioni, si misura attraverso l’equivalente di un numero medio di eventi4 per persona, nel corso dell’esistenza della coorte, sempre in assenza di fenomeni perturbatori. Quanto alla cadenza, essa si definisce come ripartizione nel tempo, in seno ad una coorte, degli eventi demografici corrispondenti al fenomeno studiato. I risultati di una analisi trasversale (103-5) sono solitamente riassunti attraverso indici sintetici (132-5), detti indici del momento5, in contrapposizione agli indici per coorte6 di cui gli indici per generazione6 sono un caso particolare; esistono diversi modi di costruire un indice del momento. Il procedimento maggiormente utilizzato consiste nell’attribuire ad una coorte fittizia7 i tassi o quozienti osservati nella popolazione alle diverse età o alle diverse durate.
  1. Questa intensità finale e, eventualmente, il suo complemento a uno, può assumere diverse denominazioni secondo il fenomeno studiato: probabilità di accrescimento della prole (637-7), frequenza del celibato definitivo (521-1) ... Conviene non utilizzare il termine proporzione in queste denominazioni per riservarlo alle proporzioni osservate; si distinguono così la frequenza del celibato e la proporzione di celibi osservata ad una certa età, calcolata a partire da dati di censimento.
  2. E’ uso corrente attribuire lo stesso nome al numero medio di eventi (138-4) per persona osservato ed al numero medio che sarebbe osservato in assenza di fenomeni perturbatori (103-3), in particolare in assenza di mortalità. Sarebbe opportuno adottare espressioni distinte nei due casi, come: numero medio di figli (cfr. 637-2 e 637-6) e discendenza (cfr. 636-2).
  3. In considerazione del metodo utilizzato per la loro costruzione, gli indici del momento sono spesso denominati come se si trattasse di misure per coorte. Questo può generare delle contraddizioni; è così che la cosiddetta probabilità di accrescimento del momento può risultare superiore ad uno in caso di modifica della cadenza della natalità. Questo inconveniente si evita attraverso la denominazione somma degli eventi ridotti dell’anno ..., indice sintetico equivalente ad un quoziente standardizzato (136-7).

140

La media1 di uso più frequente in demografia è la media aritmetica2 : è a questa che ci si riferisce quando si parla semplicemente di media senza altra precisazione. Essa si ottiene dividendo la somma dei valori osservati per il numero delle osservazioni. Quando tutti i valori osservati sono positivi, si utilizza talvolta la media geometrica3, definita come radice n.ma del prodotto di n valori osservati. È detta media ponderata4 una media ottenuta dopo aver attribuito ad ogni osservazione dei coefficiente di ponderazione5, o pesi5, particolari. La mediana6 è il valore che occupa il posto centrale in un insieme7 ordinato di valori. La moda8 è il valore che appare il maggior numero di volte in una successione di valori osservati.
  1. Media, s.f. - medio, agg.
  2. Ponderare, v.t. - ponderazione, s.f.
  3. Mediana, s.f. - mediano, agg.
  4. Moda, s.f. - modale, agg.

141

Si studia sotto il nome di dispersione1 o variabilità1 di un insieme di osservazioni, il modo in cui queste differiscono le une dalle altre. Una delle nozioni fondamentali in materia è quella di scarto2, o scostamento2, che designa la differenza tra due valori. Lo scarto può essere misurato fra valori osservati presi a due a due o fra ciascuno di questi ed un altro valore: la loro media (140-1 ), per esempio. Faremo qui menzione solo dei più comuni indici di variabilità3, o indici di dispersione3 (cf. 132-4). Si chiama campo di variazione4 la differenza fra il massimo e il minimo valore osservato. La differenza interquartile5, che è data dalla differenza tra il 3° e il 1° quartile (142-2), abbraccia una metà delle osservazioni. Si considera talvolta la semi-differenza interquartile6. Lo scarto semplice medio7, o scostamento semplice medio dalla media aritmetica7 è dato dalla media aritmetica (140-2) dei valori assoluti degli scarti fra valori osservati e la loro media aritmetica. La varianza8 è la media aritmetica dei quadrati degli scarti fra i valori osservati e la loro media aritmetica. Lo scostamento quadratico medio9, o scarto quadratico medio9, è la radice quadrata della varianza.

142

In un insieme ordinato di valori, crescenti o decrescenti, quei valori che lasciano frazioni date delle osservazioni al di sotto, o al di sopra, possono servire a costruire degli indici di dispersione (141-3), detti genericamente quantili1. Fra questi, si possono citare la mediana (140-6), i quartili2, i decili3 ed i centili4, che ripartiscono l’insieme dei valori ordinati secondo la grandezza rispettivamente in due, quattro, dieci, cento sottoinsiemi successivi, ognuno contenente un egual numero di valori osservati.

143

Una grandezza è detta continua1 in un certo intervallo, se può assumere tutti i valori dell’intervallo; nel caso contrario è detta discontinua2 nell’intervallo considerato. Spesso in demografìa si ha a che fare con variabili (131-5) le quali possono assumere solo valori isolati: si dice allora che tali valori formano un insieme discreto3 e che la variabile corrispondente è discreta3.
  1. continuo, agg. — continuità, s.f.
  2. discontinuo, agg. — discontinuità, s.f.

144

La ripartizione di una popolazione (101-3) di unità statistiche in classi (130-8), secondo le modalità di un certo carattere, permette di studiare la distribuzione1 di quel carattere nella popolazione in parola.
Il rapporto del numero di casi che rientrano in una classe2 alla popolazione complessiva costituisce la frequenza relativa3, mentre l’espressione frequenza assoluta2 indica il numero di casi che rientrano in una classe. Il termine distribuzione è poco utilizzato in demografia: si preferisce parlare di ripartizione4 della popolazione in categorie (cfr. 320-1 ) secondo questo o quel carattere, o della sua struttura (101-2), o composizione4, in generale o con riferimento ad un determinato carattere.
  1. I termini ripartizione, maggiormente utilizzato, classificazione, pressoché equivalente ma meno usato, composizione, struttura sono spesso utilizzati indifferentemente, con un complemento preceduto dalla preposizione per. Dopo il termine classificazione il termine che segue la preposizione per dovrebbe essere al plurale; analogamente per il termine ripartizione. L’uso del singolare è tuttavia diffuso, senza dubbio perché questo viene impiegato negli altri casi. I termini struttura e composizione, si impiegano normalmente senza complemento: si dice, per esempio, che la demografia studia le popolazioni sotto il duplice aspetto della numerosità e della struttura, dove quest’ultimo termine ingloba tutte le possibili ripartizioni.

150

La successione dei valori osservati nel corso del tempo per una determinata variabile (131-5) – come il numero mensile di nascite – costituisce una serie storica1 o serie temporale1 o serie cronologica1. Lo studio di una serie storica permette talvolta di isolare una tendenza generale2, o tendenza di fondo2, della medesima da andamenti particolari3, o variazioni particolari3, o fluttuazioni3, che vi si sovrappongano.
Quando un andamento particolare mostra una tendenza a ripresentarsi ad intervalli di tempo approssimativamente regolari, si parla di un andamento periodico4, o di una variazione periodica4 o variazione ciclica4.
Il caso più comune in demografìa è quello delle fluttuazioni a periodicità annua, collegate con l’alternarsi delle stagioni, per cui si parla di movimenti stagionali5, o variazioni stagionali5. Le irregolarità6 che sussistono dopo che si è dato conto delle variazioni suscettibili di interpretazione specifica nei sensi menzionati, costituiscono le cosiddette variazioni residue6, o variazioni residuali6. Queste possono includere le variazioni erratiche6, o variazioni saltuarie6, dovute a fenomeni eccezionali, come una guerra.
Quando il numero di osservazioni è relativamente esiguo, tutta o parte dell’irregolarità che si manifesta in una successione statistica può essere attribuita al caso: si usa parlare in tal caso di variazioni aleatorie7, o fluttuazioni aleatorie7.
  1. Si noti che il termine variazione usato senza altra specificazione ha un significato generalissimo e può essere impiegato per indicare ogni modifica nel valore di una variabile.
  2. periodico, agg. — periodo, s.m. — periodicità, — s.f. ciclico, agg. — ciclo, s.m. — ciclicità, s.f.
  3. Queste espressioni sono talvolta utilizzate nel senso di 150-4, l’aggettivo stagionale è in tal caso spogliato del suo significato originale. Si noti che il termine stagionale è impiegato anche come s.m. nel senso di lavoratore stagionale (cf. 356-4*).
  4. irregolarità, s.f. - irregolare, agg.
    perturbazione, s.f. - perturbare, v.t. - perturbatore, agg.
  5. Alelatorio, agg. : sottoposto all’influenza del caso (cf. 161-1).

151

Si rende talvolta opportuno sostituire ad una successione empirica di dati (cfr. 130-2), perturbati da irregolarità di varia natura, un’altra più regolare, detta aggiustata1. Si dice allora che si fa una perequazione1, o graduazione1, dei dati osservati. Il principio della perequazione consiste nel far passare una curva regolare il più vicino possibile all’insieme dei punti che rappresentano le osservazioni grezze (131-1*).
Nella perequazione grafica2, la curva è tracciata ad arbitrio del disegnatore o rispettando determinati criteri di opportunità; con la perequazione analitica3, i valori osservati sono adattati ad una funzione matematica scelta a priori, i cui parametri vengono determinati analiticamente, ad esempio col metodo dei minimi quadrati4, il quale rende minima la somma dei quadrati delle differenze fra i valori empirici e quelli teorici; tra gli altri metodi matematici di perequazione, menzioniamo quelli che utilizzano le medie mobili5, con ponderazione o senza, e il calcolo delle differenze finite6. Certi metodi di perequazione possono essere utilizzati per l’interpolazione7, cioè per la determinazione di valori di una funzione corrispondenti a valori dell’argomento intermedi a quelli osservati, o per l’estrapolazione8, cioè la determinazione di valori al di fuori del campo di osservazione della variabile indipendente.
  1. perequare, v.t. - graduare, v.t.
  2. Interpolazione, s.f. - interpolare, v.t.
  3. Estrapolazione, s.f. - estrapolare, v.t.

152

Si osserva spesso una tendenza delle persone interrogate a fornire le loro risposte in cifra tonda1. Questo fenomeno è noto sotto il nome di tendenza all’arrotondamento2, e si estende, oltre ai multipli di dieci, anche ad altre cifre preferite3, o cifre simpatiche3, per esempio ai multipli di 5 o a certi numeri pari. Per studiarlo si può far ricorso ad indici di tendenza all’arrotondamento4 (cfr. 132-4). I dati riguardanti le età devono spesso essere corretti a causa di diversi altri errori di dichiarazione dell’età5 o false dichiarazioni dell’età5.
  1. tondo, agg.: si dice propriamente di una cifra terminante per zero. - arrotondare (v.t.) un numero: in senso proprio, sostituire ad esso il numero tondo più vicino. - arrontondato, pp. ff. s.m.

153

I valori numerici di funzioni demografiche (cfr. 432-2 e 634-2) vengono di solito presentati in tavole1: come ad esempio nelle tavole di mortalità (432-1), nelle tavole di nuzialità (522-1) o nelle tavole di fecondità (639-2). Si distingue fra le tavole per contemporanei2, fondate su osservazioni raccolte in un certo periodo di tempo solitamente piuttosto breve, e le tavole per coorte3, fondate sull’osservazione di una coorte (116-2) nel corso della sua esistenza. Le tavole per generazione, costituiscono un caso particolare delle tavole per coorte.
Nelle tavole a estinzione multipla4, diversi eventi non rinnovabili (201-4) intervengono simultaneamente, primo matrimonio (514-8) e mortalità dei celibi, per esempio; le tavole di questo tipo più frequentemente utilizzate sono le tavole a doppia estinzione4. Le tavole prospettiche5 forniscono valori numerici di funzioni demografiche, probabilità di sopravvivenza (431-6) per esempio, direttamente utilizzabili nei calcoli prospettici (cf. 720-2). Le schede di partenza hanno in comune la radice che si riduce in maniera monotona. Per quantità che possono presentare decrementi o incrementi, ad esempio i matrimoni, vengono stabilite tavole a doppia entrata6 contenenti decrementi e incrementi.

154

Quando i dati disponibili non consentono di precisare con esattezza il valore di una grandezza, questa può essere stimata1, con maggiore o minore precisione. La corrispondente operazione prende il nome di stima2, e stima3 dicesi anche il risultato della medesima, cioè il valore stimato3. Il termine stima4 si applica anche a valori congetturali, fondati su elementi incerti, o troppo scarsi, e che possono al massimo servire solo ad indicare l’ordine di grandezza5 della quantità considerata.

155

Per illustrare una documentazione statistica si può ricorrere a vari tipi di rappresentazioni grafiche1, o grafici1. In particolare, la demografia fa molto uso di diagrammi2 e cartogrammi3. Per chiarire un’esposizione si possono usare anche schemi grafici4, figure semplificate finalizzate alla chiarezza dell’esposizione, senza pretesa di fornire una rappresentazione fedele della realtà. Un diagramma nel quale si impiega la scala aritmetica su uno degli assi delle coordinate e quella logaritmica sull’altro è un diagramma semilogaritmico5; ma è spesso chiamato impropriamente diagramma logaritmico5. Più propriamente, in un diagramma logaritmico6, o diagramma a doppia scala logaritmica6, si usa la scala logaritmica su ambedue gli assi. Per rappresentare una distribuzione di frequenza (144-1) si può far ricorso, tra l’altro, ad un poligono di frequenza7, ottenuto unendo con segmenti rettilinei i punti immagine delle frequenze (144-3) delle varie classi; o ad un istogramma8, nel quale ogni frequenza viene rappresentata dalla superficie di un rettangolo avente per base l’ampiezza delle classi (caso delle variabili continue); o ancora ad un diagramma a barre verticali9, o diagramma ad ordinate9, in cui ogni frequenza è rappresentata da un segmento di lunghezza proporzionale alla frequenza medesima (caso delle variabili discrete - 143-3), o ad una ogiva10, che rappresenta la distribuzione delle frequenze cumulate..
  1. cartogramma, s.m. — cartografico, agg.

160

Si dice sondaggio1 un insieme di operazioni con le quali ci si propone di studiare la distribuzione (144-1) di certi caratteri in una popolazione (101-3) complessiva, partendo da osservazioni condotte soltanto su una porzione della medesima, che si chiama campione2. L’unità utilizzata per la formazione del campione prende nome di unità di campionamento4, e può essere composta da una o più delle unità elementari3, il cui insieme costituisce la popolazione. La scelta delle unità di campionamento avviene in base ad un piano di campionamento5, o sistema di campionamento5.
  1. campione, s.m. — campionario, agg.

161

Si dice sondaggio probabilistico1 (cf. 134-1*) un sondaggio (160-1) in cui il campione (160-2) è formato per mezzo di una o più estrazioni a caso2, o estrazioni a sorte2 realizzate sulla totalità o su una parte dell’insieme da studiare. Questa tecnica implica l’utilizzazione di una lista a partire dalla quale è possibile estrarre un campione, nel quale figurino le unità di campionamento (160-4) senza omissioni né ripetizioni. Questa lista costituisce ciò che si chiama la base del sondaggio3. Nel sondaggio casuale semplice4, le unità elementari (160-3) sono usate come unità di campionamento e sono estratte a sorte una per una. La frazione di unità estratte prende il nome di frazione di sondaggio5, o frazione di campionamento5.
Si chiama campione sistematico6 un campione ottenuto attraverso un’estrazione sistematica7, numerando successivamente le unità di campionamento, e prendendo la ’’n’’.ma, la ’’(’’n + s).ma, la ’’(n’’ + 2 s).ma, ..., ecc, ove ’’n’’ è scelto a caso e non è maggiore di ’’s.’’ Nel sondaggio a grappoli8, le unità costitutive del campione non sono estratte a sorte una per una, ma per gruppi, detti grappoli9.
  1. estrazione, s.f. — estrarre, v.t.
  2. Si distingue eventualmente la frazione di campionamento, prevista nel piano di campionamento, dalla frazione calcolata a posteriori e che può differire leggermente dalla prima.

162

Nel sondaggio casuale stratificato1 le unità di campionamento (160-4) sono raggruppate in strati2, che si presumono più omogenei (134-4*), nei riguardi dei caratteri studiati, rispetto alla popolazione (101-3) complessiva; si estrae un campione da ogni strato, adottando una frazione di campionamento (161-5), eventualmente diversa nei vari strati. Nel sondaggio a più stadi3, la formazione del campione (160-2) risulta da estrazioni successive di unità di campionamento di diversi ordini: si sceglie, innanzitutto, un campione di unità del primo ordine, dette unità primarie4, poi un subcampione5 di unità del secondo ordine, dette unità secondarie6, in ciascuna delle unità del primo ordine estratte in precedenza, e così, eventualmente, di seguito. Si definisce sondaggio per aree7 un sondaggio (160-1) in cui l’unità di campionamento è costituita da una frazione del territorio occupato dalla popolazione considerata.
  1. stratificare, v.t. : ripartire in strati - stratificazione, s.f.

163

In un campionamento casuale semplice (161-4) si fa intervenire il caso per ottenere un campione rappresentativo1, cioè un campione che offra un’immagine relativamente fedele della popolazione studiata, in rapporto all’insieme dei caratteri presi in considerazione. In un campionamento per quote2, invece, si sceglie a priori il campione in maniera tale che esso dia una buona rappresentazione della popolazione sotto esame nei riguardi di qualcuno dei caratteri considerati; si realizza assegnando ad ogni intervistatore (204-2) il numero, o la frazione, di unità possedenti un certo carattere che il suo campione dovrà includere: rispettando tali contingenti3 (valori assoluti), o quote3 (proporzioni), egli è poi libero di scegliere gli elementi costitutivi del suo campione, mentre nel sondaggio probabilistico (161-1), egli deve intervistare esclusivamente le unità a lui designate attraverso estrazione a sorte.

164

Il termine parametro statistico1 può essere riferito a qualunque valore numerico che caratterizzi una popolazione (101-3). La stima statistica2 è un’operazione che mira a determinare il valore di detti parametri partendo dai risultati di un sondaggio (160-1).
Le stime (154-3) così ottenute sono affette da errori di campionamento3: una misura della grandezza di questi errori viene ottenuta generalmente mediante il calcolo dello scostamento quadratico medio (141-9) delle stime, il quale allora prende nome di errore quadratico medio4, o anche, spesso, semplicemente di errore medio4. Talvolta si associa alla stima un intervallo di confidenza5, intervallo aleatorio che, con una certa probabilità definita a priori, contiene il valore della grandezza stimata. Si dice che fra due valori esiste differenza significativa6 quando, nel caso in cui sia vera l’ipotesi sottoposta a verifica, la probabilità che per effetto del caso si registri una differenza non inferiore è minore di un certo livello di significatività7. Agli errori di campionamento, si aggiungono gli errori di osservazione8 tra i quali gli errori dell’intervistatore9 o errori sistematici introdotti dall’intervistatore (204-2) nel momento della raccolta dei dati.

Capitolo 2 • Elaborazione delle statistiche demografiche

201

Si distingue fra le statistiche dello stato della popolazione1 e le statistiche del movimento della popolazione2. Le prime documentano sulla popolazione come un insieme di unità statistiche (110-1) concrete — individui, famiglie, ecc. — considerate in un dato momento; le seconde registrano le incessanti modifiche che si producono nella popolazione e fanno riferimento essenzialmente ad unità statistiche astratte, o eventi demografici3, o più brevemente eventi3 (nascite, matrimoni, cambiamenti di residenza, decessi, ecc.) avvenuti in un determinato periodo di tempo. Si distingue fra eventi non rinnovabili4, come i decessi (401-3), ed eventi rinnovabili5, come le gravidanze (602-5), i parti (603-4); agli eventi rinnovabili è attribuito un rango6 o ordine6 sulla base del numero di eventi dello stesso genere verificatisi in precedenza.
Le statistiche del movimento della popolazione forniscono la base per uno studio dello sviluppo della popolazione7 o, come si dice anche, della dinamica demografica7. La più importante fonte di documentazione circa lo stato della popolazione8 è data dai censimenti (cfr. § 202). Le statistiche dello stato civile (212-1) costituiscono la principale fonte di informazione per lo studio del movimento della popolazione9, detto anche movimento generale della popolazione9 (cfr. § 701). Queste, tuttavia, riguardano solo il movimento naturale10 della popolazione, e cioè i mutamenti che nella medesima si verificano, a prescindere dai trasferimenti di persone fra la popolazione studiata e altre popolazioni (cfr. 805-1 ). Le migrazioni, che sono a volte indicate come il movimento della popolazione sul territorio11. Logicamente, anche le statistiche delle migrazioni (812-1) vanno incluse fra le statistiche del movimento della popolazione.
  1. In demografia, il termine movimento è spesso sinonimo di cambiamento, che si tratti di un cambiamento di posizione nello spazio (cfr. movimento migratorio 801-3) o di un cambiamento di dimensione nel tempo. È in quest’ultimo senso che il termine va qui inteso, analogamente quando si parla di movimento delle nascite, dei decessi, ecc. (cfr. § 150). Nell’espressione movimento generale della popolazione, l’aggettivo generale significa che tutti i movimenti di questa natura sono presi in considerazione, cosa che conferisce all’espressione movimento generale un significato molto diverso da quello di 150-2.

202

I censimenti della popolazione1 hanno come scopo la raccolta di informazioni circa lo stato della popolazione (201-8) in un dato momento. Per lo più vengono simultaneamente censiti tutti gli abitanti di un Paese: si dice allora che si procede ad un censimento generale2. Le operazioni di censimento vengono però talvolta limitate ad una particolare categoria di abitanti o ad una frazione del territorio: si può parlare, in questo caso, di censimento parziale3, o di censimento speciale3. Nei due casi, si tratta di operazioni esaustive4, nel senso che si fa una rilevazione delle notizie volute per ognuno degli individui appartenenti alla popolazione o categoria considerata. Non si farà pertanto confusione fra censimenti parziali e indagini campionarie5, che sono, al contrario, limitate ad un campione (160-2), in genere grande, della popolazione; esse appartengono dunque alla categoria delle indagini per sondaggio6 (cf. § 160). Per mettere a punto un metodo di censimento, o d’indagine (203-4), vengono talvolta effettuati censimenti pilota7, o indagini pilota7. Per verificare la completezza (230-2) e la precisione dei dati raccolti in un censimento, si procede inoltre ad una verifica post-censuaria8 attraverso un’indagine di verifica del censimento9.
  1. censimento, s.m. — censire, v.t. — censuario, agg.
    Il periodo intercensuario è il lasso di tempo che corre fra due censimenti.
    I censimenti moderni corrispondono a quella che un tempo veniva chiamata conta delle anime (cf. 110-2). Si intendeva allora in effetti per censimento ogni valutazione – anche molto approssimativa – fondata più o meno direttamente su qualche conteggio (203-2) o enumerazione (203-1). Un censimento della popolazione poteva basarsi, per esempio, sul conteggio dei battesimi (214-2) registrati nel corso di un certo numero di anni, o su di una enumerazione dei focolari (110-3), o delle parrocchie (214-1*).

203

Si chiama enumerazione1 un’operazione destinata a fornire una cifra globale. L’enumerazione differisce dal semplice conteggio2, poiché alla prima si accompagna generalmente la stesura di una lista3. Il vocabolo indagine4 (cfr. 202-5) designa normalmente un insieme di operazioni destinate a fornire informazioni e dati su un determinato fenomeno, ed in tal senso aventi un obiettivo limitato (ad esempio, indagine sulla mortalità, sulle forze di lavoro); può assumere tuttavia un’accezione molto più larga (cfr. 202-6). Si chiamano talvolta indagini sul terreno5, o indagini sul campo5, quelle indagini in cui le informazioni vengono ottenute a mezzo di intervista diretta6 delle persone prese in considerazione. Nelle indagini per corrispondenza7, o indagini postali7, viene inviato per mezzo della posta un questionario agli intervistati (204-1), con la richiesta di restituirlo compilato.
È detta indagine retrospettiva8, un’indagine su avvenimenti demografici passati; nelle indagini longitudinali9, si annotano, a partire dalla seconda visita, gli eventi verificatisi dopo l’ultimo passaggio. Non si confonda con l’indagine ripetuta10, espressione che si applica al caso in cui l’intervistatore (204-2) è obbligato a realizzare l’intervista più volte. Nel caso dei censimenti, si procede sia per censimento diretto11, che per censimento con compilazione autonoma12 da parte del censito; nel primo caso, l’ufficiale di censimento (204-2) annota lui stesso le informazioni fornite dai censiti o in loro nome; nel secondo caso, i modelli di censimento sono compilati direttamente dai censiti (204-1); il censimento con compilazione autonoma può assumere la forma di un censimento per via postale13.
  1. enumerazione, s.f. - enumerare, v.t.
  2. conteggio, s.m. contare, v.t.
  3. Indagine, s.f. - indagare, v.i.

204

Si dicono censiti1 e, rispettivamente, intervistati1 gli individui oggetto di un censimento (202-1 *) o di una indagine (203-4). Le persone incaricate della rilevazione (130-4*) dei dati concernenti tali individui sono chiamate, rispettivamente, agenti di censimento2, o ufficiali di censimento2, e intervistatori2. Gli agenti di censimento lavorano sotto il controllo di ispettori3 del censimento. I censimenti generali (202-2) vengono di solito effettuati dal principale ente pubblico adibito alle rilevazioni statistiche ufficiali, che può essere denominato Ufficio di statistica4, Istituto di statistica4, ecc., e può eventualmente ricevere la qualifica di centrale, nazionale, federale, e via dicendo.

205

I censimenti, in generale, hanno carattere obbligatorio1, o coatto1. Tuttavia, nella maggior parte delle classificazioni si prevede una voce destinata a raggruppare i casi a modalità non dichiarata (230-11). In certe indagini su base volontaria2 (cfr. 203-4), il problema delle mancate risposte3 può assumere grande importanza. È questo il caso soprattutto delle indagini per posta (203-7), nelle quali sovente si rendono necessari solleciti4, ancora a mezzo posta, o visite ripetute4 a domicilio. La mancata collaborazione da parte delle persone che non forniscono alcuna risposta5, può venire, o da un loro rifiuto6 a collaborare all’indagine (203-4), o dalla loro assenza7 allorchè l’intervistatore (204-2) ha cercato di prendere contatto con loro.
La percentuale dei rifiuti8 a rispondere ad una domanda è un indicatore utile a valutare le reazioni degli intervistati (204-1). La sostituzione di un’unità di campionamento (160-4) inutilizzabile con un’altra è detta sostituzione9.
  1. assenza, s.f. — assente, agg. ff. s.m.

206

Gli stampati1 utilizzati per le rilevazioni demografiche hanno ricevuto una varietà di denominazioni. Accanto alla denominazione generica di modelli1, o moduli1, si usano quella di schede2 (cfr. 207-1 e 212-2), per lo più in riferimento ad eventi di carattere individuale (come nascite e morti), e quella di fogli2 (cfr. 207-2 e 207-4), per informazioni relative a nuclei di persone (come famiglie e convivenze).
Per questi modelli si usa spesso la forma ed il nome di questionari3; questi vengono talvolta riempiti4, o compilati4, dagli stessi interessati. In altri casi, gli intervistatori vi riportano le dichiarazioni5 degli interrogati, o anche notizie6, o informazioni6, quest’ultime sono ricavate7, o desunte7, da documenti che non sono stati espressamente formati a fini statistici. Le domande contenute nel questionario possono essere di due tipi: domande chiuse8, alle quali occorre rispondere solo attraverso una delle modalità presenti nel questionario, e domande aperte9 alle quali le persone interrogate forniscono una risposta spontanea.
  1. scheda, s.f. — schedario, s.m.: raccolta ordinata di schede.
  2. dichiarazione, s.f. — dichiarare, v.t.

207

Nei censimenti (202-1*) vengono utilizzati diversi tipi di modelli (206-1), anche in combinazione tra loro. I principali sono: la scheda individuale1, destinata a ricevere i dati riferentisi ad una singola persona; il foglio di famiglia2, per le notizie relative a ciascun membro di una famiglia di censimento (110-3); il foglio di convivenza4, usato per le convivenze non familiari; e la lista nominativa3, in cui l’agente di censimento (204-2) iscrive successivamente tutti gli individui che censisce, con le informazioni che li riguardano.
  1. Il foglio di famiglia serve a censire tutte le persone che vivono in una stessa abitazione (120-1).

210

Le operazioni di censimento1 (cfr. 202-1) si svolgono generalmente nel quadro di unità territoriali accuratamente delimitate: le sezioni di censimento2, affidate a ciascun agente di censimento (204-2), ed eventualmente le frazioni di censimento3, ciascuna comprendente una o più sezioni – in Francia, il territorio comunale (cfr. 303-1) costituisce frazione di censimento. Nelle città, la sezione di censimento è generalmente formata da uno o più isolati4. L’isolato può essere definito come un fabbricato, od un insieme di fabbricati contigui, circondato da spazi destinati alla viabilità (vie, piazze, ecc.) e talora delimitato, da qualche lato, da ostacoli (ferrovie, corsi d’acqua, ecc.). In previsione di particolari analisi - specialmente analisi per quartieri (306-7) - o di futuri sondaggi (160-1), il territorio delle grandi città è talvolta ripartito in settori di spoglio5 (cf. 220-1), per i quali sono realizzate tavole statistiche particolari; in tal caso, i settori di spoglio sono formati da una o più sezioni di censimento.

211

In molti Paesi i principali eventi (201-3), detti anche eventi di stato civile1, che interessano lo stato delle persone, o stato civile2, formano oggetto di atti pubblici, destinati a fornirne la prova, chiamati atti di stato civile3. Speciali registri, detti registri dello stato civile4, vengono talvolta destinati alla raccolta di atti di tale natura. I registri più comunemente adottati sono tre: registro di nascita5, per gli atti di nascita6, il registro di matrimonio7, per gli atti di matrimonio8 ed il registro di morte9, per gli atti di morte10. La persona che ha la responsabilità di tenere questi registri è l’ufficiale di stato civile11.
  1. registro, s.m. — registrare, v.t. — registrazione, s.f.: l’azione di registrare. trascrivere, v.t. — trascrizione, s.f.: operazione che consiste nella riproduzione totale o parziale nel registro appropriato di tutto o parte di un atto formato in altra sede, o di un dispositivo giudiziario (cfr. 511-2*).
    Non si confondano i registri dello stato civile col registro della popolazione (213-1).

212

Le statistiche di stato civile1, ottenute in origine attraverso spoglio (220-1) dei registri di stato civile (211-4), sono oggi generalmente elaborate a partire dalle schede di stato civile2 ad uso statistico, compilate nel momento della registrazione (211-4*) di tali atti. Poiché le nascite (601-3) ed i decessi (401-3) avvengono sempre più spesso fuori dal comune di residenza abituale, si è portati a ricondurre tali fatti a detto comune; questa operazione è chiamata domiciliazione3 dei fatti di stato civile (211-1 ).
  1. Non si confondano la scheda di nascita, scheda di matrimonio e scheda di morte (430-1) di questo tipo con le schede amministrative aventi denominazioni simili.
    In Francia, le trascrizioni (211-4*) sui registri di stato civile danno luogo anche alla formazione di schede ad uso statistico. Ad eccezione delle schede di divorzio, che hanno forma particolare, queste schede, caratterizzate da un modello uniforme, sono dette schede di trascrizione.

213

Il registro della popolazione1 in origine era un registro nel quale erano elencati tutti gli abitanti di un comune, tenuto aggiornato in guisa da rappresentare, in ogni momento, lo stato della popolazione (201-8) del comune. L’espressione è rimasta per indicare una sorta di schedario — anagrafe1 — che in genere sostituisce, ai nostri giorni, il primitivo registro. In un sistema del genere, che potremmo qualificare come uno schedario permanente della popolazione2, la popolazione di un certo territorio è rappresentata da una serie di schede anagrafiche3, o fogli anagrafici3, che contengono varie informazioni riguardanti l’individuo, o rispettivamente la famiglia o la convivenza (110-3). Su queste schede sono annotate le principali informazioni relative allo stato civile (211-2) dell’individuo (o degli individui) in causa. L’anagrafe è regolarmente aggiornata4 sulla base delle informazioni ottenute circa il movimento della popolazione (201-9), in particolare su quelle concernenti i cambiamenti di residenza5 (310-6*), la cui dichiarazione è indispensabile al buon funzionamento dell’intero sistema. Il registro della popolazione viene riveduto6 sulla base dei risultati dei censimenti (202-1*); inoltre, periodicamente si effettuano speciali operazioni di verifica7 al fine di mantenerlo correttamente aggiornato.
Non si confonda il registro della popolazione con i registri dello stato civile (211-4).
In Italia le schede anagrafiche seguono sempre le unità demografiche cui si riferiscono quando queste trasferiscono la loro dimora abituale da una giurisdizione territoriale ad un’altra. Invece, gli atti di stato civile vengono conservati in originale presso le unità locali (i comuni: 303-1) ove sono stati compilati (cioè nella giurisdizione territoriale ove si sono verificati gli eventi) e vengono trascritti nel luogo di nascita delle persone cui si riferiscono. La diversa funzione del registro della popolazione rispetto a quelli dello stato civile dipende anche da questa loro diversa dinamica.
  1. anagrafe, s.f. — anagrafico, agg.
  2. Scheda, s.f. - schedario, s.m. : insieme di schede.
  3. aggiornamento, s.m. — aggiornare, v.t. tenuta, s.f. — tenere, v.t.
  4. Collazionare, v.t. - collazionamento, s.m.

214

La demografia storica (102-1) utilizza, soprattutto, documenti che precedono o prefigurano lo stato civile (211-2) e le liste nominative (207-3) di censimento. I registri parrocchiali1 contengono, insieme alle altre informazioni o in registri separati, l’equivalente religioso dei fatti di stato civile (211-1 ) che sono i battesimi2, i matrimoni religiosi (503-2) e le sepolture3; per i bambini battezzati d’urgenza4 in casa e deceduti prima del battesimo solenne, non vi è che un atto di sepoltura. Le liste riguardano sia una parte che, più raramente, la totalità della popolazione; vi si trovano: gli stati delle anime6 o status animarum6, liste nominative di tutti i parrocchiani, le liste dei comunicandi7, le liste della cresima8; inoltre, in ambito amministrativo o fiscale, le liste dei focolari9, le liste dei contribuenti9 e il ruolo delle imposte10, in ambito militare, le liste dei coscritti11.
  1. Parrocchiale, agg. - parrocchia, s.f.

215

L’utilizzazione a fini statistici dei registri parrocchiali (214-1) avviene con l’ausilio di diversi stampati: schede d’atto1, termine generico che include le schede di battesimo2, le schede di matrimonio3 e le schede di sepoltura4; vi figurano, oltre ai soggetti dell’atto5 (battezzato, sposi, defunto), i padrini6, le madrine7 ed i testimoni8. Altre schede di trascrizione11 sono utilizzate per estrarre informazioni riassuntive, siano esse schede nominative9 o schede anonime10. La ricostruzione delle famiglie (638-2) si realizza grazie alle schede di famiglia. Le genealogie12, nella misura in cui permettono di ricostruire la discendenza (114-1) di un individuo o di una famiglia, costituiscono, sotto determinate condizioni, una fonte preziosa di informazioni sulle caratteristiche demografiche della classe dirigente.

220

Tecnicamente, lo spoglio1 consiste nella estrazione, da documenti non specificamente concepiti a fini statistici, di un insieme di informazioni destinate a divenire oggetto di analisi statistica (130-9). Le informazioni così raccolte sono sottomesse ad un trattamento2, che può essere manuale3, meccanografico4 o meccanico4, informatico5o misto. Il trattamento manuale fa ricorso al massimo ad una calcolatrice6. Lo spoglio meccanografico viene effettuato a mezzo di macchine elettrocontabili3, o macchine statistiche3 (224-2); lo spoglio informatico fa ricorso a macchine elettroniche (224-1 ).
Qualunque sia la modalità di trattamento adottata, non esiste che un numero ristretto di classi di operazioni7 da effettuare: trattamento8 dell’informazione grezza, classificazione (130-7) o calcolo (132-3*), edizione dei risultati9. Queste operazioni risultano più o meno complesse secondo la modalità di trattamento scelta.
  1. Spoglio, s.m.
  2. Trattamento, s.m. - trattare, v.t. Si dice trattare un’informazione o sottomettere un’informazione, o dei dati, ad un trattamento.

221

Le operazioni di trattamento (220-8) dell’informazione necessitano generalmente di una codificazione1 preliminare delle informazioni contenute nel documento originale2. Un codice3 è una corrispondenza tra informazioni espresse in linguaggio corrente ed una traduzione, numerica o meno, destinata a rendere più efficace il trattamento statistico. Per estensione, la raccolta — sorta di dizionario — che descrive il codice è detta anch’essa codice. Il codice è concepito nella maggior parte dei casi per permettere una ulteriore codificazione immediata. Si deve distinguere fra il codice e la nomenclatura4, che è una semplice raccolta terminologica. Certe nomenclature, tuttavia, vengono presentate sotto forma di classificazioni (130-7*) e sono allora assimilabili a veri e propri codici quando ogni voce5 o rubrica5 vi venga designata con uno o più numeri di codice. I dati così codificati rappresentano una forma particolare di scheda (213-3*) il cui supporto può essere di varia natura. La seconda fase del trattamento è la pulizia6 di tale scheda, eliminazione degli errori evidenziati dai controlli di validità7 e dalle verifiche di coerenza7; tali controlli sono realizzati all’interno di ogni unità statistica (110-1) o tra le diverse unità; la correzione degli errori rilevati si realizza ritornando al documento di base o attraverso un procedimento automatico.
  1. codificazione, s.f. — codificare, v.t.
  2. Pulizia, s.m. - pulire, v.t.

222

I prodotti della raccolta dei dati sono raramente utilizzati direttamente; essi sono oggetto di classificazione (130-7), operazione che normalmente conduce ad una presentazione ordinata sotto forma di tavole statistiche (131-4). Vi si può pervenire attraverso un selezione1, operazione, manuale o meccanica, il cui risultato è un nuovo ordinamento degli elementi di un insieme secondo una regola definita a priori. Si procede anche per conteggio (203-2), contando tra gli elementi passati sistematicamente in rassegna, quelli che presentano determinate caratteristiche. Nelle due operazioni, queste caratteristiche possono essere i valori di uno o più caratteri quantitativi o le modalità2 di uno o più caratteri qualitativi (131-6). Ben pochi studi possono fare a meno di calcoli, semplici o complessi, isolati o ripetitivi; i calcolatori (225-2) hanno reso possibili calcoli un tempo troppo lunghi per essere realizzati correttamente; così, per esempio, si è sviluppato l’uso dei metodi di analisi dei dati3. I modelli, deterministici (730-4) o stocastici (730-5), richiedono spesso calcoli importanti; lo stesso vale per le simulazioni (730-6).
  1. Selezione, s.m. - Selezionare, v.t.

223

Le operazioni di edizione (cf. 220-9) forniscono sotto forma pratica i risultati del trattamento (220-2): liste1, tavole statistiche (131-4), grafici (155-2) o cartografie (155-3*), strumenti privilegiati della statistica descrittiva2. La pratica del disegno automatico3 o della cartografia automatica3 permette di realizzare numerose prove di rappresentazione dei risultati.

224

Il trattamento (220-2) puramente meccanografico (220-4) non è praticamente più utilizzato: le macchine elettroniche1 sostituiscono le macchine elettromeccaniche2 poiché offrono maggiori possibilità. Nella maggior parte dei casi, l’informazione di base, codificata (221-1*) preliminarmente, può essere trascritta su schede perforate3 grazie alla perforatrice4. La verificatrice5 permette di verificare che l’operazione precedente sia stata correttamente realizzata. Queste due macchine, già utilizzate nel trattamento meccanografico (220-4), sono rimaste di uso corrente poiché le schede perforate vengono frequentemente utilizzate al fine dell’inserimento dei dati nel calcolatore (225-2). Non altrettanto può dirsi della selezionatrice6, che mette le schede in ordine, per gruppi corrispondenti alla classificazione, e della tabulatrice7, che fornisce delle tavole statistiche. I dati di base sono sempre più frequentemente trascritti direttamente su supporto magnetico, nastri magnetici (226-4) o dischi (226-5), senza l’intermediario delle schede perforate.

225

Numerosi studi demografici sono realizzati grazie all’elaborazione elettronica dell’informazione1, cioè necessitano l’utilizzo del calcolatore2. L’hardware3 ne costituisce la parte fisica, mentre il software4 fornisce all’utilizzatore5 i mezzi per accedervi. Gli informatici6 sono gli specialisti che mettono in funzione i calcolatori; tra questi, i programmatori7 scrivono dei programmi8 concepiti per gli analisti9.
  1. chiamato anche computer.

226

La parte fisica (225-3) del computer (225-2) comprende essenzialmente una o più unità centrali1, la memoria2, una o più memorie di massa3, di cui fanno parte i nastri magnetici4 ed i dischi5, e delle periferiche di entrata ed uscita6. La parte software (225-4) comprende il sistema operativo7, che ha il compito di gestire al meglio le risorse8 disponibili per conto dell’utilizzatore (225-5), i programmi9 ed i comandi10, che sono dei programmi (225-8) prestabiliti per la soluzione di problemi tipo.

227

L’utilizzatore (225-5) può risolvere i suoi problemi, sia scrivendo un programma (225-8) in un linguaggio di programmazione1 generale, come il FORTRAN o il BASIC, o specifico, come il LISP, sia utilizzando dei programmi-utente (226-10), come i programmi di gestione delle basi di dati2, di trattamento di dati di indagine3 o i pacchetti statistici4. Egli accede al computer (225-2) attraverso l’intermediazione di un lettore di schede5 e di una stampante6, nel caso del trattamento per blocchi7, o di un terminale a tastiera8 nel caso del tempo condiviso9. In entrambi i casi, egli può trovarsi fisicamente lontano dal computer: è il caso dell’elaborazione a distanza10.

228

Un lavoro realizzato al computer (225-2) comprende generalmente tre fasi. L’inserimento dei dati1, prima fase, si realizza solitamente, sia a partire da schede perforate (224-3), sia direttamente in linea2 su terminali a tastiera (227-8). Questa fase costituisce una parte della raccolta dei dati3, che va dallo spoglio (220-1 ) alla trascrizione su supporto informatico; passando per i controlli di validità (221-7) e le verifiche di coerenza (221-8) che possono essere realizzati nel momento dell’inserimento dei dati, se questo avviene in linea. L’elaborazione (220-2), seconda fase, può essere di due tipi: l’elaborazione numerica4 e l’elaborazione non numerica5; il calcolo statistico è del primo tipo, lo spoglio dei dati di indagine è del secondo tipo, almeno per quanto riguarda il raggruppamento in classi (130-7). Nella terza fase, i risultati dell’elaborazione6 sono spesso oggetto di edizione (cf. 220-9) sulla stampante (227-6); talvolta, sono conservati, sotto forma di archivi magnetici (cf. 213-3), sulla memoria di massa (226-3), per eventuali ulteriori elaborazioni; talvolta, sono elaborati direttamente sotto forma di grafico o figura su un plotter7.

230

La precisione1, o accuratezza1, delle statistiche demografiche dipende, fra l’altro, dal fatto che le rilevazioni degli eventi, individui o gruppi sulle quali si basano, possono non essere complete2, o totali2. Accanto alle omissioni3, o lacune3, nelle registrazioni, origine di sottostime4, possono intervenire altre fonti di imprecisione, in particolare le duplicazioni4, o conteggi ripetuti5, di una stessa unità, che provocano una sovrastima6, o ancora le dichiarazioni errate7 e gli errori di classificazione8. Per individuare imprecisioni di questo genere si può procedere a sondaggi di controllo9 o sondaggi di qualità10. Altre fonti importanti di imprecisione, per certi dati statistici, consistono nelle mancate risposte e nelle risposte incomplete; la loro incidenza viene valutata dalla frequenza di casi che figurano sotto la voce non indicato11, o altre analoghe, come mal definito11, non specificato11, ignoto11, ecc.

Capitolo 3 • Stato della popolazione

301

Lo studio dello stato della popolazione (201-8) include lo studio della distribuzione della popolazione1, e quello della struttura della popolazione (101-2). Ogni popolazione vive su un certo territorio2, o su una certa area2, e sotto il nome di distribuzione territoriale3, o distribuzione geografica3, si studia il modo in cui essa vi risulta distribuita.

302

Il territorio (301-2) su cui una popolazione vive può essere in vario modo ripartito a mezzo di partizioni territoriali1, o circoscrizioni territoriali1. Spesso le statistiche demografiche (102-2) vengono tenute per circoscrizioni amministrative2(cfr. § 303); ma si considera la ripartizione della popolazione anche per regioni3 (cfr., per l’Italia, 303-1) e zone4, o regioni statistiche4, variamente definite in base a caratteri geografici, economici, o sociologici. I termini generici regione e zona possono d’altronde essere usati per territori di estensione molto diversa. Così, l’espressione regione naturale5, usata dai geografi, va spesso intesa come un territorio caratterizzato da più gruppi di fenomeni, climatico-morfologici, di vegetazione, ecc., ma può talvolta anche designare una semplice zona climatica.
Il territorio di uno Stato (305-3) può essere diviso in regioni economiche6, talvolta abbraccianti più unità amministrative minori (province, regioni geografiche). In ecologia umana (104-5), l’espressione area naturale7 viene impiegata per designare l’area occupata da una popolazione contraddistinta da alcune caratteristiche specifiche; la qualifica di naturale, in tal caso, si spiega per l’origine biologica dell’espressione.

303

Le circoscrizioni territoriali (302-1 ) possono variare notevolmente da un Paese all’altro e, nel corso del tempo, in uno stesso Paese, cosicché lo stesso termine può essere applicato a contesti diversi. In Europa e ad Haïti, l’unità più piccola è il comune1; al di sopra, si trova una gerarchia di suddivisioni spesso di importanza diversa, di cui una, la provincia2 (Belgio), il dipartimento3 (Francia e Haïti), il cantone4 (Svizzera), è fondamentale; le suddivisioni intermedie, cantoni5, arrondissements6 (Belgio, Francia, Haïti), distretti7 (Svizzera), o circoscrizioni11 hanno importanza minore.
In Canada, le principali circoscrizioni amministrative sono la municipalità8, la contea9 e la provincia10.
  1. La regione, raggruppando più dipartimenti, assume importanza crescente.
  2. I cantoni svizzeri godono di una autonomia comparabile a quella di uno Stato nel senso di 305-5. Analogamente per le provincie del Canada.

304

Una popolazione è detta sedentaria1 quando dimora abitualmente in abitazioni (101-5*) fisse, nomade2 quando muta spesso il luogo della dimora, semi nomade3 quando vive solo una parte dell’anno in abitazioni fisse. In alcuni Paesi, porzioni delimitate del territorio vengono costituite come riserve4, in cui collettività aborigene (332-2) possono continuare a vivere secondo le loro tradizioni ancestrali.
  1. sedentario, agg. — sedentarietà, s.f.
  2. nomade, agg. e s. — nomadismo, s.m.

305

Con il vocabolo Paese1, propriamente parlando, si designa un territorio (301-2), mentre la Nazione2 è un insieme di individui aventi origini e tradizioni comuni e che vivono su uno stesso territorio, e lo Stato3 (con la maiuscola, in questa accezione) è una entità politica; ma quando vi è una coincidenza di fatto fra Paese, nazione e Stato, spesso i tre vocaboli sono usati promiscuamente. Dallo Stato, nel senso indicato, chiamato spesso Stato sovrano3, occorre distinguere lo Stato5 membro di una Federazione di Stati4, che può godere di una certa autonomia legislativa, ma non di completa autonomia politica. In qualche caso, il termine Territorio6 è usato con un’accezione vicina a quella di Stato, per designare particolari regioni già coloniali e assunte in tempi recenti ad un’indipendenza più o meno completa; si fa distinzione, a questo proposito, fra Territori autonomi7, e Territori non autonomi8.
  1. nazione, s.f. — nazionale, agg.

306

Il termine agglomerato1 può applicarsi in genere ad ogni centro abitato, di qualsiasi dimensione. Il termine località1, a volte sinonimo di comune (303-1), può essere utilizzato nello stesso senso, benché si applichi spesso ad agglomerati di modeste dimensioni. Minuscoli aggregati di poche case rurali possono prendere il nome di piccoli villaggi rurali2, mentre paese3, villaggio3, borgo3 e borgata3 sono usati per raggruppamenti rurali più estesi, con un principio di differenziazione economica. Si chiama città4 un comune nella cui organizzazione le attività agricole non ricoprano un ruolo essenziale. Questo criterio, applicato non più ai comuni ma agli agglomerati, permette di stabilire una distinzione tra agglomerati rurali3 e agglomerati urbani4. La città in cui hanno sede gli organi centrali di uno Stato (cf. § 305) è detta capitale5. L’agglomerato principale (in genere dal punto di vista amministrativo) di ogni circoscrizione territoriale (302-1) ne costituisce il capoluogo6. La divisione delle grandi città in quartieri7 è talvolta sanzionata dall’organizzazione amministrativa. A tali divisioni si danno vari nomi, per esempio circoscrizioni7 o municipi7.
  1. A seconda delle dimensioni del centro urbano si potranno qualificare alcune città come cittadine, o piccole città, e altre come grandi città. Una città grandissima può essere denominata metropoli (s.f., metropolitano, agg.).

307

Gli agglomerati urbani (306-4) si espandono spesso per aggregazione di località limitrofe, che vanno sempre più perdendo l’autonomia funzionale anche quando mantengono quella amministrativa. Un tale processo porta alla costituzione di agglomerati sovra-comunali1 entro i quali si distinguono un nucleo urbano2 principale ed un’area sub-urbana3, costituita da sobborghi3, con funzioni specializzate. La conurbazione4, al contrario, è un insieme organico costituito da più agglomerati (306-1) distinti, i quali, per quanto geograficamente contigui, abbiano conservata la loro individualità e costituiscano altrettante unità urbane autonome. La fusione di conurbazioni e di grandi città dà luogo alla megalopoli5, che si estende su territori molto vasti. Le agglomerazioni multicomunali che hanno come centro la capitale del Paese si chiamano aree metropolitane6.
  1. Suburbano, agg. - suburbanizzazione, s.f. : estensione della zona suburbana delle grandi città.

310

La tecnica dei censimenti della popolazione (202-1*) ha portato a stabilire una distinzione tra la popolazione residente1, costituita da quanti hanno dimora abituale nel luogo in cui sono stati censiti, e la popolazione presente2 (sottinteso: nel comune, il giorno del censimento).
La prima è costituita, oltre che dall’insieme delle persone presenti3 (sottinteso: nel luogo della loro residenza abituale il giorno del censimento), anche da quello dei temporaneamente assenti4, od occasionalmente assenti4, (cioè delle persone assenti dalla loro residenza abituale il giorno del censimento). La seconda è costituita da quanti sono presenti nello stesso luogo, sia che vi abbiano dimora abituale sia che, essendo residenti altrove, vi si trovino solo temporaneamente presenti5, od occasionalmente presenti5 (sottinteso: nel comune, il giorno del censimento). Questi due modi di enumerare la popolazione non conducono, anche considerando l’intero Paese, allo stesso risultato, essendo compresi tra i residenti assenti individui che si trovano all’estero, e tra i non residenti presenti individui che hanno la residenza all’estero.
Per dimora abituale6 di un individuo si intende il luogo in cui egli di solito vive. I membri di collettività permanenti diverse dalle famiglie (110-5) costituiscono la popolazione delle convivenze7. Norme speciali vigono spesso per la rilevazione delle persone senza fissa dimora8 o con più di una residenza.
  1. Detta anche: popolazione legale.
  2. Detta anche: popolazione di fatto.
  3. È detto ospite di passaggio una persona di passaggio che si trova ad essere ospite di una famiglia (110-3), il giorno del censimento.
  4. Residenza, s.f. - risiedere, v.i - residente, ppr. ff. agg.
    In caso di pluralità di residenze, si distingue tra una residenza principale ed una o più residenze secondarie.
  5. In Francia, certe categorie di popolazione, specificate per legge, e che vivono in convivenze, sono enumerate a parte nei censimenti: alunni nei collegi, militari nelle caserme, condannati detenuti in prigione, ecc. In ogni comune, la popolazione enumerata a parte è così distinta dalla popolazione "municipale", che comprende il resto della popolazione residente nel comune.
  6. In demografia, è preferibile parlare di residenza piuttosto che di domicilio, l’accezione giuridica di quest’ultimo termine può infatti condurre, in determinate circostanze, ad errori di interpretazione.

311

L’analisi demografica conferisce usualmente alle espressioni centro rurale1 e centro urbano2 un significato particolare, fondato su una classificazione dei centri abitati in base a determinati criteri, che variano secondo i Paesi, quali: la dimensione del centro in termini di popolazione complessiva, l’importanza dell’agglomerato principale, la percentuale di popolazione attiva addetta all’agricoltura (359-2), ecc. In Francia, questa classificazione è stabilita sulla base della popolazione “municipale” (310-7*) del capoluogo amministrativo del centro (cf. 306-1*), ed i centri sono detti rurali o urbani a seconda che questa popolazione sia o meno inferiore a 2.000 abitanti. Quando un territorio è interamente ripartito in comuni, per convenzione, si intende per popolazione rurale3 e popolazione urbana4 del territorio, rispettivamente l’insieme degli abitanti dei comuni rurali e urbani. Nei Paesi in cui non vigono divisioni amministrative del territorio in comuni, la distinzione fra popolazione rurale e popolazione urbana viene talora fatta in base a varie altre regole particolari. Certe definizioni di popolazione rurale e urbana conducono all’individuazione di una categoria intermedia, la popolazione semi-urbana5, si tratta di quelle località, troppo poco importanti dal punto di vista della numerosità della popolazione per essere classificate come urbane, ma le cui attività principali non sono agricole.
Non confondere popolazione rurale e popolazione agricola (359-2).
  1. rurale, agg. — ruralizzazione, s.f.: aumento della proporzione di abitanti in campagna.
  2. urbano, agg. — urbanesimo, s.m.: aumento della proporzione di abitanti in città.

312

L’intensità del popolamento1 di un certo territorio viene misurata spesso calcolando la densità della popolazione2, rapporto fra il numero di abitanti e la superficie del territorio medesimo. Questo indice (132-4), chiamato talvolta densità aritmetica2 per distinguerlo dalle densità menzionate nel prosieguo (cfr. § 313), è espresso normalmente in termini di km2, o di ha nel caso di zone fittamente popolate, come gli agglomerati (306-1). La dispersione del popolamento3 dipende dal tipo di insediamento4: insediamento accentrato5 o insediamento sparso6, dall’importanza degli agglomerati e dalle loro distanze reciproche. Si calcola talvolta il centro medio della popolazione7 di un dato territorio, la cui posizione viene determinata come quella di un centro di gravità, assegnando pari peso ad ogni abitante.
  1. densità, s.f. — denso, agg.
  2. Dispersione, s.f. - disperso, pp.ff. agg.

313

Vari indici specifici di densità1 consentono di confrontare l’intensità di popolamento (312-1) di territori diversi da un punto di vista meno strettamente spaziale. Fra questi, si possono menzionare la densità della popolazione per unità di superficie coltivabile2, chiamata da alcuni densità fisiologica2, e la densità della popolazione agricola3 (359-2) per unità di superficie coltivabile. Talvolta misure analoghe sono utilizzate con riferimento alla superficie coltivata4, anzichè alla superficie coltivabile5. Si considerano pure, astrattamente, una densità massima6, o densità potenziale6, ed una densità ottimale7, corrispondenti rispettivamente al massimo di popolazione (904-1) ed all’ottimo di popolazione (902-4) di un territorio, in date circostanze.
  1. Altre misure di densità della popolazione in uso in Italia sono la densità per km2 di superficie agraria e forestale e la densità dell’ecumene, riferita alla sola parte abitabile del territorio (cfr. 302-4*).

320

Per studiare la ripartizione secondo il sesso1 (cf. 144-4) di una popolazione si rapporta generalmente il numero di individui di un sesso2 al numero di quelli dell’altro, o all’ammontare complessivo della popolazione. Ponendosi spesso a numeratore il numero di maschi, si parla anche frequentemente di mascolinità3 di una popolazione. L’espressione tasso di mascolinità4 designa la proporzione di sesso maschile nell’insieme della popolazione.
Il rapporto di mascolinità5 è ottenuto dividendo gli appartenenti al sesso maschile per l’ammontare di popolazione di sesso femminile. Questo rapporto è generalmente espresso come indice (132-7), considerando come base 100 (132-8) l’ammontare di popolazione di sesso femminile.
  1. Si usa anche far figurare al numeratore il sesso femminile. In tal caso si ottengono un tasso di femminilità ed un rapporto di femminilità.
  2. Cfr § 133.

321

I termini maschio1 e femmina2 possono essere usati, in demografìa, per designare, rispettivamente, un individuo di sesso maschile1 e un individuo di sesso femminile2. Nello stesso senso, si adottano spesso i termini uomo1 e donna2, specialmente se ci si riferisce a soli individui adulti. I termini ragazzo3 e ragazza4 sono invece poco usati nel linguaggio scientifico per indicare chi non è più bambino o bambina (323-3), ma non ha ancora superato l’età dell’ adolescenza (324-1). Si usa il vocabolo uomo5 anche nel senso generale di essere umano5.

322

L’età1 – si precisa talvolta età anagrafica1 o età cronologica1 – è una delle variabili fondamentali della struttura (101-2) delle popolazioni.
Essa viene espressa generalmente in anni, o in anni e mesi, o ancora in mesi e giorni, per i bambini in tenera età; più raramente in anni e frazioni decimali di anno. I demografi (101-1*) arrotondano generalmente l’età all’estremo inferiore, indicandola in tal modo in anni compiuti2, o eventualmente in mesi compiuti2, cioè riportando l’età all’ultimo compleanno3. Talvolta si considera, nelle statistiche, l’età raggiunta nell’anno4, che corrisponde alla differenza tra l’anno considerato e l’anno di nascita. Gli attuari considerano talvolta gli anni iniziati5, cioè l’età al prossimo compleanno5. L’età dichiarata6, al censimento (202-1*) o allo stato civile (cf. § 211), è spesso arrotondata al compleanno più vicino, soprattutto quando il compleanno è prossimo. Talvolta si è portati a precisare che si considera un’età precisa7, o età esatta7, per evitare di confondere quest’ultima con un’età in anni compiuti, che rappresenta invece una classe di età esatte. In occasione del censimento si può domandare la data di nascita, l’età all’ultimo compleanno o semplicemente l’età, senza ulteriori precisazioni. Quando, in quest’ultimo caso, la conoscenza dell’età cronologica è poco diffusa, si raccomanda di utilizzare un calendario storico8, cioè una lista di avvenimenti dei quali è conosciuta la data e che si sono verificati nel corso degli ultimi cento anni.
  1. Da cui l’interpretazione da dare alla nozione usuale dei gruppi di età. Da intendersi comprensivi delle età estreme; il gruppo 6-13, per esempio, comprende gli individui di età compiuta da 6 a 13 anni; si dice che le loro età esatte sono comprese tra 6 e 14 anni, escludendo l’estremo superiore, o ancora che queste stesse età esatte vanno da 6 a meno di 14 anni.
  2. In italiano, come in francese, il termine compleanno evoca una commemorazione; il primo compleanno si situa dunque un anno esatto dopo la nascita. Alcuni Paesi adottano un metodo di computo differente: il primo "Geburtstag" tedesco, per esempio, coincide con il giorno della nascita.

323

Il linguaggio corrente entra qualche volta in demografia per indicare, in maniera largamente imprecisa, le principali età della vita1, o periodi della vita1. Nei primi anni di vita si è nell’infanzia2; il termine bambino3 indica, in generale, un individuo che non ha ancora raggiunto l’età della pubertà (620-2). Nel corso dei primissimi giorni di vita, l’individuo è detto neonato4 (cfr. 410-3). Il termine lattante5 si applica, propriamente, solo ai bambini non ancora svezzati. Si distingue pure fra bambini in età prescolastica7 (346-6) e ragazzi in età scolastica8. Il termine infante6, sinonimo bambino in tenera età, è raramente utilizzato in demografia.
  1. In questa accezione, il termine età, impiegato un tempo, viene utilizzato solo in determinate espressioni (cfr. 324-4, 346-6 e 620-1 *).
  2. Neonato, agg. ff. s.m. - neonatale, agg.
  3. Il periodo corrispondente è denominato prima infanzia; essa comprende approssimativamente il primo anno di vita (cfr. 410-1*).

324

Il passaggio dalla fanciullezza (323-2) all’adolescenza1 è segnato dalla pubertà (620-2). Il termine adolescente2 designa generalmente chi entra in tale fase. È preferibile chiamare giovani3 gli individui prossimi all’età adulta4, con tale termine si indica il periodo di maturità4 successivo all’adolescenza. Per adulto5 si intende un individuo in età adulta. Poiché non è possibile precisare oggettivamente l’inizio dell’età senile6, o vecchiaia6, questo, per convenzione, si fa spesso coincidere con un’età prossima all’età della quiescenza7, o età della pensione7 (cfr. 361-4), per esempio 60 o 65 anni. Coloro che hanno oltrepassato questa età costituiscono la categoria degli anziani8, o dei vecchi8.
  1. giovane, s. e agg. — giovinezza, s.f.
  2. Talvolta fra gli adulti s’intendono compresi i vecchi, Il gruppo degli adulti coincide in tal caso approssimativamente con quello dei maggiorenni dal punto di vista giuridico. Nella ripartizione della popolazione in tre grandi gruppi di età (325-4), al contrario, si considerano generalmente i giovani, gli adulti e i vecchi. In tal caso si ha coincidenza approssimativa tra il gruppo dei giovani e quelli dei minorenni dal punto di vista giuridico. La legislazione italiana fissa a 18 anni la maggiore età, cioè l’età esatta di passaggio dalla condizione giuridica di minorenne a quella di maggiorenne.
  3. vecchio, agg. e s.m., anziano, agg. e s.m.
    I vecchi di età più avanzata sono talvolta chiamati grandi vecchi, e coloro che raggiungono le età estreme – superiori a 95 o a cento anni – sono detti longevi (cfr. 434-4). I termini vecchiaia e vecchio sono considerati spesso sgradevoli, si parla sempre più frequentemente di terza età, e anche di quarta età, per i grandi vecchi, ma queste espressioni non appartengono al linguaggio demografico.

325

La classificazione (130-7) per età della popolazione viene fatta spesso per singoli anni di età1 o classi annuali di età1, ma anche per classi pluriennali di età2; in questo secondo caso, frequente è la ripartizione per classi quinquennali di età3, ma vengono usate anche ripartizioni più grossolane, grandi classi di età4, come ad esempio, 0-19 anni, 20-59 anni, 60 anni e più (cfr. 322-2*). Talvolta la classificazione non è fatta per anno d’età, ma per anno di nascita5. La composizione per età6 o struttura per età6 di una popolazione e la sua composizione secondo il sesso (320-1), vengono congiuntamente rappresentate in un grafico ad istogrammi (155-8), detto piramide delle età7, così chiamato per sua forma all’incirca triangolare e la sua struttura ad istogrammi ruotati e sovrapposti.

326

Si dice età media1 di una popolazione la media aritmetica (140-1) delle età di quanti le appartengono, ed età mediana2 quella che ripartisce la popolazione ordinata secondo l’età in due gruppi ugualmente numerosi (cfr. 140-6). L’aumento della proporzione dei vecchi (324-8) in una popolazione traduce l’invecchiamento3 della stessa, detto anche invecchiamento demografico3 per evitare confusione (cfr. 327-1). Il fenomeno contrario prende il nome di ringiovanimento4 o ringiovanimento demografico4 della popolazione interessata. Una popolazione vecchia5 si caratterizza per una importante proporzione di persone anziane, una popolazione giovane6 per una importante proporzione di giovani (324-3*) o di bambini. Non si deve confondere l’invecchiamento di una popolazione, nel senso predetto, con la tecnica usata nel calcolo di ’’prospettive demografiche’’ (720-2), mediante la quale si fa invecchiare7 (v.t.) una popolazione, applicando appropriati coefficienti prospettici di sopravvivenza (431-7) alle diverse classi di età, per prevedere il numero dei viventi in una classe d’età successiva un corrispondente numero di anni più tardi.
  1. invecchiamento, s.m. — invecchiare, v.i. e t.
  2. ringiovanimento, s.m. — ringiovanire, v.i. e t.

327

L’invecchiamento demografico (326-3) deve essere distinto, da una parte, dall’invecchiamento individuale1, o senescenza1, e d’altra parte anche dall’allungamento della vita umana2, prodotto dei progressi della medicina e del migliore tenore di vita. Si denominano, rispettivamente, età fisiologica3 ed età mentale4 di un individuo l’età corrispondente, in via normale, allo stato dei suoi organi e tessuti nel primo caso, alle sue capacità intellettuali nel secondo. Negli studi nei quali vengono introdotti questi concetti, si definisce età cronologica (322-1) di un individuo quella misurata dal tempo trascorso dalla sua data di nascita5. Il quoziente intellettuale6, o quoziente d’intelligenza6 — abbreviazione: Q.I.6 —, utilizzato nello studio dello sviluppo mentale dei bambini, è il rapporto fra l’età mentale e l’età cronologica del soggetto.

330

Gli abitanti (101-5) di un Paese possono essere suddivisi in cittadini1 dello Stato corrispondente – detti anche talvolta nazionali1, e stranieri2, questi ultimi possono essere cittadini di altro Stato o apolidi3, cioè senza la cittadinanza4 di alcuno Stato. Il termine nazionalità4 viene spesso impiegato come sinonimo di cittadinanza (cf.. § 305); da cui la necessità di distinguere fra nazionalità politica4 e nazionalità etnica5 (cfr. § 333), nel caso di Stati plurinazionali6.
  1. Il termine protetti veniva talvolta utilizzato per indicare i nazionali di un Paese sotto protettorato.

331

La naturalizzazione1, o acquisto della cittadinanza1, conferisce ad uno straniero (330-2) la qualità di cittadino (330-1); questi viene detto allora naturalizzato2. A seconda dei Paesi, varie norme regolano la concessione di decreti di naturalizzazione3, le revoche della cittadinanza4 (cfr. 330-4) e le perdite della cittadinanza5. La classificazione degli abitanti in base alla cittadinanza può essere complicata dai casi di doppia cittadinanza6. Gli stranieri possono essere distinti in stranieri residenti7, con dimora abituale nel Paese, e stranieri di passaggio8, che vi soggiornano a titolo temporaneo.
  1. naturalizzazione, s.f. — naturalizzarsi, v.r.
    L’acquisto della cittadinanza può realizzarsi anche per altre vie, in particolare per dichiarazione di cittadinanza laddove sussistano certe condizioni.
  2. Per estensione, il termine naturalizzato è talvolta impiegato per designare tutti quegli individui che abbiano acquistato la cittadinanza del proprio Paese di residenza, compresi coloro che abbiano seguito strade diverse dalla naturalizzazione (cfr. nota precedente).

332

Gli individui nati in un certo Paese sono detti nativi1, od originari1 di quel Paese. I discendenti dei primitivi abitanti del Paese vengono detti autoctoni2, o indigeni2, o aborigeni2. Nella documentazione statistica sono talvolta distinti i nati nel Paese3 ed i nati all’estero4.
  1. L’uso del termine autoctono tende a prevalere su quello di indigeno, considerato come peggiorativo. Aborigeno è termine più di uso letterario inteso ad indicare il primitivo abitante di un territorio. Gli elementi non autoctoni di una popolazione sono detti allogeni.

333

In antropologia, il termine razza1 designa sia una categoria di individui che presentino certe caratteristiche somatiche comuni, ereditarie o presunte tali, sia l’insieme degli individui appartenenti ad una tale categoria. L’espressione gruppo etnico2 designa un raggruppamento naturale di esseri umani, caratterizzati da affinità somatiche, linguistiche o culturali. Il termine Popolo3 appartiene al linguaggio corrente e designa, in generale, un insieme di individui che hanno in comune il passato storico e la lingua parlata; tale termine non è utilizzato in demografia. Gruppi di individui i quali, vivendo sul territorio di un Paese, si differenziano considerevolmente dalla maggioranza degli altri abitanti, costituiscono le cosiddette minoranze4; per esempio minoranze etniche4, minoranze nazionali4 (cfr. 305-2 e 330-5), minoranze linguistiche4 (cfr. 340-1*).
  1. razza, s.f. (cfr. nota seguente) — razziale, agg. — razzismo, s.m.: concezione che pretende di stabilire gerarchie fra le razze — razzista, agg. ff. s.m.: partigiano del razzismo.
  2. Etnico, agg. - etnia, s.f. (categoria).
    Il termine etnia è preferibile al termine razza, quest’ultimo è caduto in disuso per essere stato compromesso dalle dottrine razziste.

334

In alcune fonti statistiche gli individui vengono ripartiti secondo il colore1 della pelle: la distinzione più frequente è fatta fra i bianchi2 e le persone di colore3. Una menzione specifica è eventualmente riservata ai meticci5, o per i mulatti5, nati dal métissage4 o dalla miscégénation4, o da incroci4 tra persone di diverso colore.
  1. Alla miscégénation si oppone la segregazione, che tende a limitare o a vietare i contatti tra determinati gruppi etnici (333-2) che vivono su uno stesso territorio.

340

Gli appartenenti ad una popolazione vengono talora ripartiti secondo le lingue1 parlate, o secondo i dialetti2, che sono delle varietà delle lingue principali. Si fa anche frequentemente una distinzione fra la lingua madre3, che è quella nella quale l’individuo ha imparato inizialmente a parlare, e la sua lingua usuale4, in cui si esprime abitualmente. Questa distinzione non riesce però a superare la difficoltà di classificazione di individui bilingue5, o più in generale multilingue5. Le statistiche corrispondenti sono dette statistiche linguistiche6.
  1. lingua, s.f. — linguistico, agg.: attinente allo studio scientifico delle lingue — linguistica, s.f.: studio storico e comparativo delle lingue.
    Il vocabolo idioma viene impiegato talvolta per indicare una lingua di limitata estensione.
  2. dialetto, s.m. — dialettale, agg.
    in linguistica si chiama parlata (s.f.) un dialetto utilizzato in modo molto localizzato.
  3. bilingue, agg. — bilinguismo, s.m.

341

Le statistiche delle confessioni religiose1 ripartiscono gli appartenenti ad una popolazione a seconda del credo religioso. Si distingue, generalmente, fra le principali religioni2, o confessioni religiose2, i principali culti3, e talvolta i riti4 e le sette5. Un individuo che non professa alcun credo religioso può dichiararsi senza religione6, o agnostico6. Ateo6 è chi non crede all’esistenza di Dio.

342

Spesso si ripartisce una popolazione secondo il grado d’istruzione1 dei suoi componenti. Coloro i quali hanno raggiunto una certa età e che sanno leggere e scrivere si definiscono alfabeti2; gli altri sono detti analfabeti3.
Nel presentare le statistiche sul grado d’istruzione4 possono essere adottati, quali criteri di classificazione, la durata degli studi5, o l’età compiuta al termine degli studi6. Si possono classificare i dati anche secondo il più alto titolo di studio7 conseguito. In questo caso, ovviamente, la classificazione è strettamente connessa con l’organizzazione dell’insegnamento8 nel Paese in questione.
  1. analfabeta, agg., ff. s. — analfabetismo, s.m.
    Si impiega talvolta il termine illetterato per indicare un individuo che non sappia né leggere né scrivere.

343

Il sistema d’insegnamento1 o sistema educativo1 è costituito dall’insieme degli istituti che dispensano insegnamenti. Questi possono essere pubblici o privati, da cui la distinzione tra scuola pubblica2 e scuola privata3. Oltre all’istruzione pre-primaria4, si distinguono tre gradi di istruzione5, detti, in ordine di difficoltà crescente, istruzione elementare6, o istruzione primaria6, istruzione secondaria7, divisa in primo e secondo grado8, ed istruzione superiore9, quest’ultima può essere divisa in livelli10 secondo il grado d’insegnamento, di cui il più elevato è il grado universitario11. La formazione professionale12 può essere dispensata a livello dell’istruzione secondaria o superiore.

344

Le diverse categorie di istituti che dispensano insegnamenti1, e le loro denominazioni, dipendono dall’organizzazione dell’insegnamento in ogni Paese. L’istruzione pre-primaria (343-4) è assicurata dalle scuole materne2; i tre gradi di istruzione sopra menzionati (§ 343) sono generalmente dispensati da istutiti chiamati rispettivamente: scuole primarie3, o scuole elementari3, istituti secondari4, ed università5; accanto a queste ultime possono esistere delle scuole d’eccellenza6. L’insegnamento tecnico (343-12) e professionale è impartito negli istituti tecnici10 e negli istituti professionali7. L’insegnamento pedagogico è impartito negli istituti magistrali11 e nelle scuole magistrali11.
  1. Scuola, s.f. - scolaro, agg.
  2. Università, s.f. - universitario, agg.

345

Il termine classe1 può genericamente designare un gruppo di alunni2 che tutti insieme vengono istruiti da uno o più insegnanti3. Nel linguaggio corrente si può chiamare classe4 anche un’aula4, locale per le lezioni impartite alla classe nel senso detto prima. Ancora, si usa il vocabolo classe5 per indicare un insieme di alunni giunti allo stesso grado di istruzione e che seguono, durante un anno scolastico, le materie fissate per un certo anno di corso5. Sono detti studenti6 coloro che seguono gli studi nelle università (344-5) e, correntemente, anche gli alunni delle scuole secondarie (cfr. 343).
  1. Si parla ormai di scolaro solo con riferimento agli alunni della scuola primaria (343-6). Il termine allievo si applica ad ogni individuo che segua i corsi di una scuola (344-2*).
  2. Si dicono insegnanti elementari gli insegnanti delle scuole elementari (343-6) e professori gli altri.

346

Le statistiche dell’istruzione1 distinguono generalmente fra numero di alunni iscritti2 o popolazione scolastica2 e numero di alunni frequentanti3, ad una certa data: questo permette di ottenere indici di frequenza scolastica4. In alcuni Paesi vige l’obbligo scolastico5 per i ragazzi di certe classi di età: in tal caso, l’espressione età scolastica6 (cfr. 323-8) viene allora spesso ad assumere il senso di età soggetta all’obbligo dell’istruzione6, e si considera di frequente la popolazione in età soggetta all’obbligo dell’istruzione7, o popolazione in età scolastica7.
  1. Sembra opportuno riservare l’espressione tasso di scolarizzazione al rapporto tra il numero di iscritti a scuola e la popolazione in età scolastica, ed indicare con tasso di frequenza scolastica il rapporto tra il numero degli alunni frequentanti e quello degli iscritti.
    Scolarizzazione, s.f. - scolarizzare, v.t. : indurre all’istruzione scolastica - scolarizzabile, agg. : suscettibile di essere scolarizzato.

347

La scolarità si consegue anno per anno, a partire dall’ingresso nella prima classe elementare fino alla fine degli studi. Salvo i casi di decesso o malattia grave, la fine degli studi1 si raggiunge solo dopo aver conseguito l’obbligo scolastico, nel caso in cui questo esista, di diritto o di fatto. La frequenza dell’interruzione degli studi nel corso o alla fine di un anno scolastico, si misura tramite la probabilità di abbandono degli studi2, analoga ad un quoziente di mortalità; il suo complemento ad uno fornisce la probabilità di proseguimento degli studi3. La serie delle probabilità di abbandono degli studi costituisce una tavola di uscita dal sistema educativo4; essa permette di calcolare il numero medio di anni di studio5 o durata media degli studi5. Alla fine di ogni anno di studi, gli alunni o studenti che non abbandonano gli studi possono ripetere l’anno o passare nella classe superiore, con o senza cambiamento di orientamento6. A partire dalla classificazione di questi alunni o studenti, si deduce, tra l’altro, la frequenza delle ripetenze7 dell’anno di studi considerato.
  1. Ripetenza, s.f. - ripetere, v.t.

350

Si fa, in generale, distinzione fra popolazione attiva1 o popolazione economicamente attiva1, e popolazione non attiva2, o popolazione economicamente non attiva2. La popolazione attiva include di norma coloro che esercitano un’attività professionale; considerando quindi, non solo coloro che svolgono una attività lucrativa3, ma anche coloro i quali non percepiscono regolare remunerazione, in particolare i coadiuvanti famigliari (353-5) non remunerati. Al contrario ne vanno escluse generalmente le casalinghe4, o donne attendenti alle cure domestiche4 la cui attività non viene considerata come avente un carattere professionale. Dal punto di vista economico la popolazione non attiva, costituita da tutti gli individui non compresi nella popolazione attiva, viene spesso considerata come una popolazione a carico5 della prima (cfr. § 359). Si può chiamare quoziente di attività6, o tasso di attività6, di un certo gruppo la frazione del medesimo appartenente alla popolazione attiva.
  1. L’espressione manodopera ricopre lo stesso significato. L’espressione forza lavoro non deve essere utilizzata come sinonimo di manodopera.
    Attivo, agg. ff. s.m. : membro della popolazione attiva - attività, s.f.
  2. Non attivo, inattivo, agg. ff. s.m. : membro della popolazione non attiva.
  3. Sarebbe preferibile (cf. § 133) chiamare questo indicatore proporzione di attivi.

351

Si usa distinguere la popolazione in condizione professionale1 in occupati2 e disoccupati3. Tra i disoccupati sono generalmente compresi solo gli individui sprovvisti di impiego che sono effettivamente in cerca di occupazione4. Tra di essi possono essere distinti coloro che non hanno mai avuto un lavoro o che sono in cerca di lavoro per la prima volta11. E’ indicata come riserva di manodopera10 quel gruppo di persone che, senza essere registrate, sono privatamente alla ricerca di lavoro così come quelli che attualmente non svolgono né cercano un lavoro, ma potrebbero essere motivati da buone offerte di lavoro. L’insieme degli occupati costituisce la popolazione attiva occupata5. La popolazione attiva (350-1) può comprendere una proporzione non trascurabile di individui che, in ragione della situazione economica attraversata dal Paese o caratteristica dell’epoca, svolgono un’attività ridotta; si parla in tal caso di sottoccupazione6. Un occupato marginale7 è nella maggior parte dei casi classificato tra la popolazione non attiva (350-2), poiché esercita un’attività economica solo occasionalmente. Il tasso di occupazione8 è il rapporto tra gli occupati e la corrispondente popolazione di riferimento. Le persone inattive9 o gli inattivi9 sono coloro i quali che non esercitano né cercano un’attività professionale.
  1. L’analisi dell’occupazione si realizza ugualmente attraverso le statistiche delle richieste di lavoro presentate dai disoccupati, e delle offerte provenienti dai datori di lavoro.
  2. Disoccupato, s.m. - disoccupazione, s.m.

352

In senso proprio, si intende per classificazione professionale1 della popolazione una ripartizione (144-4) della stessa secondo le professioni2, o attività individuali2, esercitate dai suoi componenti. Tuttavia, l’espessione è stata a lungo utilizzata per indicare delle ripartizioni in rami di attività economica (357-1). Recentemente l’espressione gruppo professionale3 non designa più un insieme di persone occupate nello stesso ramo di attività (cfr. 357-1), ma un insieme di persone che esercitano professioni affini.
  1. Il termine mestiere si applica di preferenza alle professioni manuali (cfr. 354-2).

353

Alla classificazione per professioni (352-2) della popolazione attiva (350-1), viene spesso associata una classificazione secondo la posizione nella professione1 dei suoi membri. Da questo punto di vista, si usa distinguere, tra gli occupati (351-2): i datori di lavoro2; i dipendenti3, assunti dai precedenti; i lavoratori in proprio4; ed i coadiuvanti famigliari5.
Questi ultimi sono membri della famiglia di un lavoratore in proprio che prestano lavoro senza il corrispettivo di una prefissata retribuzione contrattuale.
Per lavoratori indipendenti si intendono quegli individui che lavorano in proprio senza assumere dipendenti nel senso proprio del termine, ma che si avvalgono eventualmente dell’aiuto di coadiuvanti famigliari.
Combinando diversi criteri quali la professione individuale ({{RefNumber|35|2|2), la posizione nella professione ed il ramo di attività economica (cfr.357-1), si possono definire delle categorie socio-professionali6 che permettono di classificare l’insieme degli individui attivi (350-1*) ed inattivi (350-2*) che costituiscono la popolazione.
  1. L’espressione situazione professionale, spesso utilizzata in tal senso, è da evitare perché ambigua.

354

Tra i dipendenti (353-3), si distinguono talvolta i lavoratori a domicilio1, essi possono eventualmente lavorare per conto di diversi datori di lavoro (353-2). Il personale esecutivo delle imprese (357-2*) è spesso ripartito in due categorie: gli operai2, che sono lavoratori manuali2, e gli impiegati3, che sono lavoratori non manuali3. Secondo la qualifica professionale4, gli operai possono essere ripartiti in operai specializzati5, operai qualificati6, ed operai non qualificati7. Gli apprendisti8 sono generalmente compresi nella popolazione attiva (350-1) quando partecipano alla produzione, ma non quando acquisiscono la propria formazione professionale in speciali stabilimenti.
  1. L’espressione personale esecutivo permette di inglobare gli operai e gli impiegati sotto una denominazione unica.
  2. Si distinguono, nell’industria, i manovali specializzati od operai comuni, dai manovali comuni, spesso chiamati semplicemente manovali.

355

In seno alle aziende (357-2) la categoria dei quadri si suddivide in quadri superiori1, con mansioni prettamente direttive, e funzionari2 ed impiegati2 con funzioni esecutive, questi ultimi infine possono essere sotto la supervisione di capi reparto3 . Le qualifiche funzionali possono essere distinte (per esempio in Italia) in funzioni direttive7 (ottava e nona qualifica funzionale), funzioni di concetto6 (sesta e settima qualifica funzionale), funzioni esecutive6 (quarta e quinta qualifica funzionale) e funzioni ausiliarie5 (prima, seconda e terza qualifica funzionale).
  1. Che comprendono dirigenti, ingegneri e capo-servizio.

356

In agricoltura vigono speciali classificazioni nei riguardi della posizione nella professione (353-1). Tra i conduttori agricoli1 che gestiscono un’azienda agricola, forestale, ecc., si distingue in particolare, fra conduttore proprietario2, che coltiva terra propria, conduttore affittuario3, che coltiva terra altrui dietro corresponsione di un canone d’affitto, generalmente pagato in contanti, e mezzadro3, che in cambio del terreno e del capitale messi a disposizione dal proprietario divide con questi in vario modo i frutti della coltivazione (inizialmente a metà, da cui l’etimologia). Si possono designare semplicemente come lavoratori agricoli4 i lavoratori dipendenti dell’agricoltura i quali non siano conduttori o coadiuvanti (353-5).
  1. I termini coltivatore e agricoltore sono generalmente impiegati in tal senso; ma possono assumere il significato generico di lavoratori agricoli. Si distingue fra conduttore coltivatore e conduttore non coltivatore, a seconda che il conduttore agricolo impieghi o meno l’opera manuale propria e, eventualmente, dei propri familiari. Nel secondo caso si parla anche di imprenditori agricoli. Agricoltore è termine di significato impreciso. Sempre più usata, nel linguaggio corrente, è l’espressione coltivatore diretto per indicare il conduttore coltivatore.
  2. I lavoratori dipendenti dell’agricoltura si dividono in varie categorie: salariati fissi, a contratto annuo, giornalieri agricoli, assunti a giornata, stagionali agricoli (cfr. 150-5*) assunti a stagione.

357

La popolazione attiva (350-1) può anche venire classificata per settore di attività economica1 o, più analiticamente, per ramo di attività economica1 nel quale l’individuo esercita la propria professione (352-2).
Questa classificazione si basa essenzialmente su quella delle ditte2, o aziende2, realizzata in base al loro ruolo economico. Si attribuisce a questo proposito grande importanza alla ripartizione fra popolazione attiva del settore agricolo3, e popolazione attiva dei settori non agricoli4. Da notare che il gruppo dei funzionari e assimilati5 costituito dagli impiegati (354-3) civili dell’amministrazione pubblica, e dai membri delle forze armate6 è generalmente considerato come categoria particolare della popolazione attiva dei settori non agricoli. Nella classificazione per grandi gruppi di attività, vengono distinti tre settori, il settore primario7 (agricoltura, pesca, minerario), il settore secondario8 (industrie di trasformazione) ed il settore terziario9 (produzione di servizi). Nelle economie in via di sviluppo, si può classificare separatamente il settore tradizionale10 di produzione.
  1. L’impiego in tal senso delle denominazioni: professione, professione collettiva, ramo di attività professionale, e gruppo professionale, è da evitare (cfr. § 352).
  2. Un’azienda può comprendere diversi stabilimenti, eventualmente di diversa natura.

358

Secondo l’origine dei loro mezzi di esistenza, gli appartenenti alla popolazione non attiva (350-2*) potranno essere ripartiti in persone a carico1 o dipendenti1 e persone non a carico2. Le prime dipendono per il loro mantenimento da altra persona, che è la loro fonte di entrata3, o il loro sostegno economico3(cfr. 111-3) — tale è, per esempio, il caso delle casalinghe (350-4) e dei bambini a carico4. Si presume che un individuo non a carico disponga di mezzi sufficienti per il proprio sostentamento. In quest’ultima categoria di persone si potranno distinguere, in particolare, i proprietari5 che vivono del prodotto del loro patrimonio, i pensionati6, le cui risorse provengono da un’attività svolta precedentemente, e le persone a carico della pubblica assistenza7, che sono persone sprovviste di un patrimonio e di un sostegno economico, alle quali la collettività accorda dei sussidi per vivere. Inabile al lavoro8 è una persona la cui capacità lavorativa è ridotta o nulla. Il rapporto tra la popolazione non attiva e la popolazione attiva è detto indice di dipendenza economica9..
  1. Dipendente, ppr. ff. agg. e s.m. - dipendenza, s.f.
  2. pensionato (agg. e s.m.) è solo chi riceve una pensione (s.f.) — la quale può essere, in particolare, una pensione d’invalidità od una pensione di anzianità o vecchiaia, non ognuno che si sia ritirato dalla vita economicamente attiva (361-4)
  3. Il rapporto tra la popolazione non adulta [giovani (324-3*) e vecchi (324-8)] e la popolazione adulta (324-5) è talvolta denominato indice di dipendenza; questa espressione dovrebbe essere evitata per non confondere detto rapporto con l’indice di dipendenza economica.

359

Volendo ripartire il complesso della popolazione di un Paese secondo il settore di attività economica (357-1) da cui ognuno trae i propri mezzi di esistenza, le persone a carico (358-1) possono essere incluse nel settore di appartenenza del loro sostegno economico (358-3). Sulla base di convenzioni sulla classificazione degli altri inattivi, si può quindi numericamente definire la popolazione vivente di1 ..., o popolazione dipendente da1... uno od altro settore. È così che viene definita in particolare la popolazione che vive dell’agricoltura2. Talvolta, con lo stesso significato, si usa l’espressione popolazione agricola2, nonostante questa espressione sia talvolta utilizzata come sinonimo di 357-3. Il resto della popolazione è definita con l’espressione popolazione non agricola3.
  1. Non si confonda popolazione agricola e popolazione rurale (311-3).

360

Gli infermi1 sono talvolta oggetto di attenzione particolare nei censimenti. Essi sono classificati in base all’infermità2, per quanto le informazioni raccolte lo consentano. Si distingue generalmente tra infermità fisiche3 (per es. cecità, sordità) ed infermità mentali4 (per es. : demenza).

361

L’analisi completa della vita attiva1 degli individui comprende lo studio dell’ingresso nell’attività2 da parte dei non attivi (350-2*), distinguendo eventualmente coloro che non sono mai stati attivi da coloro che hanno già vissuto un periodo di attività, e lo studio dell’uscita dall’attività3 da parte degli attivi (350-1*), distinguendo, se i dati lo permettono, la causa di cessazione, malattia, decesso, pensionamento4, interruzione. Un tale studio si realizza per generazione o per contemporanei, attraverso tassi di ingresso in attività5 o probabilità di ingresso in attività6, e tassi di uscita dall’attività7 o probabilità di uscita dall’attività8, distinguendo se possibile per causa di cessazione; tutti questi indicatori sono calcolati per età o per classi di età.

362

A partire da questi indicatori si possono costruire delle tavole di attività1, per generazioni o per contemporanei (cfr. § 153), contenenti, oltre alla serie delle probabilità menzionate nel paragrafo precedente, la distribuzione delle età di ingresso in attività2 e quella delle età di uscita dall’attività3, se possibile per ogni causa, considerando o meno la mortalità; le corrispondenti età medie di ingresso in attività4 e le età medie di uscita dall’attività5; e le speranze di vita attiva6: speranza lorda di vita attiva7, in assenza di mortalità, speranza netta di vita attiva8, in presenza di mortalità. Ognuna di queste speranze di vita attiva esprime il numero medio di anni di attività che restano da vivere, nelle ipotesi adottate, dagli attivi (350-1 *) dell’età considerata. Se quest’ultima è l’età di ingresso nell’attività, la speranza di vita attiva corrispondente è la durata media della vita attiva9 degli individui entrati in attività a questa età; è possibile calcolare un indicatore analogo per l’insieme delle età di ingresso in attività, occorre in tal caso precisare che si tratta di questo insieme.
  1. Allo stato attuale dell’osservazione e dell’analisi, queste tavole sono state costruite solo nei casi in cui le interruzioni, o cessazioni temporanee dell’attività, sono in proporzione trascurabile, questo è più o meno il caso della popolazione maschile. Per il sesso femminile, la frequenza delle interruzioni di attività complica molto l’analisi e bisognerà distinguere il primo ingresso in attività, o inizio dell’attività, dagli altri ingressi, o ripresa dell’attività.

Capitolo 4 • Mortalità e morbosità

401

Lo studio della mortalità1, consiste nell’analisi quantitativa di tutte le manifestazioni concernenti il fenomeno delle morti in una popolazione. La denominazione generica tasso di mortalità2 fa riferimento a tutti i tassi (133-4) utilizzati per misurare la frequenza delle morti3, o dei decessi3, in seno ad una popolazione o ad una frazione della medesima (101-6). Se non è altrimenti specificato, l’espressione tasso di mortalità differenziale1mortalità va in genere intesa nel senso di tasso generico di mortalità4, o tasso di mortalità generale4 (nel senso di tasso grezzo cfr.136-8). Questo è un tasso medio annuale, ottenuto dividendo il numero di decessi osservati in un dato anno di calendario per la popolazione media5 del medesimo anno. Generalmente il tasso di mortalità viene espresso in per mille (sottinteso: abitanti - cf. 133-4*). Fra i tassi di mortalità calcolati per frazioni scelte della popolazione, si fa menzione dei tassi di mortalità specifici per sesso ed età6. L’espressione tasso di mortalità specifico per età7 assume generalmente un significato analogo, poiché è raro calcolare dei tassi per età, o per classi di età, senza distinzione di genere.
  1. Il termine mortalità è talvolta utilizzato come sinonimo di tasso di mortalità nel senso del n° 401-4 (cfr. 133-4*).
  2. morte, s.f. — morire, v.i. — morto, pp., agg. e s.m. — mortale, agg.: che è soggetto a morte, o che cagiona morte.
    decesso, s.m. — decedere, v.i. — deceduto, pp., agg. e s.m.
  3. La mortalità generale è comprensiva di tutti i casi di morte nel periodo di riferimento, senza alcuna distinzione (cf. 134-7*).
  4. Nel caso in cui il periodo di osservazione sia pluriennale, si definisce generalmente questa numerosità media, come la media dell’ammontare (101-7) medio di popolazione in ogni anno di osservazione.

402

Gli studi sulla mortalità differenziale1 hanno per oggetto la diversa incidenza della mortalità su gruppi scelti di individui. Quando un gruppo presenta una mortalità nettamente superiore rispetto ad altri, con i quali è posto a confronto, quantomento implicitamente, si parla talvolta di sopramortalità2, o supermortalità2, del primo (sottinteso: rispetto agli altri). Questa viene misurata attraverso indicatori di sopramortalità3. Si studia sotto il nome di mortalità secondo la professione4, la mortalità dei diversi gruppi professionali (352-3). È opportuno distinguere la mortalità secondo la professione dalla mortalità professionale5, che è una sopramortalità direttamente derivante dai rischi associati all’esercizio di una particolare professione. Tra questi rischi, si fa menzione delle malattie professionali6.
  1. L’espressione supermortalità maschile fa implicitamente riferimento alla mortalità femmile corrispondente - per es. : alla stessa età.

403

I quozienti standardizzati di mortalità1 (cf. 136-7) sono generalmente destinati a confrontare la mortalità di diverse popolazioni, al netto delle differenze di struttura (101-2), ed in particolare della loro composizione per età (325-6). Un metodo di calcolo usuale dei quozienti standardizzati consiste nell’applicare i quozienti per età osservati nelle popolazioni studiate ai viventi nelle diverse classi di età di una popolazione tipo2, cioè di una popolazione caratterizzata da una determinata struttura per età, presa come modello di riferimento. Se non si dispone dei quozienti specifici per età, questo metodo diretto, detto metodo della popolazione tipo3, diventa inapplicabile. Si possono in tal caso ottenere in via indiretta dei quozienti standardizzati, attraverso il metodo dei coefficienti tipo4. Utilizzati direttamente, in particolare per confrontare sottopopolazioni (101-6), gli indici ottenuti attraverso questo metodo prendono il nome di indici comparativi di mortalità5. Il loro calcolo si realizza a partire da una mortalità tipo6, cioè da una serie di coefficienti tipo di mortalità6 per età, che vengono applicati ai contingenti di viventi nelle varie classi d’età, in ciascuna delle popolazioni poste a confronto. Il valore dell’indice per una data popolazione si ottiene rapportando il numero osservato di morti7 nella popolazione al numero di morti teorico8, o numero di morti previsto8. L’indice è espresso in base 100 (132-8).

410

In demografia, l’espressione mortalità infantile1 assume il significato preciso di mortalità che colpisce i nati vivi fra la nascita e il primo compleanno. Per mortalità neonatale2 si intende la mortalità che colpisce i nati vivi nel periodo neonatale3, quest’ultimo comprende i primi 28 giorni di vita; per mortalità neonatale precoce4 si intende la mortalità nel corso della prima settimana di vita. La cosiddetta mortalità neonatale tardiva6 comprende coloro i quali muoiono tra il settimo e il ventottesimo giorno. L’espressione mortalità post-neonatale5 designa la mortalità fra il termine del periodo neonatale ed il compimento del primo anno.
  1. A differenza del termine infanzia, l’aggettivo infantile ha conservato il suo significato originario (dal latino: "infans", etimologicamente che non sa ancora parlare); corrisponde alla prima infanzia.
  2. Certe statistiche estendono il periodo neonatale al primo mese di vita.

411

Le espressioni mortalità intrauterina1 e mortalità fetale1 designano la mortalità del prodotto della gestazione prima dell’espulsione o dell’estrazione completa del corpo dalla madre. Le morti corrispondenti sono chiamate morti intrauterine2. La mortalità fetale precoce3 si produce nelle prime 20 settimane di gestazione, la mortalità fetale intermedia4, dalla ventesima alla ventottesima settimana non compiuta e la natimortalità5 o mortalità fetale tardiva5, a partire dalla ventottesima settimana. La mortalità perinatale6 comprende la natimortalità ed una frazione della mortalità infantile variabile secondo le organizzazioni o gli autori, mortalità neonatale precoce (410-4), mortalità neonatale (410-2), mortalità infantile endogena (cf. 424-1 * e 3*). La mortalità feto-infantile7 si riferisce ai nati morti e ai decessi entro il primo anno di vita.
  1. Natimortalità, s.f.: nascita di un nato-morto (agg. ff. s.m.). Per tenere conto delle usanze di certi Paesi, tra cui la Francia, nella registrazione degli eventi, le statistiche comprendono generalmente, tra i nati morti, i bambini nati vivi ma morti prima della dichiarazione di nascita, detti falsi nati morti. Una domanda relativa alla vitalità (601-4*) alla nascita permette di distinguere i veri nati morti dai falsi.

412

Rapportando i decessi nel primo anno di età1, prima del ventottesimo giorno e nella prima settimana di vita, ai nati vivi (601-4) dello stesso anno, o alla media ponderata delle nascite dell’anno in corso e di quello precedente, si ottengono, rispettivamente, il tasso di mortalità infantile2, il tasso di mortalità neonatale3 ed il tasso di mortalità neonatale precoce4. Questi tassi si esprimono generalmente per 1000 (sottinteso nati vivi). Quando si dispone della classificazione dei morti per età e per anno di nascita, si possono rapportare i morti nel primo anno di vita di una data generazione alle nascite corrispondenti. L’indice (132-4) così ottenuto è ancora chiamato tasso di mortalità infantile ; sarebbe preferibile chiamarlo quoziente di mortalità infantile5, poiché il termine quoziente è utilizzato a partire dal primo anno per indici analoghi. In assenza della classificazione sopra indicata, l’impiego di coefficienti di ripartizione6 permette di ripartire approssimativamente per anno di nascita gli individui morti ad una certa età nel corso di un dato anno di calendario.
  1. Espressione ellittica per: decessi di bambini di età inferiore ad un anno.

413

Il tasso di natimortalità1, o tasso di mortalità fetale tardiva1, è definito, in linea di principio, come la proporzione dei nati morti (411-5*) sull’ammontare totale delle nascite. In pratica, si usa rapportare i nati morti ai soli nati vivi (601-4); l’indicatore (132-4) ottenuto è il rapporto di natimortalità2; quest’ultimo non dovrebbe essere confuso con il vero e proprio tasso di natimortalità. Il tasso di mortalità fetale3 è dato dal numero di morti intrauterine (411-2) conosciuto per 1000 nati o aborti (603-5) nello stesso anno; rapportando le morti intrauterine ai soli nati vivi si ottiene il rapporto di mortalità fetale4. Questo indicatore sottostima notevolmente la mortalità intrauterina (411-1) poichè spesso le morti intrauterine precoci non vengono percepite o segnalate. Una misura migliore è fornita dalle tavole di mortalità intreuterina5, nelle quali le donne vengono osservate a diverse durate della gestazione (603-3). Il tasso di mortalità perinatale6 si ottiene rapportando i nati morti ed i morti nella prima settimana di vita (o nei primi 28 giorni, o morti per cause endogene) alla somma di nati morti e nati vivi. Analogamente, il tasso di mortalità feto-infantile7 si ottiene rapportando i nati morti ed i morti nel primo anno di vita alla somma di nati morti e nati vivi.

414

Nell’analisi della mortalità per età1, si distinguono la mortalità infantile (410-1), la mortalità neonatale (410-2), la mortalità neonatale precoce (410-4), già definite, la mortalità post-infantile2, cioè quella riferita ai bambini di età compresa tra 1 e 4 anni, la mortalità giovanile3, la mortalità adulta4 e la mortalità senile5; tuttavia queste ultime tre espressioni, a differenza delle precedenti, non hanno significati precisi (cfr. § 323 et § 324 per le età corrispondenti). Si può definire tasso di mortalità post-infantile6 il tasso di mortalità dei bambini di età compresa fra 1 e 4 anni.

420

Si studia sotto il nome di morbosità1 l’azione della malattia2 sulle popolazioni e si distingue l’incidenza della morbosità3 dalla prevalenza4 della stessa a seconda che si presti attenzione ai nuovi casi di malattia5 o alla proporzione di malati (425-3). L’elaborazione delle statistiche della morbosità6 è complicata dall’assenza di demarcazione netta tra lo stato di malattia7 e la buona salute. La nosologia8 e la nosografia9 consentono di definire e di classificare le malattie.
  1. malattia, s.f. - malato, agg. e s.m. — ammalarsi, v.r. — ammalato, agg.
    Come antonimo di salute, il termine malattia si impiega esclusivamente al singolare; lo stesso ammette al contrario l’uso del plurale quando designa un particolare processo morboso o affezione.

421

La denominazione generica statistiche sanitarie1 riveste un significato più largo rispetto alle statistiche della morbosità e si riferisce all’insieme delle statistiche riguardanti la salute della popolazione. Queste comprendono generalmente le statistiche della mortalità per causa2. La classificazione dei decessi secondo la causa di morte3 è complicata dall’esistenza, accanto alle cause uniche di morte4, di cause multiple di morte5, o cause congiunte di morte5. In quest’ultimo caso è possibile distinguere: sia la causa immediata di morte6, o causa terminale di morte6, e le cause concomitanti di morte7; sia la causa iniziale8, o causa principale8, e le concause di morte9, o cause secondarie di morte9. I tassi di mortalità per causa10 sono spesso espressi per 1000 (sottinteso: abitanti). Si considera anche la quota dei decessi per causa11, sul totale dei decessi per tutte le cause. Tale distribuzione percentuale dei decessi per causa di morte fornisce, per esempio, la struttura delle cause di morte12 in un particolare gruppo di età o nella popolazione generale.

422

La morte o l’incapacità (cf. 426-2) possono essere la conseguenza, oltre che di una malattia (420-2), di traumatismi1, o ferite1, o ancora di intossicazioni2, o avvelenamenti2. I traumatismi e le intossicazioni possono essere ascrivibili a meri accidenti3 o a violenze4. Tra queste ultime si distinguono i suicidi5 ed i tentati suicidi5, da una parte, e gli omicidi volontari, le lesioni personali volontarie6 e gli avvelenamenti criminosi6, dall’altra. Generalmente, una classificazione distinta è riservata alle morti per cause belliche7 ed alle ferite per cause belliche7 .
  1. ferita, s.f. — ferito, agg. e s.m. — ferire, v.t.
  2. L’espressione morte per accidente è da preferirsi a quella di morte accidentale, che è piuttosto da contrapporsi a morte naturale, imputabile, cioè, a malattia o senilità (424-7).
  3. Si noti che l’espressione morte violenta comprende anche le morti dovute ad accidenti.
  4. L’omicidio involontario — ed in particolare l’omicidio colposo — di solito viene considerato come un accidente.

423

Viene definita endemica1 una malattia che incide con continuità sulla popolazione di un determinato territorio, al contrario dell’epidemia2 che si diffonde per poi estinguersi dopo una durata più o meno lunga; quando un’epidemia si diffonde in molti Paesi si definisce pandemia3. A talune malattie trasmissibili4 è dedicata particolare attenzione, data la loro capacità di rapida propagazione; esse sono le cosiddette malattie epidemiche5, le quali costituiscono oggetto di rilevazione speciale ai fini della formazione di statistiche epidemiologiche6. Tale rilevazione viene agevolata dal fatto che in numerosi Paesi la maggior parte di dette malattie è stata inclusa in un elenco di malattie soggette a denuncia obbligatoria7. Dal punto di vista dell’abituale evoluzione delle specifiche malattie si fa talora distinzione tra malattie croniche8, ad evoluzione lenta, e malattie acute9, a rapida evoluzione.
  1. Endemia, s.f. - endemico, agg.
  2. Le espressioni malattie trasmissibili, malattie contagiose e malattie infettive non costituiscono sinonimi. La denominazione di malattie contagiose non si applica che alle malattie suscettibili di trasmissione diretta da uomo a uomo: così la malaria, malattia trasmissibile, non è considerata contagiosa. D’altra parte, certe malattie infettive, come la febbre puerperale, non possono propriamente essere considerate come malattie trasmissibili.
  3. Epidemiologico, agg. — epidemiologia, s.f. : il significato di quest’ultimo termine si è notevolmente esteso; include attualmente lo studio delle relazioni di un fenomeno biologico o medico con diversi fattori, il tabacco, per esempio, nell’epidemiologia del tumore al polmone.
  4. Alcune legislazioni prevedono anche malattie soggette a denuncia facoltativa.

424

Taluni aspetti della mortalità presentano un interesse particolare per il demografo: la mortalità endogena1, che deriva dal patrimonio genetico dell’individuo, da malformazioni congenite2, da traumatismi collegati con il parto o dalla degenerazione biologica legata all’invecchiamento dell’organismo; la mortalità esogena3 che, al contrario, deriva da cause esterne, quali le malattie infettive (423-4 ) ed i traumatismi accidentali, ad eccezione dei traumatismi legati al parto. Particolare attenzione è dedicata all’insieme delle malattie e traumatismi legati alla gravidanza (602-5), al parto (603-4) ed allo stato puerperale4. Questo gruppo di malattie e traumatismi è all’origine della cosiddetta mortalità materna5; lo studio di quest’ultima fa ricorso ai tassi di mortalità materna6, ottenuti rapportando i casi di mortalità materna in un dato anno al numero di parti o di nati nello stesso anno. Attenzione particolare è dedicata anche alla senilità7, pur se indirettamente, poichè l’eccessiva frequenza dei decessi attribuiti a questa causa di morte può essere considerata indicativa di scarsa accuratezza della rilevazione e della classificazione dei decessi secondo le cause.
  1. Questa distinzione tra mortalità endogena ed esogena è utilizzata nell’analisi della mortalità infantile (410-1), scomponibile in mortalità infantile endogena e mortalità infantile esogena.
  2. L’espressione mortalità puerperale designa la mortalità nel periodo puerperale, cioè il periodo di allattamento successivo al parto.
  3. Senilità, s.f. : indebolimento dovuto alla vecchiaia (324-6) - senile, agg.: che si riferisce alla vecchiaia.

425

I principali indici di morbosità1 (cf. 420-1) si possono riferire sia alla frequenza delle malattie, che alla loro durata e gravità. Questi indici (132-4) possono essere calcolati per singola malattia (420-2), o per l’insieme delle malattie. Per analogia con il tasso di mortalità (401-2), è detto tasso di morbosità2 il rapporto tra i nuovi casi di malattia (420-5) osservati in una data popolazione in un definito intervallo di tempo, e la popolazione media dell’intervallo considerato. Un altro indicatore di frequenza della morbosità è costituito dalla proporzione di malati3 in un dato momento nel gruppo considerato. Non si confonda la durata media dei casi di malattia4 con il numero medio di giornate di malattia5; nel primo indice, il numero totale dei giorni di malattia è rapportato al numero totale di casi, nel secondo, alla popolazione media dell’anno. La gravità di una malattia può essere misurata tramite il tasso di letalità6, o tasso di mortalità clinica6, che esprime la frequenza dei decessi (401-3) tra i malati, o più precisamente la proporzione, tra i casi di manifestazione di una data malattia, di quelli terminanti con la morte.
  1. Sono generalmente comprese nel calcolo solo le malattie di durata superiore ad un certo periodo di carenza, introdotto nel sistema delle assicurazioni per evitare l’indennizzo di incapacità (cf. § 426) di durata molto breve.

426

Il termine deficienza1 designa ogni difetto fisico, funzionale o psichico, che risulti da una malattia (420-2), da un traumatismo (422-1) o da una malformazione congenita (424-2) o ereditaria. Le malattie o gli accidenti possono rendere una persona incapace di svolgere il proprio lavoro abituale; questa incapacità di lavoro2 può essere assoluta o parziale; vi è incapacità permanente3 o invalidità4 quando l’incapacità, totale o parziale, è definitiva; in questo caso si parla di diritto sociale alla disabilità7 o incapacità8. Il rischio di invalidità5 è la probabilità che una persona valida di età esatta x ha di diventare invalida nel corso dell’anno, o dei successivi n anni. Le tavole di ingresso in invalidità6 contengono una o più serie di indici relativi all’invalidità: rischio di ingresso in invalidità, numero di persone valide ad ogni età, ecc.
  1. Invalidità, s.f. - invalido, agg.
  2. L’espressione tavola d’invalidità, costruita come tavola di mortalità (432-1), sarebbe preferibile.

430

La rilevazione statistica dei decessi (401-3) viene effettuata generalmente a mezzo di schede individuali di morte1 (cf. § 212), compilate dagli addetti allo stato civile all’atto della registrazione degli atti di morte (211-10). Particolari procedure sono talvolta utilizzate per conciliare la segretezza professionale con le necessità della rilevazione. Una di queste procedure consiste nell’associare ad una scheda individuale anonima un certificato medico di morte2 nel quale il medico indica la causa di morte (421-3); la corrispondenza tra i due documenti è assicurata dal comune numero di registrazione che essi portano.
  1. Le prime notizie statistiche sulla mortalità vennero ottenute dallo spoglio delle liste mortuarie che comparivano nei registri delle sepolture (214-3).

431

L’analisi dettagliata della mortalità di un periodo o di una generazione (116-1) si realizza a partire da quozienti di mortalità1. È così chiamata la probabilità nqx che un individuo di età esatta x ha di morire prima di compiere l’età esatta x+n; questi quozienti prendono il nome di quozienti annuali di mortalità2, quando n = 1, e di quozienti quinquennali di mortalità3, quando n = 5 . Il quoziente istantaneo di mortalità4 è il limite dal rapporto nqx : n quando n tende a zero; questo viene anche chiamato tasso istantaneo di mortalità4. Il quoziente prospettico di mortalità5 è la probabilità che gli individui di una stessa generazione o di uno stesso gruppo di generazioni hanno di morire tra due date precise (in particolare si fa riferimento al 1° gennaio). Il nome di questo quoziente deriva dal suo impiego nel calcolo delle proiezioni di popolazione. Il complemento ad uno del quoziente di mortalità nqx è la probabilità di sopravvivenza6 tra l’età esatta x e l’età esatta x+n. Analogamente, il complemento ad uno del quoziente prospettico di mortalità è una probabilità prospettica di sopravvivenza7 da un 1° gennaio ad un altro.
  1. Queste probabilità di sopravvivenza sono anche dette coefficienti di sopravvivenza.

432

L’espressione tavola di mortalità1 designa propriamente la serie dei quozienti di mortalità (431-1) osservati alle diverse età in un dato insieme di individui. Ma è detta anche tavola di mortalità una collezione di tavole (153-1) relative ad uno stesso insieme di individui, in cui ciascuna tavola descrive la mortalità dell’insieme considerato sotto una forma particolare, corrispondente ad una determinata funzione della tavola di mortalità2. Una di queste funzioni è conosciuta sotto il nome di funzione di sopravvivenza3, e la tavola corrispondente è chiamata tavola di sopravvivenza3. Essa indica il numero di sopravviventi4 a diverse età esatte (322-7), cioè il numero degli individui che raggiungerebbero rispettivamente ciascuna età, appartenenti ad una generazione (116-1) di numerosità iniziale data, sottoposta alla mortalità rappresentata dalla tavola. La numerosità iniziale della generazione, cioè il numero di nati vivi preso come base di calcolo della tavola di sopravvivenza, è detta radice5 della tavola. Si dice che la tavola descrive il processo di estinzione6 di una generazione sottoposta alla mortalità in questione.
  1. Si adotta generalmente come radice una potenza 10 : per es. 10.000 o 100.000.

433

Alla tavola di sopravvivenza (432-3) corrisponde una tavola dei decessi1 di medesima radice (432-5) che rappresenta la ripartizione per età (325-6) dei decessi della generazione (116-1) considerata; questi vengono chiamati decessi della tavola2, per distinguerli dai decessi osservati. Le tavole di mortalità (432-1) contengono, generalmente, una quarta funzione, la speranza di vita3 all’età x o numero medio di anni che restano da vivere ai sopravviventi (432-4) di età esatta x, alle condizioni di mortalità della tavola. La speranza di vita alla nascita4 è un caso particolare di speranza di vita; essa rappresenta la durata media di vita di individui sottoposti dalla nascita alla mortalità della tavola; anche detta vita media4. Il reciproco della vita media è talvolta utilizzato come indice sintetico di mortalità, sotto il nome di tasso di mortalità della popolazione stazionaria5.

434

Si chiama vita mediana1 (cfr. 140-6), o vita probabile1, il numero di anni necessari perchè il contingente iniziale di nati, in forza della mortalità descritta nella tavola (cfr. 431), si riduca a metà. La ripartizione per età (325-6) dei decessi della tavola (433-1) presenta generalmente più valori modali, dei quali uno si situa verso la fine dell’età adulta (324-4) o nella vecchiaia (324-6). L’età corrispondente è chiamata età modale alla morte2 (cfr. 140-8*), o età normale alla morte2, e la durata di vita corrispondente è talvolta chiamata vita normale2. Questo indice corrisponde meglio della vita mediana o della vita media (433-4) al concetto corrente di durata della vita umana3. Si confonde talvolta questa nozione di durata della vita maggiormente osservata tra gli individui di età adulta, con la longevità4 della specie umana; in senso proprio, quest’ultima denominazione corrisponde alle durate estreme della vita suscettibili di essere raggiunte dall’essere umano (cfr. 324-8*), ma che hanno carattere eccezionale.
  1. Si precisa talvolta, in tal senso, vita probabile alla nascita, poiché si può definire in via generale una vita probabile all’età x, che è in realtà una sopravvivenza probabile all’età x, e che corrisponde al numero di anni necessari perchè si riduca a metà il contingente di sopravviventi all’età x (cfr. 432-4) di una tavola.
    In queste espressioni, l’aggettivo probabile assume il significato di equiprobabile, termine che si presta meno ad essere equivocato.
  2. Nella denominazione età normale alla morte, l’aggettivo normale assume un significato analogo a quello conferitogli dagli statistici nelle espressioni legge normale, curva normale, ecc. E’ tuttavia preferibile evitare l’impiego del termine in demografia, per evitare possibili equivoci. L’espressione età modale alla morte è da preferire.
  3. Etimologicamente: lunga vita.

435

Si può definire tavola di mortalità completa1 una tavola che presenti la serie completa dei quozienti di mortalità (431-1 ). I quozienti che figurano nelle tavole sono generalmente dei quozienti annuali (cfr. 431-2), la serie in questione corrisponde generalmente alla serie completa delle età. Si parla allora di tavola di mortalità dettagliata1. L’espressione tavola di mortalità abbreviata2 designa, in pratica, una tavola di quozienti di mortalità in corrispondenza di classi di età quinquennali o decennali, a partire dalle età infantili (323-2) o una tavola di sopravviventi (432-4) a queste stesse età o ancora l’insieme delle due. Si distinguono talvolta le tavole di mortalità per gruppi scelti3, o tavole di mortalità attuariali3, risultanti dall’osservazione di gruppi selezionati (costituiti generalmente dalla clientela delle compagnie di assicurazione), e le tavole di mortalità generali4, basate sull’osservazione dell’insieme di individui che compongono una popolazione. Le tavole di mortalità sono generalmente presentate con distinzione secondo il sesso, ed eventualmente per entrambi i sessi. Una tavola di mortalità costruita solo sulla base di una generalizzazione di relazioni empiriche è detta tavola tipo di mortalità5.
  1. Attuariale, agg. - attuario, s.m. : specialista dell’applicazione della matematica ai problemi assicurativi.

436

Viene chiamata tavola di mortalità del momento1 (cfr. 153-2) una tavola di mortalità (432-1 ) costruita sulla base delle osservazioni effettuate durante un certo periodo di riferimento, sull’insieme delle generazioni (116-1) rappresentate in quel periodo. E’ detta tavola di mortalità per generazione2 (cfr. 153-3) una tavola di mortalità costruita osservando una stessa generazione in tutto il corso della sua esistenza. Si rappresenta talora graficamente l’andamento delle probabilità di morte (431-1) in funzione dell’età e del periodo di osservazione: il corrispondente grafico tridimensionale è detto superficie di mortalità3.

437

Si usa chiamare diagramma di Lexis1, o grafico di Lexis1, dal nome del suo inventore, uno schema destinato a chiarire il metodo di calcolo dei quozienti di mortalità (431-1). In questo schema, l’esistenza di un individuo viene rappresentata attraverso un segmento di retta, detto linea di vita2, avente origine in un punto dell’asse dei tempi corrispondente alla nascita (601-3) dell’individuo in questione, e termine nel punto di morte3 che ne rappresenta il decesso (401-3). Un metodo di analisi della mortalità (401-1) alle età elevate ha ricevuto il nome di metodo delle generazioni estinte4 poiché utilizza i decessi osservati in generazioni (116-1) estinte.

Capitolo 5 • Nuzialità

501

Fanno parte dello studio della nuzialità1 i fenomeni quantitativi che dipendono dall’esistenza, nelle popolazioni, di matrimoni2, o unioni legittime2, cioè di unioni3 tra individui di sesso opposto, stabilite nelle forme previste dalla legge o dalla consuetudine, e che danno agli individui in causa diritti e doveri particolari. Nella maggior parte delle società, l’instaurazione di tali unioni legali o consuetudinarie è caratterizzata dalla celebrazione di una cerimonia, chiamata anche nozze4. L’osservazione della frequenza degli eventi (201-3) costituiti da tali matrimoni (nel senso del n° 501-4) e dagli scioglimenti delle unioni (513-3), è alla base degli studi sulla nuzialità. Per estensione, talvolta si considerano anche, nei limiti del possibile, lo studio delle unioni illegittime (503-5), soprattutto dove tale genere di unioni è abbastanza diffuso da non poter fare a meno di non prenderle in considerazione. Gli individui uniti dal legame del matrimonio (nel senso del n° 501-2) si chiamano sposi5, o coniugi5. A seconda del loro sesso, i coniugi sono chiamati rispettivamente marito6, o sposo6, e moglie7, o sposa7. Si chiama coppia sposata8 (cfr. 503-8) l’insieme composto dai due sposi.
  1. matrimonio, s.m. — matrimoniale, agg.
    Nello stesso senso si usano pure connubio (s.m.), unione legittima, o unione regolare, ecc.
    Nella terminologia giuridica corrente la voce letto (s.m.) prende il significato di ’’matrimonio’’ in espressioni come ’’figli di primo letto.’’
  2. nozze, (s.f. pl.) è usato solo al plurale. — nuziale, agg.
  3. sposi, s.m. pl. — sposarsi, v.r., e anche, detto dell’uomo, ammogliarsi (v.r.), e della donna, maritarsi (v.r.).
    coniuge, s.m. — coniugale (agg.): si dice indifferentemente dell’uno come dell’altro soggetto del ’’matrimonio.’’

502

Le legislazioni matrimoniali1 (cfr. 501-2*) e i costumi matrimoniali2 presentano una grande varietà. Una popolazione è detta monogama3 quando un individuo può contrarre matrimonio con un coniuge (501-5) per volta, e poligama4 nel caso opposto. Tra le società poligame, si distinguono le società poliandre5, nelle quali una donna può contrarre matrimonio con più sposi (501-6), e le società poligine6, nelle quali un uomo può contrarre matrimonio simultaneamente con più spose (501-7).
Il termine ’’poligamia’’ viene frequentemente usato nel senso di ’’poliginia.’’
  1. monogamo, agg. — monogamia, s.f. — monogamico, agg.: relativo alla monogamia.
  2. poligamo, agg. — poligamia, s.f. — poligamico, agg.: relativo alla poligamia.
  3. poliandro, agg. — poliandria, s.f. — poliandrico, agg.: relativo alla poliandria.
  4. poligino, agg. — poliginia, s.f. — poliginico, agg.: relativo alla poliginia.

503

In alcuni Paesi è riconosciuto efficace agli effetti della legge il solo matrimonio civile1 contratto secondo le forme previste dalla legge dello Stato. In altri, si riconosce efficacia giuridica anche al matrimonio religioso2, celebrato nelle forme previste dalla Chiesa salvo, eventualmente, l’adempimento di alcune formalità amministrative (dichiarazione, trascrizione). In altri Paesi ha valore legale il matrimonio secondo consuetudine3, celebrato secondo le tradizioni locali o tribali. In diverse società, sussistono varie forme di matrimonio consensuale4, di unione consensuale4, di unione libera5 o di unione illegittima5, di convivenza more uxorio5, di convivenza5 più o meno stabili, e non solennizzate da una cerimonia stabilita dalla legge. Le due prime espressioni sono usate di preferenza nelle società in cui esiste soltanto questo genere di unioni o in cui esso è molto diffuso; l’ultima implica invece che questo genere di unione coesiste con altri tipi di unione non sprovvisti come quest’ultima di un quadro formale. A queste unioni stabili si contrappongono le unioni temporanee6 con o senza convivenza7. La terminologia tecnica moderna tende a designare attraverso la parola coppia8 l’insieme formato da due individui di sesso diverso che convivono..
  1. Concubinato, s.m. : stato di unione illegittima- concubino, s.m., concubina, s.f. : persona in stato di concubinato.
    Questi termini sono sempre meno utilizzati fatta eccezione nella terminologia giuridica. Nel linguaggio comune, si sostituisce rispettivamente alle due ultime parole compagno (s.m.) e compagna (s.f.), e alla prima espressioni come coppie di fatto, vivere maritalmente, convivere, convivenze
  2. Bisogna sottolineare che la parola coppia deve spesso essere considerata come un’abbreviazione dell’espressione coppia sposata (501-8).

504

In generale, il matrimonio (501-4) è vietato prima del raggiungimento dell’età minima al matrimonio1, che può essere diversa per i due sessi. Altri divieti alla contrazione del vincolo matrimoniale vengono spesso stabilti dalla legge o dalla consuetudine, soprattutto per evitare i matrimoni fra consanguinei2, cioè i matrimoni tra parenti (114-3) stretti legati quindi fra loro da un certo grado di consanguineità3.
  1. Secondo la legge italiana, l’’’età minima al matrimonio’’ è di 16 anni per i maschi e di 14 per le femmine, salvo dispensa, per casi eccezionali, che ammette al matrimonio l’uomo che abbia superato il 14.mo compleanno e la donna che abbia superato il 12.mo.
    L’espressione età matrimoniale serve ai demografi per indicare età atte al matrimonio, secondo il criterio fisiologico, o legale, o religioso.

505

In alcuni Paesi vige la norma per cui la celebrazione delle nozze (501-4) deve essere preceduta dalle pubblicazioni di matrimonio1, volte a dar pubblicità alle nozze progettate, in modo che, coloro ai quali interessi, possano fare opposizione. Talvolta è richiesta una preventiva autorizzazione di matrimonio2, o licenza di matrimonio2 perché le nozze possano celebrarsi. Di solito alla fine della cerimonia viene rilasciato un certificato di matrimonio3 ai nuovi sposi4 o sposi novelli4. Si parla di consumazione del matrimonio5, o si dice che il matrimonio è stato consumato5, allorché avviene l’unione carnale degli sposi (501-5).
  1. In Italia, le rilevazioni statistiche sulle caratteristiche dei matrimoni avvengono a mezzo di una scheda di matrimonio, compilata alla registrazione dell’’’atto di matrimonio’’ (cfr. 211) nel ’’registro dei matrimoni’’ (211-4).
  2. Prima delle nozze i futuri sposi sono detti fidanzati, a seguito di un fidanzamento, o scambio di promessa di matrimonio, fra i due, fatto con maggiore o minore solennità.

506

Si ha endogamia1 in senso stretto quando i matrimoni (501-4) sono celebrati soltanto tra persone appartenenti ad uno stesso gruppo (classe, stirpe, tribù, ecc.), ma il termine viene usato anche quando si osserva solo una accentuata tendenza, da parte dei contraenti ’’matrimonio’’ (501-2), ad appartenere ad uno stesso gruppo, generalmente di dimensioni limitate e ben definito. Un gruppo di questo genere riceve la qualifica di isolato2, ed i confini che lo circoscrivono possono essere di varia natura, geografici, politici, etnici, sociali, religiosi, ecc. Si parla, invece, di esogamia3 allorché la scelta del coniuge si effettua volentieri al di fuori della categoria o del gruppo al quale l’individuo appartiene. L’esogamia nel senso stretto del termine indica il divieto di contrarre matrimonio tra individui che appartengono allo stesso gruppo (classe, stirpe, tribù, ecc.). Si chiamano matrimoni misti4 quelli in cui i contraenti differiscono fra loro per un carattere importante, il ’’gruppo etnico’’ (333-2), la religione (cfr. § 341), nazionalità (cfr. § 330), ecc.. Nel caso di matrimoni fra persone che hanno alcune caratteristiche comuni, per esempio sociali, fisiche, o mentali, si parla di omogamia5, e nel caso opposto, di eterogamia6.
  1. endogamia, s.f. — endogamo, agg. — endogamico, agg.: relativo all’endogamia.
  2. esogamia, s.f. — esogamo, agg. — esogamico, agg.: relativo all’esogamia.
  3. omogamia, s.f. — omogamo, agg. — omogamico, agg.: relativo all’omo-gamia.
    Per misurare la tendenza di certe combinazioni di caratteristiche dei contraenti matrimonio a presentarsi più spesso di quanto avverrebbe per puro caso, si possono impiegare gli indici di attrazione del Benini.
  4. eterogamia, s.f. — eterogamo, agg. — eterogamico, agg.: relativo all’eterogamia.
    Gli indici di repulsione del Benini valgono, in questo caso, per misurare la tendenza di certe combinazioni di caratteristiche ad escludersi (cfr. nota precedente).

510

Al termine di una vita coniugale1 più o meno lunga, si può verificare la fine dell’unione2 che implica lo scioglimento del matrimonio3, o l’estinzione del matrimonio3, per la morte di un coniuge, od anche, laddove ciò è ammesso, secondo la legge e la consuetudine, con conseguente rottura di tutti i vincoli giuridici derivanti dallo stato di ’’coniuge’’ (501-5). In particolare ne deriva la possibilità di contrarre un nuovo matrimonio (cfr. 502-3). Quando il matrimonio viene sciolto per la morte di uno degli sposi (501-5), il coniuge sopravvivente prende nome di vedovo4, se uomo, o vedova5, se donna. Lo stato in cui vivono i vedovi6 è chiamato vedovanza7.
’’unione legittima’’ (501-2*) che termina per vedovanza o ’’divorzio’’ (511-1).
  1. scioglimento, s.m. — sciogliere, v.t. — ’’’sciogliersi, ’’v.r’’. — matrimonio sciolto:’’’
  2. vedovo, s.m. e agg. — vedovile, agg.
  3. In alcune società il matrimonio tra vedovi non è consentito. In Italia, la donna ’’vedova’’ (cfr. 510-5) è soggetta per legge ad un divieto temporaneo di nuove nozze che è di 300 giorni dopo la morte del ’’marito’’ (cfr. 501-6), per evitare ambiguità nell’attribuzione della paternità (114-6) dei figli postumi.

511

Laddove esiste, il divorzio1 costituisce un mezzo, regolato dalla legge o dalla consuetudine, di scioglimento del matrimonio (510-3). Il divorzio è spesso il risultato di una sentenza di divorzio2. In alcune società, esso può verificarsi a seguito del ripudio3 di uno dei due coniugi (501-5) da parte dell’altro. I divorziati4, o le persone divorziate4, cioè quelle che hanno subito lo scioglimento del matrimonio per divorzio, sono detti divorziato5 o divorziata6, a seconda del loro sesso.
  1. divorzio, s.m. — divorziare, v.i.
  2. In Italia il divorzio è stato introdotto dalla legge n. 898 del 1970. Gli italiani furono chiamati il 12 maggio 1974 a decidere se abrogare la legge Fortuna-Baslini che istituiva in Italia il divorzio: parteciparono al voto l’87,7% degli aventi diritto, votarono no il 59,3%, mentre i sì furono il 40,7%. Nella documentazione statistica, le sentenze di divorzio emesse da autorità italiane e straniere sono annotate nel ’’registro di matrimonio’’ (211-4).
  3. ripudio, s.m. — ripudiare, v.t.

512

Le legislazioni che adottano il principio dell’indissolubilità del matrimonio1 non autorizzano il divorzio (511-1); soltanto la morte di uno dei coniugi (501-5) può portare allo scioglimento del matrimonio (510-3). Indipendentemente dalla legislazione, il disaccordo provoca la separazione2 degli sposi; essa può essere una separazione di fatto3, frequente in alcune società, che può realizzarsi per mutuo consenso tra i coniugi o risultare dall’abbandono4 di uno dell’altro; oppure può trattarsi di una separazione legale5 o separazione personale dei coniugi5 che permette di sciogliere il legame giuridico tra gli sposi (501-5), dispensandoli in particolare dall’obbligo di convivenza, cioè dall’obbligo di vivere sotto lo stesso tetto. Giuridicamente parlando, sono detti separati6 gli sposi di cui il legame giuridico è sciolto secondo la legge. In demografia, può essere utile precisare: separati legalmente6, per distinguere questo caso da quello in cui sussiste una semplice separazione di fatto. Gli sposi che vivono separati, legalmente o no - ivi compresi per cause di forza maggiore (ad es. in circostanze di guerra) - formano delle coppie separate7 (coppie secondo la 503-8*).
  1. Detta pure separazione consensuale, quando avvenga per mutuo consenso. Essa non ha effetto, in Italia, senza l’omologazione dell’autorità giudiziaria.

513

L’annullamento del matrimonio1 è il risultato di una sentenza che dichiara la nullità del matrimonio1, cioè l’assenza di matrimonio valido2 (cft. 501-2) nei confronti della legge, nonostante la celebrazione del matrimonio (secondo il n° 501-4). L’espressione fine dell’unione (510-2) consente di definire con lo stesso termine tutti i casi in cui un’unione finisce, che sia a causa della morte (401-3), del divorzio (511-1), della separazione legale, dell’annullamento (512-5), o della separazione di fatto (512-3). Se si conosce la data, si parla anche di rottura di un’unione3, o nello stesso senso di fine di un’unione, espressione da utilizzare preferibilmente, nel caso in cui il matrimonio è finito per divorzio o separazione.

514

Dal punto di vista legale, è coniugabile1 o matrimoniabile1 ogni persona che rientra nelle condizioni previste dalla legge o dalla consuetudine per sposarsi; l’insieme di queste persone forma la popolazione coniugabile2 o popolazione matrimoniabile2; le rimanenti formano la popolazione non coniugabile3 o popolazione non matrimoniabile3. Tuttavia, il mercato matrimoniale4, cioè la cerchia di relazioni5 all’interno della quale si opera la scelta del coniuge6 non contiene tutte le persone coniugabili; ma comprende soltanto i candidati al matrimonio7, cioè le persone che per il loro stato di salute, la loro situazione o la loro volontà, non sono escluse, almeno per un certo periodo di tempo, dal mercato matrimoniale. Nelle società monogame (502-3), si distingue di frequente tra primi matrimoni8, o matrimoni tra celibi (515-2), e matrimoni successivi al primo9, o matrimoni tra persone vedove (510-6) o divorziate (511-4). Per classificare i matrimoni per ordine (201-6), è necessario precisare per quale sesso si determina l’ordine di matrimonio10, senza questa precisazione le espressioni precedenti (514-8 e 514-9) diventano ambigue.
  1. coniugabile, agg. ff. s.m.
  2. Non-coniugabile, agg. ff. s.m.
  3. In generale quando si parla di un matrimonio contratto da due celibi, si preferisce sostituire l’espressione matrimonio di celibi all’espressione primo matrimonio. L’ambiguità non scompare tra l’altro al plurale ed il solo modo elegante per evitarla è di parlare di matrimoni tra celibi e per esteso, matrimoni fra celibi e nubili.
  4. risposato, pp. ff. s. : persona sposata (515-5) che ha acquisito tale qualità dopo lo scioglimento di un precedente matrimonio (cf. 510-3).

515

Per classificare la popolazione secondo la situazione matrimoniale1, o lo stato matrimoniale1, talvolta si considerano come facenti parte della categoria dei celibi2 soltanto le persone che non sono mai state sposate, escludendo quelle di cui il primo matrimonio è stato annullato (cf. 513-1). Tra i celibi, si di distingue tra celibi di sesso maschile3, o celibi3, e nubili4 per il sesso femminile. La categoria sposati5, o persone sposate5, è di solito costituita dalle persone che hanno un coniuge (501-5), questo implica l’esclusione di quelle persone di cui il matrimonio è stato sciolto (cf. 510-3*), per vedovanza (510-7) o per divorzio (511-1), ma l’inclusione di quelle che sono separate di fatto o separate legalmente (512-6). Le persone sposate si dividono in uomini sposati6 ed in donne sposate7. Se necessario si possono definire non-celibi8, l’insieme delle persone sposate, vedove, divorziate o separate legalmente.
  1. Celibe, agg. ff. s. - celibato, s.m. : stato delle persone celibi di sesso maschile.
  2. Nubile, agg. ff. s. - nubilato, s.m. stato delle persone celibi di sesso femminile.
  3. Le persone che non appartengono a questa categoria sono possono essere definite come non-sposate o persone non sposate.

520

La denominazione generica di quoziente di nuzialità1 include tutti i tassi (133-4) che servono a misurare la frequenza dei matrimoni in una popolazione o in una sottopopolazione|10|1|6). Salvo se diversamente indicato, l’espressione quoziente di nuzialità deve leggersi come quoziente generico di nuzialità2 o più precisamente quoziente generico annuo di nuzialità2 (cft. 134-7*). Questo quoziente si ottiene dividendo il numero annuo di matrimoni (501-4) per la popolazione media (401-5). Si studiano separatamente la nuzialità maschile3 e la nuzialità femminile4 le quali presentano spesso notevoli differenze fra loro. I tassi di nuzialità per sesso5 sono in genere calcolati come il rapporto tra il numero di matrimoni e la popolazione coniugabile (514-1*) di ogni genere. Si calcolano anche i tassi di nuzialità dei celibi6, come il rapporto tra i primi matrimoni (514-8) e la popolazione celibe (515-2) che può contrarre matrimonio, e i tassi di nuzialità dei vedovi o dei divorziati7 come il rapporto tra i matrimoni di grado superiore al primo (514-9) corrispondenti alla popolazione delle persone vedove (510-6) o divorziate (511-4). Tali tassi possono calcolarsi anche per ogni età o per ogni classe di età (325-2) dello sposo (501-6) o della sposa (501-7), quando i matrimoni sono classificati secondo l’età al matrimonio8 di ognuno degli sposi sposi (501-5); tali tassi si chiamano tassi di nuzialità per età9. La divisione per età (325-6) degli sposi (505-4*) di ogni sesso permette di calcolare l’età media degli sposi10 o età media al matrimonio10 per un certo anno o per un certo periodo. Per studiare la differenza di età tra gli sposi11, bisogna avere a disposizione una divisione per età combinate12 degli sposi.
  1. Talvolta si dice quoziente di nuzialità generale, e si aggiunge la qualifica di ’’medio,’’ e quella di ’’annuale’’ se del caso (cfr. 401-4*). Si usa anche, nello stesso senso, ma meno bene, quoziente grezzo di nuzialità (cfr. 135-8).
    L’espressione ellittica nuzialità vale spesso per ’’quoziente di nuzialità’’ (cfr. 133-3*).

521

L’intensità (138-1) della nuzialità (501-1) dei celibi (515-2) in una generazione (116-1) di uomini o di donne si misura tramite la frequenza del celibato definitivo1; tale misura è sostituita dalla frequenza del celibato2 ad un’étà a partire della quale i primi matrimoni (514-8) sono rari, di solito 50 anni. La frequenza del celibato ad ogni età è calcolata in base ai quozienti di nuzialità3 dei celibi. Questi quozienti sono definiti come la frazione dei celibi di età x destinati a sposarsi prima dell’età x + 1, non considerando la mortalità (401-1). In una popolazione chiusa, la proporzione di celibi4 a tale età, secondo un censimento (202-1 *), ha un valore vicino alla frequenza del celibato alla stessa età in una popolazione corrispondente. Il calendario (138-2) dei primi matrimoni è dato dalla distribuzione dell’età al primo matrimonio, dalla quale si ricava l’età media al primo matrimonio5, l’età mediana al primo matrimonio6, l’età modale al primo matrimonio7. Qualora non siano disponibili i dati per età sui matrimoni, spesso è possibile calcolare un indicatore, definito in inglese singulate mean age at marriage8, desunto a partire dalla proporzione dei celibi e delle nubili per età nei censimenti.

522

Per analogia con le tavole di mortalità, si chiamano tavole di nuzialità1 un insieme, più o meno completo, di funzioni di nuzialità, come ad esempio i quozienti di nuzialità (521-3), le frequenze del celibato (521-2), i primi matrimoni della tavola2; l’insieme delle frequenze del celibato è chiamato tavola di celibato3. Combinando nuzialità e mortalità, si ottiene una tavola di nuzialità netta dei celibi4 o tavola di sopravvivenza in stato di celibato4, caso particolare della tavola a doppia estinzione (153-4). Si possono includere in questa tavola: il numero di sopravviventi in età di celibato5, quello dei sopravviventi in età di non-celibato6, la probabilità di sopravvivenza in età di celibato7 e la speranza di vita in età di celibato8.

523

Si chiama frequenza generica dei divorzi1 o quoziente di divorzialità1, il quoziente utilizzato per misurare la frequenza dei divorzi (511-1). La frequenza dei divorzi sul totale dei matrimoni esistenti2 o quoziente di divorzialità sul totale dei matrimoni esistenti2 indica l’ammontare dei divorzi rispetto alla popolazione totale. Allo stesso modo, si chiama fequenza dei divorzi delle persone sposate3 o quoziente di divorzialità delle persone sposate3 il quoziente ottenuto dal rapporto tra il numero annuo dei divorzi e il numero di coppie sposate (501-8). Se le statistiche disponibili lo permettono, si calcolano anche la frequenza dei divorzi specifica per età4, o quoziente specifico di divorzialità per età4, e la frequenza dei divorzi specifica per durata del matrimonio5 o quoziente specifico di divorzialità per durata del matrimonio5(cf. 524-2). Per misurare la diffusione del divorzio, si utilizza spesso il numero medio di divorzi per matrimonio celebrato6 (qui la parola matrimonio deve essere interpretata secondo il n° 501-4 e non il n° 501-2). Esso può calcolarsi anche come indice del momento (138-5), dividendo il numero dei divorzi registrati nel corso di un dato anno, o al numero di matrimoni registrati nel corso dello stesso anno, o ad una media ponderata di questi matrimoni e di quelli che sono stati celebrati negli anni precedenti.
  1. Si può anche utilizzare l’espressione tasso di divorzio. L’introduzione della parola divorzialità ha permesso di utilizzare un parallelismo terminologico como con la nuzialità, la mortalità ecc. In effetti si parla di tasso di nuzialità o di mortalità e non di tasso di matrimonio, di morte o decesso.
  2. Si chiamano divorzi ridotti ad una certa durata del matrimonio (524-2), il rapporto del numero dei divorzi a questa durata al numero iniziale di matrimoni corrispondenti; la somma dei divorzi ridotti è un indice sintetico (132-5) di frequenza del divorzio, utilizzato soprattutto nell’ analisi trasversale (103-5).

524

Quando si dispone dei dati necessari, si possono calcolare dei quozienti di scioglimento dei matrimoni1 a seconda della durata del matrimonio2 a causa della morte di uno dei due sposi (501-5) e costituire delle tavole di scioglimento dei matrimoni. Lo studio dei secondi matrimoni (514-9) a partire dalla vedovanza (510-7) o dal divorzio (511-1) si interessa particolarmente della frequenza delle seconde nozze3, o proporzione dei vedovi o dei divorziati che si risposano, seguendo l’età alla vedovanza o al divorzio, e la distribuzione dell’intervallo tra la vedovanza o il divorzio e le seconde nozze; quest’ultima permette di calcolare la durata media di vedovanza4 dei vedovi e dei vedovi risposati e l’intervallo medio tra divorzio e seconde nozze5 dei divorziati risposati.

Capitolo 6 • Fecondità e fertilità

601

Lo studio della fecondità1, o della fertilità1, come altri preferiscono (cfr. 621), tratta del fenomeno della procreazione2 sotto i suoi vari aspetti, all’interno di popolazioni o sottopopolazioni (101-6). La voce natalità1 è usata con riferimento alla frequenza delle nascite3 in una data popolazione complessiva, escludendo quindi le sottopopolazioni (cfr. § 632), e si parla più precisamente di ’’fecondità,’’ o di ’’fertilità,’’ a proposito della frequenza delle nascite in seno a gruppi in età feconda (cfr. § 633). La nascita è definita risultante da un parto (603-4), ad ogni parto plurimo (606-2) corrispondono più nascite. Dopo che il bambino è venuto alla luce, si distingue tra nascite viventi4, o nascita di un nato vivo5, e nascita di un nato morto (cfr. 411-5*) attraverso criteri per verificare la vitalità come la respirazione, la mobilità, il battito del cuore del bambino. Se si prendono in considerazione i soli nati vivi si parla di natalità effettiva6 o di fecondità effettiva6, se ci si riferisce alle nascite totali, ivi comprese quelle dei nati morti, si parla invece di natalità totale7 o di fecondità totale7; tuttavia si usa molto spesso il termine natalità6 senza altre specificazioni nel senso di natalità effettiva. L’espressione fecondità differenziale8 si usa per indicare le differenze nella fecondità tra sottopopolazioni..
Non si confonda ’’natalità totale’’ con ’’fecondità generale, o fertilità generale’’ (cfr. 631-6). }}
  1. A proposito del significato della parola fecondità in demografia, vedere anche § 623. I demografi dei Paesi di lingua neolatina usano di solito il termine fecondità per indicare la manifestazione concreta della capacità a procreare. Con fertilità si indica invece la capacità o attitudine a generare. La parola natalità è utilizzata talvolta come sinonimo di tasso di natalità (secondo la 632-1)
  2. procreazione, s.f. — procreare, v.t. — attività procreatrice o attività pro-creativa: il procreare.
  3. nascita, s.f. — nascere, v.i. — nato, pp., agg. e s.m.
    In Italia, alla registrazione di una nascita nell’apposito ’’registro di nascita’’ (211-3), viene compilata a scopo statistico anche una scheda di nascita. Vi sono schede per maschio e schede per femmina, ed in ciascuna di esse una parte è riservata per i casi di ’’natimortalità’’ (410-6). La denuncia della nascita va fatta entro dieci giorni dall’evento. Fonte di inaccuratezza nei dati sulle nascite, in alcune regioni, è il malvezzo di alcuni di dichiarare come avvenuto giorni più tardi del reale l’evento: queste denunce ritardate delle nascite alterano soprattutto i dati di fine dicembre e dei primi giorni del gennaio successivo.
  4. Quando si distingue fra nati vivi e nati morti, in una classificazione, si dice che questa è fatta secondo la vitalità (s.f.) dei nati.
  5. Secondo la legge italiana, si considera nato vivo un ’’nato’’ che abbia almeno respirato.
  6. Qualche autore usa il termine prolificità (s.f. — prolifico, agg.) per il caso in cui ci si riferisca ai soli ’’nati vivi,’’ e parla di produttività (s.f. — produttivo, agg.), quando si prendono anche in considerazione ’’nati morti’’ ed ’’aborti’’ (603-5), da un uomo, o da una donna, o ’’da una coppia’’ (503-4). Ma non si tratta di un uso uniformemente seguito. In particolare, il vocabolo ’’prolificità’’ viene impiegato con varietà di significati da autori diversi (ad esempio, nel senso di 632-2, o per indicare qualsiasi forma di misura della ’’fecondità’’ — cfr. 621).
    L’Espressione natalità residua viene usata per indicare la frequenza dei ’’sopravviventi’’ (431-4) dopo un anno dalla nascita.
  7. Si usa parlare di nascite totali, o di nati in totale, quando si intendono inclusi i casi di natimortalità. Se questi sono esclusi, allora si deve di norma specificare che ci si riferisce ai soli ’’nati vivi’’: parlare solo di ’’nati’’ darebbe luogo ad incertezze nell’interpretazione.

602

Il concepimento1 — o concezione1 — avviene con la fecondazione2 di un uovo3 da parte di uno spermatozoo4. Ha così inizio la gravidanza5 o gestazione5 durante la quale il prodotto del concepimento6 prende dapprima il nome di embrione7 e poi di feto7. Non si sa di preciso il momento in cui l’embrione diventa feto: alcuni lo collocano alla fine del terzo mese di vita all’interno dell’utero; ma gli statistici chiamano volentieri embrione ogni prodotto del concepimento il cui grado di sviluppo sia insufficiente affinché la sua venuta al mondo costituisca una nascita secondo la statistica (cfr. 601-3*). Si dice annidamento8 l’impianto dell’uovo nella parete dell’utero9 a pochi giorni dalla fecondazione..
  1. concepimento, s.m. — concezione, s.f. — concepire, v.t. — concepito, pp., agg. e s.m.
  2. fecondazione, s.f. — fecondare, v.t. — fecondabile, agg.: suscettibile d’essere fecondato (cfr. 621-1*).
    La fecondazione artificiale è una fecondazione ottenuta per inseminazione artificiale.
  3. Talvolta si distingue fra ovulo e uovo o zigote (911-7), che sarebbe un ovulo fecondato
  4. gravidanza, s.f. — gravida, agg. e s.f.: in stato di gravidanza — gravidico, agg.: che è in relazione con la gravidanza.
    Il periodo della gravidanza prende il nome di gestazione (s.f. — gestante, agg. e s.f.).
    Di una donna gravida si dice anche che è incinta.
  5. embrione, s.m. — embrionale, agg. — embriologia, s.f.: scienza che tratta dello sviluppo degli embrioni. feto, s.m. — fetale, agg.
    Il ’’concepito’’ prende nome di ’’embrione’’ nei primi due mesi della gravidanza, grosso modo, e di ’’feto’’ nel periodo successivo.
  6. utero, s.m. — uterino, agg.

603

Viene spesso proposta una distinzione concettualmente discutibile fra feti vitali1 e feti non vitali2, intendendosi la non vitalità come una aprioristica presunzione di inadattabilità alla vita extrauterina: distinzione che si riduce normalmente alla determinazione di una convenzionale durata della gestazione3, o durata della gravidanza3 (cfr. 601-3) — tra i 5 ed i 7 mesi —, al di sotto della quale si presume che detta inadattabilità debba sussistere. L’espulsione o l’estrazione del prodotto del concepimento (602-6) ad una durata superiore prende il nome di parto4, e ad una durata non superiore prende il nome di aborto5, o interruzione della gravidanza5. Dicesi puerperio6 il periodo successivo al parto, di una durata di circa sei settimane, durante il quale l’utero riprende le sue dimensioni normali e la probabilità di concepire (602-1*) è relativamente bassa.
  1. La durata della gravidanza viene in pratica calcolata a partire dall’inizio dell’ultima mestruazione (620-3), si parla in questo caso di durata convenzionale della gravidanza, in contrapposizione alla durata vera della gravidanza, calcolata a partire dal concepimento.
    Quando la gravidanza termina con un aborto, spontaneo o provocato, o un nato morto, essa viene chiamata gravidanza improduttiva.
  2. parto, s.m. — partorire, v.t. — partoriente, agg., s.f.: donna che sta per partorire.
    La voce parto significa in senso stretto l’espulsione (o l’estrazione) propriamente detta del prodotto del concepimento, ed in senso lato l’insieme di circostanze associate alla medesima, inclusi quindi il travaglio, o travaglio di parto, che la precede, ed il secondamento, che la segue, con l’espulsione (od estrazione) della placenta.
  3. aborto, s.m. — abortire, v.i. — abortivo, agg.
    Bisogna notare che nel linguaggio corrente, la parola aborto assume spesso il significato aborto provocato (604-2), in contrapposizione a aborto spontaneo (604-1).
  4. puerperio, s.m. — puerperale, agg. — puerpera, s.f.: donna in puerperio.

604

Si dice aborto involontario1, o aborto spontaneo1, un aborto (603-5) non intenzionale. In caso diverso, si parla di aborto provocato2, o aborto procurato2, distinguendosi ulteriormente fra aborto terapeutico3, indotto specialmente in considerazione della salute della gravida (602-5*), aborto legale4, in quanto motivato da fini ammessi dalla legge del luogo, e aborto criminoso5, o aborto illegale5, procurato per fini non ammessi dalla legge. A seconda del tipo di intervento, si distingue tra l’aborto tramite raschiamento6, aborto tramite dilatazione e aspirazione6, l’aborto per aspirazione7, l’isterotomia8 (sezione o taglio della muscolatura dell’utero) e l’aborto indotto tramite procedure mediche9.

605

A seconda della durata della gravidanza (603-3), si distingue fra parto a termine1 e parto prematuro2, o parto prima del termine2. E si parla anche, rispettivamente, di nato a termine3 e di prematuro4 (agg. e s.m.), o nato prima del termine4, con riferimento al feto (602-7) venuto alla luce. Il termine prematurità5 studia i fenomeni connessi al parto prematuro. In generale, si considerano prematuri i parti che si verificano prima di 37 settimane, cioè della durata convenzionale della gravidanza. Se si fa riferimento, invece che alla durata della gravidanza, al peso alla nascita6 si parla in questo caso di immaturità7 e si definiscono immaturi8 i nati che pesano meno di un limite fissato, di solito, a 2.500 grammi. Si parla in questo caso di debolezza congenita9, in riferimento ai bambini nati in un stato particolare di debolezza.

606

Si parla di parto semplice1 (cfr. 603-4), quando il nato (601-3*) è uno solo, e di parto plurimo2, o di parto multiplo2, in caso diverso. I nati da parto plurimo sono detti gemelli3: si distingue fra gemelli monozigoti4, gemelli monovulari4, o gemelli monocoriali4, o gemelli omologhi4, i quali derivano da un unico uovo (602-3), e gemelli eterozigoti5, o gemelli biovulari5, o gemelli bicoriali5, o gemelli eterologhi5, che derivano da uova distinte.
In senso stretto ed usuale la parola gemelli indica i prodotti di un ’’parto bigemino;’’ in senso lato, comprensivamente, i prodotti di un ’’parto plurimo’’ qualsiasi.
  1. Quando i ’’parti’’ sono classificati come ’’semplici, doppi, tripli,’’ ecc., si dice che lo sono secondo il genere del parto.
  2. Si distingue ulteriormente fra parto doppio (parto Trigemino), parto triplo (parto trigemino), parto quadruplo (parto quadrigemino) e parto quintuplo (parto quinquigemino), a seconda che il numero dei nati sia di due, tre, quattro, cinque, rispettivamente. La qualifica di parto gemellare deve essere riservata ai ’’parti doppi.’’
  3. gemello, agg. e s.m. — gemellare, agg. — gemellipara, s.f.: la donna che ha un parto gemellare. Si dice gravidanza gemellare una gravidanza in cui la donna porti ’’gemelli.’’
  4. Normalmente i gemelli ’’monovulari’’ sono anche ’’monocoriali,’’ cioè in un unico ’’chorion,’’ e da qui discende l’uso dei due termini come sinonimi; ma in casi eccezionali questo può non accadere.
  5. Si usa anche l’espressione gemelli pluriovulari.

610

La legittimità1 o meno di una nascita, dipende dalla natura giuridica dell’unione (501-3) fra i genitori, (112-2) (cfr. 501-2 e 503-5). In senso stretto, il nato legittimo2 è quello che è stato concepito (602-1*) dai genitori durante il matrimonio. Secondo la legislazione italiana e di molti altri Paesi, la distinzione fra nascite legittime3 e nascite illegittime4 si basa di solito (fatta eccezione per i nati da matrimoni sciolti) sullo stato matrimoniale della madre all’epoca del parto (603-4). Fra le prime vengono incluse quelle che derivano da concepimenti antenuziali5 (concepimenti, cioè, avvenuti prima delle nozze (501-4)), allorché il matrimonio sia stato celebrato prima del parto. Il nato illegittimo6, o figlio illegittimo6, o figlio naturale6, nato cioè al di fuori del matrimonio, può essere riconosciuto7 dall’uno, o dall’altro, o da entrambi i genitori. Ciò ha per effetto di stabilire giuridicamente la sua filiazione (114-5) nei confronti dei genitori. Il figlio legittimato8, è un figlio naturale al quale è stato dato uno status giuridico più o meno comparabile a quello di un figlio legittimo, per lo più per susseguente matrimonio dei genitori. Le condizioni e gli effetti della legittimazione9 variano a seconda delle legislazioni.
  1. illegittimo, agg. — illegitimità, s.f.
  2. Si può ulteriormente specificare: figli adulterini, per i nati da genitori dei quali almeno uno sia legato in matrimonio con altra persona; figli incestuosi, nel caso di genitori fra i quali esista un impedimento al matrimonio per parentela (114-3*) (anche in linea collaterale sino al 2 grado) od affinità (in linea retta - cfr. 114-8).
  3. riconoscere, v.t. — riconoscimento, s.m.: atto con cui un individuo si riconosce genitore (112-2*) di un nato illegittimo.
  4. legittimazione, s.f. — legittimare, v.t.

611

Nelle statistiche delle nascite (601-3) (601-3*) secondo l’ordine (201-6), l’ordine di nascita1 può essere fissato secondo vari criteri. Si può tener conto, ad esempio, dei soli nati dal matrimonio attuale2, o di tutti i nati dalla stessa madre3, ed includendo o non i nati morti (411-5*), ecc. Talvolta si fa una classificazione, non per ordine di nascita, ma per ordine di parto4(cfr. 603-4), la quale differisce dalla prima per l’esistenza dei parti plurimi (606-2), o per ordine di gravidanza5, includendosi in quest’ultima anche gli aborti (603-5). L’ordine di nascita e l’ordine di gravidanza presentano particolare interesse in medicina: una donna viene chiamata nulligravida6 se non è mai stata incinta (cfr.602-5*), primigravida7 quando è incinta per la prima volta, multigravida8 durante le gravidanze a partire dal secondo ordine. A seconda della loro parità9, le donne vengono classificate in nullipare10 finché non hanno avuto figli, primipare11 al loro primo parto, ed in pluripare12, o multipara12, che hanno già avuto parti in precedenza. I demografi hanno esteso la nozione di parità, che originariamente si riferiva all’ordine dei parti imminenti, al numero dei parti precedenti, ovvero al numero di figli messi al mondo da una stessa donna, escludendo eventualmente da questo calcolo i nati morti. Si può quindi parlare per semplicità di donne ordinate per parità, intendendo con questa espressione le donne ordinate secondo il numero di figli che hanno avuto.
  1. I nati del primo ordine sono detti primogeniti (agg. e s.m.), e quelli degli ordini successivi (secondogeniti, terzogeniti, ecc.) cadetti (s.m. e agg.).
    I nati dei primi ordini vengono anche qualificati come nati di ordine basso (ad esempio, primi e secondi nati); per contrapposto, si parla di nati di ordine elevato (ad esempio, per nati di ordine successivo al sesto o settimo). Trattasi di espressioni il cui preciso significato deve essere indicato a volta a volta da chi le impiega.
    Qualcuno usa anche parlare di ordine di generazione riferendosi indifferentemente all’ordine ’’di nascita’’ o ’’all’ordine di parto.’’ Ma nella documentazione, come nella letteratura demografica, l’espressione viene usualmente intesa nel senso di ’’ordine di nascita.’’
  2. Si dice che una donna ha parità n quando ha già partorito n volte, o quando ha partorito n figli in totale (compresi i nati morti) o a n figli nati vivi - il metodo di conteggio deve essere specificato a seconda del contesto.

612

Nello studio della distribuzione delle nascite nel tempo1 (601-3), nel corso del ’’matrimonio’’ (501-2), si prendono in considerazione gli intervalli di tempo che corrono fra le nozze ed il primo ’’parto’’ (603-4), o fra parti successivi, cioè i cosiddetti intervalli genesici2. Si usa precisare intervallo protogenesico3, o intervallo protogenetico3, per designare il lasso di tempo che corre tra il matrimonio ed il primo parto, ed intervallo intergenesico4, o intervallo fra parti successivi4, per ogni altro caso. La durata del matrimonio alla n.ma nascita5 viene impiegata per studiare lo stesso fenomeno. Si parla di distanziamento delle nascite6, talora nel senso di (612-1), ma più spesso per sottolineare una volontaria regolazione delle nascite (cfr. 623). Agli effetti del computo del periodo d’esposizione fra gravidanze successive7 (cfr. 637), l’intervallo intergravidico7 viene determinato in vari modi: o dalla fine di una ’’gravidanza’’ (602-5) all’inizio della successiva, o escludendo anche il periodo del ’’puerperio’’ (603-6), o, infine, escludendo ancora in aggiunta il periodo di ’’amenorrea’’ (620-7) da allattamento.
  1. Intervallo protoconcezionale è usato per indicare il periodo di tempo fra le nozze e il primo ’’concepimento’’ (602-1).
    Particolare interesse presenta lo studio della distribuzione dei ’’primogeniti’’ (611-1*) in funzione della distanza dalle nozze: la curva che la raffigura è stata denominata curva protogenesiea, o curva protogenetica.
  2. Si parla di intervallo interconcezionale per indicare il periodo di tempo fra concepimenti consecutivi.
  3. distanziamento, s.m. — distanziare, v.t.

613

Lo studio dei periodi di esposizione al rischio di concepimento1, porta a definire con l’espressione intervalli gravidici2, i periodi che vanno dal matrimonio o dalla fine di una gravidanza (602-5) alla fine della gravidanza successiva, chiamati rispettivamente intervallo protogenetico3 o primo intervallo gravidico3 e intervallo tra i parti4 o intervallo intergravidico4. Talvolta non si considerano i periodi durante i quali le donne non hanno rapporti sessuali (627-2): in questo caso si parla di intervallo intergravidico netto5. Il periodo che separa la fine dell’ultima gravidanza dalla data di un’indagine (203-4) è detto intervallo intergravidico aperto6.

620

Il periodo riproduttivo1, o periodo fecondo1 è il periodo in cui l’essere umano, ed in particolare la donna, può procreare (601-2*). Il periodo in cui ci si può riprodurre ha inizio con la pubertà2, fase di maturazione degli organi genitali. Nella donna, in questa fase, ha inizio la mestruazione3, l’apparizione periodica, cioè, dei mestrui4. La prima mestruazione è detta menarca5. Le mestruazioni hanno termine alla menopausa6. In pratica conviene far iniziare il periodo della procreazione all’età minima al matrimonio (504-1) e di fissarne il termine a 45 o 50 anni per le donne. La temporanea scomparsa delle mestruazioni, per qualsiasi causa, è detta amenorrea7 e si precisa amenorrea gravidica8 riguardo a quella che segue un concepimento e finisce, dopo la nascita con l’amenorrea post-partum9 o amenorrea post-gravidica9 .
  1. Si dice anche età riproduttiva, o età fecondariproduttivo, agg. — riproduzione, s.f. — riprodursi, v.r.
  2. pubertà, s.f. — pubere, agg. e s. —
  3. mestruazione (s.f. — mestruare, v.i, raro): la voce è usata anche in luogo di mestruo.
  4. mestruo, s.m. — mestruale, agg.
  5. menarca, s.m.
  6. amenorrea, s.f. — amenorroico, agg.

621

Le parole fertilità1 e sterilità2 sono usate in demografia per indicare rispettivamente la capacità o l’incapacità a dare alla luce dei figli; l’infecondabilità3 e l’infertilità10 sono le cause principali, ma non le uniche della sterilità. Si distingue tra infecondabilità temporanea4 o sterilità temporanea5 e infecondabilità definitiva6 o sterilità definitiva7 a seconda che l’incapacità a concepire (602-1*) o a procreare (601-2*) sia o non sia definitiva; se essa ha luogo senza che vi sia stata alcuna nascita vivente (601-4), si ha sterilità totale8 o sterilità primaria8, in contrapposizione alla sterilità parziale9 o sterilità secondaria9 che interviene dopo la procreazione di almeno un figlio.
  1. Fertilità, s.f. - fertile, agg.: atto alla procrezione.
  2. Sterilità, s.f. - sterile, agg.: non atto alla procreazione.
  3. Infecondabilità, s.f. - infecondabile, agg. : che non può concepire. Sebbene le parole infeconda, infecondabilità, si riferiscano alla donna, per sinteticità esse sono utilizzate anche in riferimento al marito, o alla coppia per incompatibilità.
  4. La sterilità secondaria può anche essere la conseguenza di una malattia o di un trauma.

622

L’espressione sterilità temporanea (621-5) è talvolta utilizzata per le donne nei casi in cui la loro incapacità a concepire non ha nulla di patologico; è allora preferibile, utilizzare l’espressione infecondabilità temporanea (621-4) soprattutto quando si tratta di periodi d’infecondabilità1 all’interno del ciclo mestruale2 o dei periodo in cui l’assenza dell’ovulazione3, dipende da un fenomeno fisiologico normale quali la gravidanza (602-5) e l’allattamento4; il periodo che va dal concepimento (602-1) al ritorno dell’ovulazione dopo il parto (603-4) è detto tempo morto5, soprattutto nei modelli (730-1). La sterilità temporanea indica quindi di preferenza una situazione in cui l’incapacità a procreare presenta un carattere anormale che può tradursi nell’esistenza di cicli anovulatori6, cicli cioè senza ovulazione, o in un periodo di amenorrea (620-7). L’infecondità (623-2) involontaria di lunga durata crea una presunzione di sterilità (621-2), ciò spiega il fatto che nella letteratura medica troviamo quest’ultima espressione in luogo della precedente. La sub-fecondità7 delle giovanissime è analogamente all’origine dell’espressione sterilità delle adolescenti8 che potrebbe sinteticamente chiamarsi sub-fecondità delle adolescenti8.
  1. Di frequente si utilizza l’espressione abbreviata ciclo.

623

Quando ci si riferisce ai risultati e non alle attitudini, si usano i termini fecondità1 e infecondità2, a seconda che vi sia o non vi sia procreazione (601-2) effettiva durante il periodo considerato. L’infecondità totale3 si riferisce all’intero periodo della procreazione, l’infecondità definitiva4 si riferisce al periodo che va da una certa età della donna, o da una durata precisa del matrimonio, alla fine del periodo di procreazione. Quando l’assenza di procreazione è dovuta alla volontà delle coppie (503-8) di non procreare o di non procreare più, si parla d’infecondità volontaria5. Si noterà l’inversione di significato tra i termini omologhi in inglese e in italiano: in generale si traduce "fertility" con fecondità e "fe-cundity" con fertilità.
  1. Fecondità, s.f. - fecondo, agg.: che ha procreato.
  2. Infecondità, s.f. - infecondo, agg.: che non ha procreato.
  3. Si deve evitare l’utilizzo dell’espressione sterilità volontaria perché impropria.

624

La fecondità (623-1) delle coppie (503-8) dipende dal loro comportamento nei riguardi della prolificazione1. Si distingue tra le coppie malthusiane2, che cercano di regolare la loro procreazione seguendo la loro volontà, dalle coppie non malthusiane3, la pianificazione della famiglia4 si riferisce al numero finale di figli, che non deve superare il numero di numero di figli voluto5 e, anche allo scaglionamento delle nascite (612-1). Espressioni come regolazione delle nascite6, controllo delle nascite6, regolamentazione delle nascite6, ed altre consimili, indicano il fatto di voler indicare che il numero finale di figli non oltrepassi quello voluto.

625

Con la pianificazione della famiglia si manifesta la preoccupazione della paternità pianificata1, o paternità responsabile1, la preoccupazione cioè di decidere il numero di nascite e il loro scaglionamento o calendario (138-2) secondo le preferenze di ogni coppia (503-8). Il numero di figli voluto (624-5) da una coppia può essere diverso dal numero di figli ideale2 menzionato dalla stessa coppia in un’indagine. Talvolta non si ottengono il numero di figli voluto e lo scaglionamento delle nascite a causa, tra le altre cose, del fallimento della contraccezione3; la frequenza di questi ultimi dipende dall’efficacia della contraccezione4 secondo questi due aspetti: l’efficacia clinica5 o efficacia teorica5 e l’efficacia pratica6 o efficacia d’utilizzo6. Ragionando in termini di fecondabilità residua (638-7), l’efficacia d’utilizzo è di solito valutata dal tasso di fallimento della contraccezione7, dato dal rapporto tra il numero di concepimenti non voluti e il numero di mesi di esposizione al rischio di concepimento di coloro che utilizzano la contraccezione.

626

Un programma di pianificazione della famiglia1 è volto ad introdurre e diffondere la contraccezione (627-1) in un gruppo di partecipanti eventuali2 a questa operazione, chiamato popolazione obiettivo2; staff di promotori3, distributori3, propagandisti3, cercano di ottenere l’accordo degli interessati. I risultati del programma si misurano tramite la proporzione dei partecipanti4, o tasso di partecipazione4, o tasso di accettazione4, e dopo un certo periodo di tempo dal tasso di perseveranza5, complemento ad uno della proporzione di abbandoni6 nello stesso periodo di tempo. Il numero o la proporzione di nascite evitate7 traducono l’efficacia del programma attuato. Si può valutare la frequenza della pratica della contraccezione in una popolazione dalla proporzione di utilizzatori della pianificazione delle nascite8 o di praticanti della pianificazione delle nascite8.
  1. L’espressione inglese family planning è usata correntemente nella lingua italiana.

627

La contraccezione1 è la pratica di metodi volti ad impedire che i rapporti sessuali2, cioè il coito2, diano luogo al concepimento (602-1); questi metodi sono chiamati metodi contraccettivi3 o metodi anticoncezionali3. L’astinenza4, completa e prolungata dai rapporti sessuali, non rientra nel novero di pratiche del genere.
  1. Contraccezione, s.f. - contraccettivo, agg.: relativo alla contraccezione.

628

I metodi anticoncezionali (627-3) sono talvolta classificati in metodi con applicazioni strumentali1 e in metodi senza applicazioni strumentali2. Menzioniamo tra i metodi senza applicazioni strumentali il coito interrotto3, l’astinenza periodica4, detta anche metodo del calendario4, che utilizza i periodi di sicurezza5 del ciclo mestruale (622-2); esso diventa il metodo della temperatura6 quando la donna misura la sua temperatura corporea per individuare il periodo di sicurezza.

629

I metodi con applicazioni strumentali (628-1 ) più diffusi sono basati sull’utilizzo degli strumenti o procedure seguenti, da soli o combinati: preservativo maschile1 detto anche preservativo1 o profilattico1, preservativo femminile2 o anello vaginale2 o pessario2, diaframma3, tamponi vaginali4, creme contraccetive5 o pomate spermicide5, preparati anticoncezionali6, compresse effervescenti7, iniezioni vaginali8 con o senza prodotti spermicidi9, dispositivi intrauterini10 o spirale10.

630

Si parla di contraccettivo orale1, di contraccezione ormonale2, di contraccezione tramite steroidi3, quando l’ovulazione (622-3) è inibita dall’assunzione regolare di compresse, dette pillole4, tramite iniezione o impianti.

631

La sterilizzazione1 ha luogo in seguito ad un intervento chirurgico: nell’uomo, tramite un intervento ai canali deferenti, in termini medici vasectomia2 o occlusione3; nella donna, tramite un intervento alle tube di Fallopio, in termini medici legatura delle tube4 o chiusura delle tube4 o occlusione delle tube4 e salpingectomia5 o tubectomia5 e isterectomia6 .

632

Si chiama tasso di natalità1 il rapporto tra il numero delle nascite (601-3) osservate in una popolazione e l’ammontare (101-7) di questa popolazione. Se non è specificato altro l’espressione tasso di natalità indica il tasso generico di natalità2, o più precisamente il tasso generico di natalità annuo2 (cf. 601-6), ottenuto dividendo il numero di nati vivi in un anno (601-4), per la popolazione media (401-5). Qualora si prenda in considerazione il totale dei nati (601-7*), si parla di tasso di natalità totale3. Si possono considerare eventualmente le componenti legittime e illegittime (cf. § 610) del tasso di natalità, che si chiamano rispettivamente tasso di natalità legittimo4 e tasso di natalità illegittimo5; tuttavia si utilizza più spesso la proporzione dei nati illegittimi6 sul totale dei nati (proporzione che generalmente si esprime in percentuale). Analogamente a quanto si fa per il caso della mortalità, e per raggiungere gli stessi scopi (cfr. 403), varie vie vengono seguite per costruire misure comparative di natalità7, sotto forma di quozienti standardizzati di natalità7, o quozienti normalizzati di natalità7. I tassi di natalità si esprimono in generale in per mille (sottinteso: abitanti - cfr. 133-4*). In mancanza di dati sufficienti sul numero delle nascite annue (cfr. 201-9*), si calcola a partire della ripartizione per sesso e per età (cfr. § 325) della popolazione, un indicatore della fecondità chiamato rapporto figli-madri8, che si ottiene dividendo il numero di figli di 0-4 anni, 5-9 anni o 0-9 anni per il numero delle madre in età riproduttiva (620-1 *).
  1. Non bisogna confondere totale e globale: il primo di questi aggettivi indica anche non si sottraggono i nati morti (411-5*) al totale dei nati, il secondo che si tiene conto dell’insieme dei nati, nella maggior parte dei casi vivi, indipendentemente dall’età della madre. per le misure della natimortalità (411-5), cfr. § 413.

633

Il termine generico tasso di fecondità1 si applica a tutti i tassi calcolati dividendo il numero delle nascite (601-3) osservate in un certo periodo di tempo, in un gruppo di individui dello stesso sesso e in età riproduttiva (620-1*), o alla popolazione media di questo gruppo, o al numero di anni vissuti dai suoi membri durante quest’anno. Salvo indicazione contraria, si tratta di tassi di fecondità femminili2, cioè dei tassi calcolati per dei gruppi di donne; in questo caso il numero di anni vissuti è detto numero di donne-anno3; a volte si calcolano anche i tassi di fecondità maschile4 seguendo lo stesso criterio. I tassi di fecondità si esprimono generalmente in nascite per mille (sottinteso: individui di tale categoria – di sesso, età, stati civile, ecc. - cfr. 133-4*). I tassi ottenuti dividendo i nati legittimi (610-3) a un certo ammontare di persone sposate (515-5) sono chiamati tassi di fecondità legittima5, e quelli che si ottengono dividendo i nati illegittimi (610-4) ad un certo ammontare di persone non sposate (515-5*), sono detti tassi di fecondità illegittima6. Qualora non venga fatta nessuna distinzione in base alla legittimità (610-1) delle nascite e allo stato civile (515-1) delle persone, si ottengono i cosiddetti tassi di fecondità generale7. Questi diversi tipi di tassi di fecondità possono essere calcolati per tutto il periodo riproduttivo (620-1), o per età; si ottengono rispettivamente, i tassi globali di fecondità8, o i tassi di fecondità specifici9 o tassi di fecondità per età9.
  1. Se fosse noto il numero dei concepimenti (602-1), si potrebbe calcolare nello stesso modo un tasso di concepimento.
  2. la stessa denominazione è talvolta utilizzata per dei tassi che comprendono al numeratore soltanto le nascite femminili.
  3. la stessa denominazione è talvolta utilizzata per dei tassi che comprendono al numeratore soltanto le nascite maschili (cfr. nota precedente).
  4. Fecondità legittima : fecondità delle persone sposate.
  5. Fecondità illegittima : fecondità delle persone non sposate.
  6. Fecondità generale : fecondità delle persone indipendentemente dallo stato civile (cfr. 134-7*). Nell’analisi trasversale (103-5), si sostituisce l’espressione tasso di fecondità generale con l’espressione nascite ridotte.
  7. Vedere 632-3*.

634

Nei tassi di fecondità per ordine1, si dividono i nati (601-3) di un certo ordine (cf. 611-1) per un numero di donne, per un numero di matrimoni, per un numero di nascite di ordine precedente.
Si chiamano tassi di fecondità per parità2 o tassi di fecondità per ordine di nascita2 quei tassi che hanno al numeratore le nascite di un certo ordine (n) e al denominatore le donne che hanno avuto figli dell’ordine immediatamente inferiore (di rango n-1); bisognerebbe di preferenza utilizzare i tassi di fecondità specifici per ordine di nascita3, se le statistiche disponibili lo permettono.
  1. Quando le nascite di ogni ordine sono classificate seguendo l’anno in cui la nascita di ordine precedente ha avuto luogo, ci si accontenta di dividere il numero dei nati di ordine n dell’anno t che sono stati preceduti da un nato di ordine n-1 nell’anno t-x per il numero di nati di ordine t-1 di quest’anno t-x . L’indice così ottenuto si chiama nascite ridotte di ordine n .
  2. I quozienti esistono soltanto per gli eventi non rinnovabili (201-4), primi matrimoni, nascite di ordine n, decessi. Si parla quindi di quozienti di fecondità solo se si tiene conto dell’ordine di nascita, in questo caso le nascite sono eventi rinnovabili.

635

Lo studio della fecondità legittima (633-5*) si fa soprattutto per coorti (116-2) o promozioni di matrimoni (cfr. 116-2) e in questo caso si parla di fecondità dei matrimoni1. Quest’ultima si studia servendosi dei tassi di fecondità secondo la durata del matrimonio2 o, più di rado, dei tassi specifici di fecondità legittima per età3 della donna.
  1. L’espressione produttività dei matrimoni è stata utilizzata in passato, oggi è poco usata.
  2. Si è anche usato il tasso di produttività dei matrimoni secondo la loro durata; come la precedente, quest’espressione oggi è poco usata.

636

Nello studio della fecondità di una coorte1, la somma dei tassi specifici di fecondità (633-7) per età o dei tassi di fecondità secondo la durata del matrimonio (635-2) dà la discendenza lorda2 o più semplicemente discendenza2 della coorte a diverse date: discendenza attuale3, quando questa data corrisponde con la data di compleanno della donna o del matrimonio (501-4), o quella di un’indagine (203-4); discendenza completa4 o discendenza finale4, quando questa data è successiva alla fine del periodo riproduttivo (620-1 ) delle donne. Sommando il prodotto dei tassi specifici di fecondità (633-1 ) per la probabilità di sopravvivenza (431-6), o delle donne (dalla nascita o dall’età di 15 anni), o delle unioni, nella coorte oggetto di studio, si ottiene la discendenza netta5, discendenza attuale netta6 o discendenza finale netta7, a seconda se ci si trova prima o dopo la fine del periodo riproduttivo della donna.
  1. Alcuni autori preferiscono discendenza completa, altri discendenza finale, a seconda dell’aspetto che essi vogliono mettere in evidenza utilizzando questo indice; finale in contrapposizione ad attuale, completa in contrapposizione ad interrotta prematuramente a causa della fine dell’unione. A causa di tale distinzione, si parla di discendenza finale netta ma non di discendenza completa netta, poiché questi due aggettivi insieme risultano contraddittori. In contrapposizione a discendenza finale, si può parlare di discendenza incompiuta: è la discendenza ad una data non precisata, precedente alla fine del periodo riproduttivo.

637

I censimenti (202-1*) e le indagini (203-4) forniscono i dati sulla fecondità (601-1) quando nei loro questionari vi sono domande sul numero di figli avuti dalle donne o dalle coppie (503-8) censite, nel matrimonio attuale1 o in totale. Si calcola il numero medio di figli per donna2; per le coppie, il numero di figli che hanno avuto è spesso chiamato dimensione della famiglia3. Si calcola anche il numero medio di nascite per matrimonio4. Si fa particolarmente attenzione alle famiglie complete5, che sono quelle in cui la donna ha oltrepassato l’età feconda (620-1*) prima che il matrimonio sia stato sciolto (cf. 510-1*). Il numero medio di figli per famiglia completa6 è poco diverso dalla discendenza completa (636-4). Classificando le famiglie complete per dimensioni, si può dedurre la serie delle probabilità d’ingrandimento delle famiglie7 di n figli, cioè la proporzione di famiglie che, avendo avuto n figli ne hanno in seguito almeno un altro. Le indagini specifiche sulle famiglie forniscono molte informazioni sulla costituzione della famiglia8; si possono anche studiare: la frequenza dei concepimenti prematrimoniali9, lo scaglionamento delle nascite (612-1), l’età all’ultima maternità10 nelle famiglie complete.

638

Le informazioni relative alle famiglie sono raccolte nel foglio di famiglia1 nel quale figurano le date di tutti gli eventi relativi allo stato civile (211-1) che riguardano una coppia (503-8) ed i suoi figli (112-5); esse sono ricavate a partire dalle indagini sulle famiglie (cfr. § 637). Negli studi di demografia storica (102-1), questi fogli si ottengono tramite la ricostituzione delle famiglie2, a partire da un estratto degli atti dello stato civile (211-3).
La storia riproduttiva3 di una donna contiene informazioni dettagliate sulle sue gravidanze e sui concepimenti (602-1), desiderati o non, che ne risultano. Questi documenti servono, o per studiare la fecondità (601-1) in assenza di contraccezione (627-1) e dell’aborto indotto (604-2), la cosiddetta fecondità naturale4, o a valutare la fecondabilità5, o probabilità di concepimento per ciclo mestruale (622-2); se non si utilizza la contraccezione, si tratta della fecondabilità naturale6, in caso contrario, di fecondabilità residua7. Si usa l’espressione fecondabilità effettiva8 per indicare la fecondabilità relativa soltanto ai concepimenti dei nati vivi. Il tasso medio di concepimento9 durante il periodo di esposizione al rischio (cfr. 613-1), detto anche indice di Pearl10, fornisce indicazioni sull’efficacia della contraccezione (625-4) quando è calcolato su dei periodi in cui la contraccezione viene praticata.
  1. Fecondabilità, s.f. - fecondabile, agg. : che può essere fecondato.
  2. Utilizzato da solo, il termine fecondabilità indica la fecondabilità naturale.

639

Nello studio della fecondità (601-1) di un anno o di un periodo, o fecondità del momento1, ci si prefigge di riassumere le serie dei tassi specifici di fecondità (633-1), talvolta chiamate tavole di fecondità2, o le serie delle nascite ridotte (633-7*) attraverso delle misure sintetiche di fecondità3. I tassi che ne derivano, ottenuti tramite la somma, sono stati chiamati fecondità cumulata4 o somma delle nascite ridotte4 o tasso di fecondità totale4 quando si tratta di fecondità generale (633-7*); somma delle nascite legittime ridotte5 quando si fa una sintesi della fecondità secondo la durata del matrimonio; somma delle nascite ridotte di ordine n6 quando questa sintesi porta sulla fecondità relativa ad ogni ordine. In mancanza dei tassi di fecondità per durata del matrimonio (635-2), si può utilizzare, come indicatore sintetico (132-5), il rapporto tra le nascite e i matrimoni7, mettendo al denominatore il numero di matrimoni dell’anno o una media ponderata dei matrimoni dell’anno e degli anni precedenti.
  1. L’utilizzo del tasso lordo di riproduzione del momento è stato a lungo preferito a quello del tasso di fecondità totale: esso si calcola moltiplicando quest’ultimo per la proporzione di nascite femminili. Oggi la somma delle nascite ridotte è la misura della fecondità del momento più diffusa.

640

Se l’aborto indotto (604-2) è legale, sono disponibili delle statistiche degli aborti legali (604-4). A partire da queste statistiche si calcola il tasso di abortività1, dato dal numero annuo degli aborti (603-5) per 1.000 o 10.000 abitanti, e il numero di aborti per nascita2, cioè il rapporto del numero di aborti in un anno e il numero di nascite (601-3) dello stesso anno. Il tasso di abortività totale3 è la somma dei tassi specifici di abortività4 ed è una misura sintetica dell’aborto per una donna o per 1.000 donne. Si possono anche calcolare i tassi specifici di abortività per età e stato civile5. E’ forse più appropriato calcolare la probabilità d’aborto per età e stato civile6, utilizzando quindi come denominatore non le donne (come nel 640-5), ma le gravidanze (nati vivi, più aborti e morti) di donne di una certa età e stato civile.

Capitolo 7 • Movimento generale della popolazione e riproduttività

701

Lo studio del movimento generale della popolazione (201-9), si occupa del modo in cui una popolazione si modifica nel tempo, attraverso il rinnovo delle generazioni (116-1) di cui è composta e per effetto delle migrazioni esterne (803-3). Le variazioni del suo ammontare (101-7) totale formano il cosiddetto incremento della popolazione1, o incremento totale della popolazione1. In generale tale espressione ha una connotazione algebrica: per una popolazione decrescente2 si parla di incremento negativo3. Si usa distinguere le popolazioni chiuse4, che non sono esposte alle migrazioni, e le popolazioni aperte5, soggette a scambi migratori con altre popolazioni. L’incremento di una popolazione aperta si scompone nell’ incremento migratorio6, o saldo migratorio6, e nell’incremento naturale7 (cfr. 201-10) che è dato dalla differenza tra nascite e morti8. Questa differenza viene generalmente espressa sotto forma di un’eccendenza delle nascite sui decessi8 o di un deficit delle nascite sui decessi9. Per una popolazione nella quale non ci sono cambiamenti è anche usato il termine crescita zero10 (vedi anche 703-6). Qualsiasi cambiamento di una variabile influisce sulla crescita globale e la struttura di una popolazione; in questo contesto si esaminano sia gli effetti in termini di crescita11 che gli effetti in termini di struttura12.
  1. Si parla anche di crescita e questo termine, meno tecnico di incremento, è più utilizzato in alcune espressioni; di recente si è parlato ad esempio di crescita zero, espressione utilizzata per una popolazione di cui l’ammontare non cambia. Altre espressioni contenenti tale terminologia sono presentate nel paragrafo successivo.

702

La velocità d’incremento (cfr. 701-1 ) di una popolazione in un certo periodo può essere studiata in termini del suo tasso d’incremento1 durante tale periodo. Questo tasso è talvolta calcolato dividendo l’incremento corrispondente al periodo considerato, per l’ammontare (101-7) della popolazione all’inizio del periodo. Talvolta invece l’espressione tasso d’incremento è da considerarsi come un’abbreviazione del tasso medio annuo d’incremento2. Il modo di calcolo di questo tasso dipende dalla maniera in cui esso è immaginato, in quanto tasso medio. Si può, ad esempio, dividere l’incremento totale registrato durante il periodo di tempo considerato, e dividere il risultato per la popolazione media (401-5) durante il periodo d’analisi. Si può anche considerare come tasso medio annuo (137-3) il valore del tasso annuo costante corrispondente all’incremento totale osservato. Quest’ultimo procedimento si riferisce, per analogia, al caso di una popolazione a crescita esponenziale3 o popolazione esponenziale4, cioè una popolazione di cui l’ammontare varia come una funzione esponenziale del tempo. Si parla di incremento geometrico3 quando il tempo è trattato come una variabile discreta. Il tasso d’incremento composto continuamente5 è il limite, per At che tende a zero, del rapporto ottenuto dividendo per At il tasso d’incremento durante il periodo At. Il tasso d’incremento naturale6 è definito come il rapporto tra l’eccedente annuo delle nascite sulle morti (cfr. 701-8) e la popolazione media durante il periodo d’osservazione; è quindi uguale alla differenza (algebrica) del tasso di natalità (632-1) sul tasso di mortalità (401-2). L’indice vitale7, rapporto fra nati vivi e decessi di un dato periodo, è una misura che viene sempre meno impiegata.
  1. Si parla anche di popolazione malthusiana, con espressione alquanto ambigua, e pertanto da evitarsi, in quanto la qualificazione può indicare sia un aspetto matematico (qui preso in considerazione) come uno sociologico (cfr. 623-2 e 906).

703

Si dimostra che una popolazione chiusa (701-4), soggetta per tempo indefinito a quozienti specifici (134-6) per età di fecondità e mortalità i quali si mantengono costanti, tenderebbe al limite a far registrare un tasso annuale d’incremento relativo (702-1) costante ed una distribuzione per età (325-6) invariabile. Il tasso istantaneo (137-5) limite d’incremento corrispondente, detto tasso intrinseco di incremento naturale1, o saggio vero d’incremento naturale1, della popolazione, caratterizza questa popolazione esponenziale (702-4) asintotica, detta popolazione stabile2. La distribuzione per età della popolazione stabile, o distribuzione per età stabile3, è indipendente dalla distribuzione per età iniziale4 della popolazione chiusa considerata. Il tasso intrinseco d’incremento naturale corrispondente alla mortalità per età (414-1) ed alla fecondità per età (cfr. 633-9) osservate in una popolazione, è usato per caratterizzare le potenzialità di crescita implicate da tali condizioni di mortalità e di fecondità. Allo stesso tempo, si può studiare il potenziale d’incremento5 corrispondente alle potenzialità di crescita implicate dalla sola distribuzione per età di una popolazione, facendo astrazione dalla sua mortalità e dalla sua fecondità. In connessione con il potenziale di crescita va anche menzionato lo slancio demografico11, l’impulso demografico11, il momento di inerzia11 o in breve il momento demografico11: con questo ci si riferisce alle dinamiche nascoste nella struttura per età di una risposta di crescita ritardata causata dal fattore biologico che intercorre, in un certo periodo di tempo, dalla nascita di una coorte (116-2) fino all’inizio del suo periodo di fertilità (620-1). Si chiama popolazione stazionaria6 una popolazione stabile particolare in cui il tasso d’incremento è pari a zero. In una popolazione stazionaria, non solo la distribuzione per età è invariabile, ma l’ammontare di ogni classe di età è costante. Esso è pari, a meno d’un fattore di proporzionalità identico per tutte le classi di età, all’integrale preso tra i limiti della classe, della funzione di sopravvivenza (432-3) corrispondente. Per questo questa popolazione è detta talvolta, popolazione della tavola di mortalità6. Si chiama popolazione quasi stabile7 una popolazione a fecondità costante ed a mortalità variabile; le caratteristiche delle popolazioni di questo tipo sono simili a quelle delle popolazioni semi stabili8, o popolazioni chiuse con distribuzione per età invariabile. La popolazione logistica9 è una popolazione l’ammontare della quale varia in funzione del tempo seguendo la legge logistica10. Il tasso istantaneo di crescita (702-5) di tale popolazione diminuisce linearmente in funzione del suo ammontare (101-7) e questo tende asintoticamente verso un limite.
  1. Conosciuto anche con il nome di tasso Lotka, dal nome del suo inventore, è la differenza tra il tasso intrinseco di natalità e del tasso intrinseco di mortalità.
  2. Un indice d’incremento potenziale consente di trovare il valore di questo potenziale d’incremento in una scala relativa.

710

Lo studio della riproduttività1 tratta del rinnovamento incessante nel corso del tempo delle generazioni (cfr. 116), studiate come insiemi rinnovabili2 nel senso matematico del termine. Si parla di riproduttività lorda3 quando si astrae dalla mortalità (401-1) prima della fine dell’età feconda (620-1), e di riproduttività netta4 nel caso opposto.

711

Fra i vari indici (132-4) possibili della riproduttività (710-1) di una popolazione, molto usati sono i tassi di riproduttività1, ottenuti ragguagliando al contingente originario di una generazione femminile (116-5) o maschile (cfr. 116-4), reale o fittizia (cfr. 713-3), di femmine o di maschi, il numero di nati vivi (cfr. 601-5) dello stesso sesso dalla medesima. Di solito, salvo indicazioni contrarie, il calcolo viene svolto con riguardo al sesso femminile, e si ha così un tassi di riproduttività femminile2, che fornisce il numero medio di figlie per ogni neonata della generazione originaria. I tassi di riproduttività sono di solito espressi in percentuale. Il tasso netto di riproduttività femminile3 (cfr. 710-4), o tasso netto di riproduttività3 per antonomasia, indica, pertanto, quante figlie si sono avute per cento neonate della generazione di partenza, nelle condizioni date di mortalità e di fecondità. Il tasso lordo di riproduttività femminile4 (cfr. 710-3), o tasso lordo di riproduttività4, fornisce il corrispondente numero, supposta però nulla la mortalità sino al termine dell’età feconda (620-1). In realtà si tratta di un indice di fecondità (cfr. § 639), che materializza l’incidenza di questo fattore nella riproduttività.
Analogamente, si calcolano tassi di riproduttività maschile5, che rappresentano un numero medio di figli per cento neonati della generazione di partenza, e sono stati anche proposti vari tipi di saggi di riproduttività congiunta6, che in una od altra forma tengono conto di ambedue i sessi.
Di solito, il calcolo dei tassi di riproduttività si riferisce a tassi del momento (135-8); salvo se si precisa che si tratta di tassi di riproduttività per generazione7 (cfr. 135-9). Mancando i dati analitici sulle nascite per età della madre (o del padre) necessari al calcolo dei saggi sopra menzionati, si può far ricorso al cosiddetto metodo di sopravvivenza dei nati8, o indice di sostituzione8. Questo indice (132-7), si ottiene dal confronto tra il rapporto bambini-donne (calcolato in varie guise, cfr. 630-8) effettivamente osservato, con un rapporto analogo stabilito sulla base della popolazione stazionaria (703-6) corrispondente alle condizioni della mortalità del momento.
  1. In questo, come negli altri elementi terminologici del paragrafo, qualcuno usa parlare di riproduzione (710-1*) piuttosto che di riproduttività, e di saggio, anzichè di tasso.
  2. Detto anche tasso di riproduttività di Boeckh, o tasso di riproduttività di Kuczynski, o saggio di riproduttività di Boeckh-Kuczynski, dal nome dei demografi, che ne hanno, rispettivamente, introdotto ed affermato l’uso.

712

Altri tassi di riproduttività (711-1) sono stati introdotti, come ad esempio quelli che distinguono tra la componente legittima1, da una parte, e la componente illegittima2, dall’altra, della riproduttività (cfr. § 610). Si costruiscono anche tassi di riproduttività che tengono conto della nuzialità3: essi mirano a fornire il numero di figlie legittime che una neonata finirebbe per avere mantenendosi costanti nel tempo le condizioni accertate in un dato periodo.

713

La velocità di rinnovamento delle generazioni (cfr. § 116) può essere caratterizzata dalla durata media di una generazione1, o dall’intervallo medio fra generazioni successive1: intervallo che, nel caso di una generazione femminile (116-5), corrisponde all’età media delle madri2 alla nascita delle loro figlie. I tassi di riproduttività del momento (cfr. 135-8) (711-1), quali indici sintetici (132-5) basati sull’esperienza di un aggregato di generazioni in un ristretto periodo di tempo, possono essere interpretati come tassi di riproduttività di una generazione fittizia3, o generazione ipotetica3.
  1. L’intervallo medio fra successive generazioni maschili (116-4) corrisponde all’età media dei padri alla nascita dei loro figli.
  2. In senso più generale, si può anche parlare di coorte fittizia (138-7) o coorte ipotetica (cfr. 116-2).

720

Le proiezioni demografiche1 forniscono il risultato puramente formale di calcoli intesi a computare lo sviluppo futuro di una popolazione partendo da certe ipotesi prestabilite, e non necessariamente verosimili. Se si seguono ipotesi più o meno verosimili, per una situazione concreta si parla allora di prospettive demografiche2. Se le prospettive seguono ipotesi molto probabili si parla allora di previsioni demografiche2. Nonostante il periodo coperto3 dalle previsioni sia variabile, ci si riferisce generalmente alle previsioni a breve termine4, essendo minore l’alea di essere smentiti, purché si adottino ipotesi verosimili e aderenti alla realtà più recente. Il metodo più diffuso per calcolare le prospettive, previsioni o proiezioni è il metodo delle componenti5, attraverso il quale si calcola la popolazione futura di ogni generazione (116-1) o gruppo di generazioni secondo la distribuzione per sesso (320-1 ) e per età (cfr. § 325) della popolazione al punto di partenza6 delle prospettive, previsioni o proiezioni. Nel caso in cui si faccia ricorso al calcolo matriciale questo metodo è detto metodo matriciale di proiezioni7.
  1. Vengono anche fatte previsioni secondo le caratteristiche socio-economiche degli individui. Si fanno anche previsioni andando indietro nel tempo; in questo caso si parla di proiezioni retrospettive.
  2. In pratica, la distinzione tra proiezione e prospettiva è poco rilevante e la parola proiezione è molto più utilizzata che l’altra.

721

Le stime della popolazione1 possono essere realizzate utilizzando diversi metodi, tra gli altri si può usare lo stesso procedimento utilizzato per le previsioni demografiche (711-2); attraverso il quale si calcolano l’ammontare (101-7) e la struttura (101-2) della popolazione ad una certa data, passata, presente o futura; le stime demografiche2 includono le stime della popolazione e le stime di varie sue caratteristiche come la fecondità (601-1), la mortalità (401-1), ecc. L’aggiornamento della popolazione5 o l’aggiornamento dello stato della popolazione5 sulla base dell’ultimo conteggio della popolazione si basa su dati provenienti dall’ultimo censimento e dalle statistiche del movimento della popolazione in considerazione, senza perciò prendere in considerazione i valori i censimenti futuri. La stima della popolazione ad una data compresa tra due censimenti (202-1*) si chiama stima intercensuaria3. L’errore di chiusura4 è la differenza tra la popolazione censita con la popolazione stimata alla stessa data a partire dal censimento precedente.

730

Un modello1 rappresenta lo studio teorico dell’evoluzione di una popolazione (101-3) (di individui, di coppie sposate, di famiglie, di nuclei familiari, etc.) e della sua struttura (101-2), in funzione del suo stato iniziale e delle sue caratteristiche demografiche quali, fecondità (601-1), fecondabilità (638-5), mortalità (401-1), ecc. Tali modelli sono detti modelli statici2 o modelli dinamici3 a seconda che le suddette caratteristiche siano costanti o che varino nel tempo. Si distingue trai modelli deterministici4, ove si considera che le popolazioni siano infinitamente grandi, e i modelli stocastici5, ove ci si interessa alla probabilità di diverse situazioni possibili lungo tutta la durata del fenomeno studiato. Il modello può essere costruito matematicamente o per mezzo di una simulazione6. In quest’ultimo caso, il destino di ogni individuo o di ogni gruppo, in ogni unità di tempo, è deciso casualmente secondo le probabilità di sopravvivenza (431-6), di matrimonio, di maternità (cfr. 606-2), di migrazione (801-3), ecc. che sono state attribuite agli individui considerati singolarmente o come membri del gruppo. Si definiscono macrosimulazioni7 le proiezioni della popolazione effettuate con il metodo delle componenti (720-5). Le microsimulazioni8 implicano degli eventi che accadono casualmente ad individui o gruppi nel tempo secondo un insieme di probabilità assegnate alle variabili del modello.
  1. si può precisare modello demografico, ma in generale è inutile.
    Non bisogna confondere un modello che riguardo lo studio di un processo con formula o legge. Le formule, o leggi, di Gompertz o Makeham, che mettono in relazione il quoziente istantaneo di mortalità e l’età non sono dei modelli.

Capitolo 8 • Migrazioni

801

Lo studio della mobilità spaziale1, o mobilità territoriale1, o mobilità geografica1 riguarda i fenomeni quantitavi legati agli spostamenti2 nello spazio geografico degli individui di una popolazione. La caratteristica principale della migrazione3, o movimento migratorio3 è di aver per effetto un cambiamento di residenza (310-6) dei migranti da un luogo di origine4, o luogo di provenienza4, ad un certo luogo di destinazione5, o luogo di arrivo5. Questo concetto di migrazioni non può essere applicato agli individui senza una residenza fissa: in particolare ne sono escluse le popolazioni nomadi (304-2) o semi nomadi (304-3). A volte si distingue tra migrazione e migrazione temporanea6 usando criteri basati sulla durata dell’assenza7 dal luogo di origine e sulla durata della presenza8 nel luogo di destinazione. Altri tipi di spostamenti sono particolarmente seguiti per la loro regolarità ciclica o per la loro importanza economica e sociologica. Ad esempio il pendolarismo9 dei lavoratori tra il luogo di residenza e il luogo di lavoro; la periodicità di tali spostamenti è generalmente quotidiana o settimanale, e gli spostamenti stagionali10 o migrazioni stagionali10 di periodicità annuale. Uno spostamento che riguarda un territorio (301-2) solo per il fatto che lo attraversa costituisce un transito11. Infine citiamo gli spostamenti turistici12.
  1. Si specifica mobilità spaziale, per distinguere questo tipo di mobilità dalla mobilità professionale (921-1) o dalla mobilità sociale (920-4).
  2. migrazione, s.f. — migrare, v.i. — migrante, agg. e s. — migratorio, agg.: relativo a migrazioni. Talvolta si precisa migrazione spaziale, o migrazion geografica, per evitare di creare confusione con le migrazioni professionali (921-1*) o con le migrazioni sociali (920-4*). In queste espressioni la parola migrazione indica delle modifiche che non implicano necessariamente un cambiamento di residenza; se possibile è meglio evitare di chiamare questi spostamenti migrazioni.
  3. Per le migrazioni internazionali (803-2), si parla di Paese di arrivo e anche di Paese d’accoglienza.
  4. Transito, s.m. - transitare, v.i. - migrante di transito,: individuo che transita. Il termine transito è da preferire ai termini migrazione di transito o transmigrazione a volta utilizzati.

802

Se non si osservano tutte le migrazioni in modo continuo, si possono confrontare o la residenza ad una data precedente1 ben determinata, o la residenza precedente2 con la residenza attuale3. Nel primo caso, si chiama migrante4 ogni individuo che non ha la stessa residenza all’inizio e alla fine del periodo; al momento della partenza dalla residenza all’inizio del periodo questo migrante era un emigrante5; all’arrivo nella residenza attuale egli è un immigrante6. Nel secondo caso infatti, in cui la migrazione porta sull’ultima migrazione7 o cambiamento di residenza7, indipendentemente dalla data, ogni individuo che ha avuto almeno una residenza precedente diversa dall’attuale è un immigrato8 in quest’ultima e un emigrato9 dalla residenza precedente. Quando si conoscono i luoghi di nascita10, ogni individuo per il quale la residenza attuale è diversa da suo luogo di nascita è un non nativo11 della residenza attuale. Nel caso in cui la ragione della migrazione rivesta un aspetto particolare, si può parlare di emigrante per motivi politici, religiosi o etici12 o di immigrante per motivi politici, religiosi o etici12, secondo i casi.
  1. Un migrante è un individuo nato prima dell’inizio del periodo considerato e vivente alla fine di questo periodo. A volte la definizione viene estesa ai figli nati nel corso del periodo, essi sono collegati alla residenza della madre all’inizio del periodo: in questo caso si parla di migranti indotti. Il numero di migranti registrati non è necessariamente uguale al numero di spostamenti che gli individui hanno fatto nel corso del periodo, alcuni di loro infatti, possono essersi spostati molte volte durante questo intervallo, o essere tornati al loro precedente luogo di residenza al momento del censimento o dell’indagine.
  2. Di solito si distingue il luogo di residenza della madre corrisponde con il luogo di nascita. A volte però questi due luoghi non coincidono perché l’organizzazione sanitaria del Paese o le tradizioni fanno sì che la madre non partorisca nello suo luogo di residenza.
  3. In tedesco, i termini "Emigrant" s.m. ("Emigratin" s.f.) e "Immigrant" s.m ("Immigrantin" s.f) designano le persone per le quali il motivo dell’emigrazione o dell’immigrazione è politico, religioso o etico. In italiano si parla di richiedenti asilo.

803

La popolazione di uno Stato sovrano (305-3) può essere coinvolta nelle migrazioni interne1, in questo caso il luogo di origine (801-4) e il luogo di destinazione (801-5) si trovano entrambi all’interno dello Stato, e nelle migrazioni internazionali2 quando si oltrepassano le frontiere di questo stato. Queste ultime sono anche dette migrazioni esterne3 a questo Stato e si chiamano immigrazione4 o emigrazione5, a seconda che lo Stato considerato sia il luogo di destinazione o il luogo di origine di queste migrazioni. Se lo Stato è diviso in zone, si distingue tra le migrazioni interne ad una zona, che sono spesso definite come mobilità locale6 o mobilità residenziale6, e le migrazioni esterne a questa zona, che si dividono in migrazioni internazionali e migrazioni interne allo Stato. Queste ultime si chiamano immigrazione interna7 verso questa zona o emigrazione interna8 da questa zona, a seconda che essa costituisca il luogo di destinazione o il luogo di origine della migrazione. Quando si distingue tra zona di origine e zona di destinazione, si definisce corrente di migrazioni9, o corrente migratoria9, il numero di migrazioni che hanno luogo dall’una verso l’altra. La corrente più importante in termini numerici tra le due zone è detta corrente dominante10, la più esigua controcorrente11.
  1. Tutte le definizioni di questo paragrafo sono date senza considerare i migranti, emigranti e gli immigranti, gli emigrati e immigrati del § 802, il termine migrazione sostituisce uno di questi termini. La distinzione tra migrazione interna e migrazione internazionale non sempre è chiara, poiché alcune volte i territori non indipendenti di uno Stato hanno tuttavia un’autonomia più o meno completa.
  2. Se si tratta di pendolarismo (801-9) e non di migrazioni, si parla di lavoratori di frontiera o frontalieri.
  3. Immigrazione, s.f. - immigrare, v.i.
  4. Emigrazione, s.f. - emigrare, v.i.
  5. Per essere più precisi, si tratta d’immigrazione interna allo Stato verso questa zona, e di emigrazione interna allo Stato da questa zona.

804

Le migrazioni (801-3) di un individuo durante un periodo possono essere distinte tra loro in base all’ ordine di migrazione1 a partire dall’inizio di questo periodo. L’intervallo di tempo che separa l’arrivo (805-3) in un luogo e la partenza (805-4) verso un altro è la durata della residenza2 o durata del soggiorno2. Si può anche distinguere tra queste migrazioni quelle che costituiscono un ritorno3 nella zona iniziale, o nel luogo di residenza precedente, e le migrazioni secondarie4 che interessano delle nuove zone. Se si distinguono le zone rurali (311-3*) e le zone urbane (311-4*) di dimensioni crescenti, l’emigrazione rurale5 comporta delle migrazioni a tappe6 o migrazioni a ripetizione6 che avvengono quando l’individuo si sposta successivamente verso città di dimensioni più grandi. Si parla di migrazioni a catena7 tra una serie di città di grandezza diversa quando la migrazione netta (805-2) di una città di una certa grandezza è positiva per eccesso d’immigrazione dal settore rurale e dalle città più piccole, sull’emigrazione verso le città più grandi.
  1. Si parla spesso di esodo rurale; esso tuttavia non sempre è soddisfacente perché le migrazioni dalle zone rurali verso le zone urbane non sempre prendono la forma di un esodo (807-3).

805

In contrapposizione al movimento naturale (201-10), si definisce movimento migratorio1 la parte del movimento generale della popolazione (201-9) di una zona relativa alle migrazioni. In termini di ammontare, questo movimento migratorio è misurato dalla migrazione netta2 o saldo migratorio2 di una zona, o dalla differenza tra le entrate3 o arrivi3, e le uscite4 o partenze4. Questa migrazione netta è un’espressione algebrica che nel caso in cui le entrate sono più numerose delle uscite si chiama immigrazione netta5 e nel caso contrario emigrazione netta6. La somma delle entrate e delle uscite ci dà il volume totale delle migrazioni7 di una zona ed è detta migrazione totale8. Allo stesso modo, quando si lavora sulle migrazioni che avvengono tra due zone, si definisce corrente netta9 di migrazione dall’una verso l’altra, come la differenza tra la corrente migratoria (803-9) dalla seconda verso la prima e la corrente opposta. La somma algebrica delle correnti nette tra una zona ed il resto del mondo costituisce quindi la sua migrazione netta. La corrente totale10 o il traffico10 tra queste zone è la somma delle correnti che si formano tra di esse.
  1. Le definizioni di questo paragrafo non tengono conto dei diversi tipi di migranti. Si evita di solito di parlare di "migrante netto"; di preferenza si parla di un numero netto di migranti.
  2. Le entrate e le uscite dei migranti di transito (801-11*) di solito sono escluse dalla migrazione totale. Quando si distingue tra migrazioni interne ad uno Stato e migrazioni internazionali, si definiscono allora la migrazione interna netta o la migrazione internazionale netta di questa nota, e la sua migrazione interna totale o la sua migrazione internazionale totale.

806

Si chiama migrazione spontanea1 la migrazione (801-3) che si effettua per iniziativa degli individui coinvolti. Se si spostano da soli – di solito si tratta di lavoratori (351-1) – si parla di migrazione individuale2. Quando si spostano delle famiglie (115-1) intere, si parla di migrazione famigliare3. Con l’arrivo successivo dei familiari9 una parte di queste migrazioni sono delle migrazioni indotte4 da quella del capo famiglia (115-1*), in particolare quelle dei figli che lo seguono. I movimenti dei lavoratori causati dalle condizioni d’impiego e che riguardano essenzialmente la popolazione attiva (350-1) costituisco le migrazioni per lavoro5. I movimenti causati dal matrimonio (501-2) degli interessati costituiscono le migrazioni per matrimonio6. Quelli provocati dalla fine dell’attività (361-3) costituisco le migrazioni da ritiro7. Si parla di catene migratorie8 quando la volontà di emigrare si rivolge ad un determinato luogo in cui amici e parenti agiscono come pionieri, se ad esempio hanno un appartamento e/o sono in grado di fornire informazioni o particolare sostegno.

807

Si chiama migrazione collettiva1 una migrazione più o meno organizzata che si effettua per gruppi d’individui o di famiglie (115-1). Una migrazione di massa2 è una migrazione che riguarda un gran numero di uomini. Un esodo3 è un’emigrazione (803-5) di massa e improvvisa, effettuata a causa del sopravvenire di una calamità, senza intervento dei poteri pubblici.
  1. Si chiama invasione (invadere, v.t.) un’immigrazione (803-4) di massa e improvvisa, effettuata senza l’accordo degli abitanti del territorio invaso, e infiltrazione un’immigrazione prolungata, effettuata da elementi di importanza numerica sufficientemente esigua affinché essa sia per un lungo periodo poco visibile per gli abitanti del territorio verso cui essa si verifica.

808

Si parla di rimpatri1 quando si tratta di ritorni (804-3) verso un luogo di origine organizzati dai poteri pubblici. Si definisce migrazione forzata2 una migrazione (801-3) alla quale gli individui interessati sono stati costretti dai poteri pubblici. La migrazione forzata può scaturire da misure di espulsione3 prese nei confronti di alcune categorie di individui; quest’ultimi sono dunque costretti a lasciare il territorio dove risiedevano, senza vedersi assegnato nessun luogo di destinazione (801-5). La stessa cosa succede in caso di evacuazione4, operazione destinata a svuotare un territorio dai suoi abitanti, generalmente in seguito o dietro minaccia di qualche calamità. Gli individui che, anche se costretti a migrare (801-3*), hanno conservato una certa libertà nella scelta del loro luogo di destinazione, sono detti rifugiati5. I profughi6 o displaced persons6 sono, al contrario, migranti ai quali i poteri pubblici hanno assegnato un certo luogo di destinazione. Spesso si tratta di persone coinvolte in un trasferimento di popolazione7, cioè in una migrazione collettiva (807-1) forzata, organizzata dai poteri pubblici. Da tali trasferimenti risultano a volte degli scambi di popolazioni8 tra Stati, organizzati in seguito alla modifica delle frontiere o per eliminare i problemi relativi alle minoranze (333-4).
  1. Rimpatrio, s.m. - rimpatriare, v.t.
  2. Espulsione, s.f. - espellere, v.t. - esplulso, pp. ff. s.m.
  3. Se lo spostamento forzato, individuale o collettivo, è a carattere repressivo, si parla di: deportazione, s.f. - deportare, v.t. - deportato, pp. ff. s.m.

809

L’adattamento degli immigrati (802-8) al loro nuovo ambiente avviene di solito gradualmente. Alla fase iniziale d’ambientamento1, o adattamento1, durante la quale scompaiono i loro pregiudizi verso gli usi ed i costumi del paese d’accoglienza (801-5*), succede di solito una fase di inserimento2, che si traduce con l’adozione di buona parte di questi usi e costumi. La scomparsa delle differenze tra gli immigrati e la popolazione autoctona (332-2) è testimone della loro integrazione3. La naturalizzazione (331-1) facilita o consacra quest’integrazione.
  1. ambientamento, s.m. — ambientarsi, v.r. adattamento, s.m. — adattarsi, v.r.

810

Quando un gruppo di immigrati (802-8) originari di uno stesso luogo, giunti nel luogo di destinazione (801-5*), vi si mantengono uniti, conservando l’essenziale dei loro usi e costumi, si dice che essi costituiscono una colonia1. Il sorgere di colonie siffatte in territori già abitati dà origine a problemi di coesistenza2 fra i vecchi ed i nuovi abitanti. Questi possono risolversi in una fusione3 delle diverse popolazioni, per la scomparsa di ogni sensibile differenza tra le medesime, o nell’integrazione4 di una popolazione nell’altra. Vi è invece segregazione5, o isolamento5, allorchè più popolazioni, che vivono l’una accanto all’altra sul medesimo territorio, rimangono separate da barriere sociali o legali.
  1. colonia, s.f. — colonizzare, v.t.: formare una colonia — colonizzazione,
    s.f.: il colonizzare — colono, s.m.: membro di una colonia.
    Per colonizzazione interna s’intende la formazione di colonie, entro i confini di uno Stato, da parte di gruppi di cittadini del medesimo che si spostano.
  2. coesistenza, s.f. — coesistere, v.i.
  3. Nei casi estremi, il conflitto fra popolazioni diverse può portare allo sterminio (genocidio) di una popolazione da parte di un’altra. sterminio, s.m. — sterminare, v.t.

811

La politica migratoria1 degli Stati costituisce un aspetto della loro politica demografica (105-2). Le leggi sull’immigrazione2 sono spesso di natura restrittiva, e volentieri mirano ad attuare, in varie forme, un’immigrazione selezionata3, la quale preveda, cioè, una accettazione limitata a solo quei candidati che siano dotati di alcune, o privi di altre, caratteristiche determinate. In alcuni Paesi viene adottato il contingentamento per quote4, col quale si fissa la frazione di immigranti, sul totale prefissato per un dato periodo, che possono appartenere ad una specifica categoria. In particolare, il sistema viene seguito per proporzionare i nuovi flussi di immigranti delle varie provenienze alla composizione degli abitanti del luogo di destinazione (801-5*), ad una certa data, secondo la loro nazionalità d’origine5. I provvedimenti intesi ad ottenere una ridistribuzione della popolazione6 di un dato Paese, mediante le migrazioni interne (803-1 ), costituiscono pure un mezzo per attuare politiche demografiche particolari.
  1. selezionato, agg. — selezione, s.f. — selezionare, v.t.
    La selezione degli immigranti attua una vera e propria scelta discriminatoria fra i candidati all’immigrazione.

812

Si chiamano statistiche migratorie1, o statistiche delle migrazioni1, le statistiche che si effettuano per misurare i movimenti migratori2 relativi alla popolazione di un certo territorio. Le statistiche migratorie più esaurienti si ottengono a partire dalle anagrafi (213-1), nei casi in cui si registrano correttamente le dichiarazioni di cambio di residenza (213-5). In tal modo si possono individuare allo stesso tempo le migrazioni interne (803-1) al Paese e le migrazioni internazionali (803-2); tuttavia la rilevazione delle prime avviene in maniera più precisa di quella delle seconde. Nei numerosi Paesi privi di anagrafe, un certo numero di schede (213-3*), spesso non esaurienti, servono a dei fini più specifici. Citiamo le schede elettorali3, le schede della previdenza sociale4, le schede dei contribuenti5, le schede degli alloggi6 che possono, nel caso, fornire le statistiche migratorie interne al Paese. Per le migrazioni internazionali, lo spoglio delle liste dei passeggeri7 delle navi e degli aerei dà informazioni sugli spostamenti (801-2) che si fanno per via marittima o aerea. L’osservazione degli spostamenti che si effettuano per via terrestre è molto più delicata, soprattutto nelle regioni in cui esistono molti frontalieri (803-2*). In tutti i modi, è opportuno prendere speciali precauzioni per distinguere le migrazioni (801-3) dagli spostamenti di semplici viaggiatori8, e per classificare i transiti (801-11) a parte, per poter escluderli dalla migrazione. Se necessario il numero di visti d’ingresso9, di permessi di soggiorno10 o di autorizzazioni di lavoro11 rilasciati agli stranieri (330-2) forniscono indicazioni sulle loro migrazioni.
  1. I visti di uscita che i cittadini di alcuni Stati devono ottenere per poter recarsi all’estero possono essere una fonte d’informazione sulle migrazioni di questi cittadini.

813

La conoscenza, attraverso censimenti (202-1*) o indagini (203-4), dei migranti (802-4) e delle loro caratteristiche permette di realizzare delle statistiche sui migranti1, delle statistiche sugli immigrati2 o delle statistiche sugli emigrati2, e delle statistiche sul luogo di nascita3, a seconda delle domande che sono state poste. Attraverso queste domande si viene a conoscenza del numero di emigranti (802-5) e emigrati (802-9) relativi al paese in cui le informazioni sono state raccolte; non si conosce quindi il numero di emigranti e di emigrati internazionali (cf. § 803); il numero di immigranti (802-6) e di immigrati (802-8) è noto indipendemente dal loro Paese di origine.
  1. Può capitare che si chieda soltanto la data di arrivo nella residenza attuale (802-3) o soltanto la residenza precedente (802-2); la prima fornisce statistiche sulla durata di presenza (801-8) nella residenza attuale, la seconda fornisce statistiche sulla residenza precedente.

814

Quando non si può stimare la migrazione in maniera diretta si procede al calcolo della migrazione netta (805-2). Essa si ottiene come residuo1: il cambiamento della popolazione fra due date è confrontato con quello dovuto all’incremento naturale (701-7); la differenza è data dalla migrazione. Ad esempio, il metodo del movimento naturale2, consiste nel calcolare la differenza tra l’incremento totale della popolazione (cfr. 701-1) tra due censimenti (202-1*) e l’incremento naturale (701-7), nel periodo intercensuario. Se non si conosce il numero di decessi (401-3) della zona considerata, essi si possono stimare grazie ai coefficienti di sopravvivenza (431-7*) desunti dalle tavole di mortalità (432-1) o dai censimenti. Il metodo dei coefficienti di sopravvivenza3 consente quindi, comparando la popolazione stimata con la popolazione effettiva, di stimare la migrazione netta della zona. La migrazione netta può essere anche stimata servendosi delle statistiche sul luogo di nascita4 (813-3) e ad informazioni sull’età e sull’attuale domicilio.
  1. Questo calcolo presuppone che le differenze tra le omissioni (230-3) e i conteggi ripetuti (230-5) calcolate per i due censimenti siano uguali.

815

La denominazione generica tasso migratorio1 include tutti i tassi volti a misurare la frequenza delle migrazioni (801-3) in una popolazione. In assenza di indicazioni contrarie, con l’espressione tasso migratorio deve interdersi il tasso migratorio annuo2. Questo tasso si ottiene dal rapporto tra le migrazioni annue registrate in media durante un certo periodo, e la popolazione media (401-5) nel corso del periodo. Allo stesso modo si calcola il tasso annuo di migrazione netta3 e il tasso annuo di migrazione totale4: esso è il rapporto tra le migrazioni nette (805-2) o le migrazioni totali (805-8) e la popolazione media. L’indice di compensazione5, compreso tra zero e uno, è il rapporto tra il valore assoluto della migrazione netta di una zona e la relativa migrazione totale: se è pari ad uno, la migrazione della zona è a senso unico, se è pari a zero, le entrate compensano esattamente le uscite.
  1. Questo tasso può essere calcolato utilizzando in alternativa al denominatore: la popolazione (101-7) all’inizio o alla fine del periodo, il numero medio di anni vissuti dalla popolazione della zona.

816

Se si lavora sul numero dei migranti (802-4) durante un periodo, si calcola la proporzione di migranti1, che è data dal rapporto tra questo numero e le popolazioni di cui essi fanno parte, come emigranti (802-5) o come immigranti (802-6). La proporzione di emigranti2 di una zona si ottiene dividendo il numero di emigranti che ne provengono per la popolazione che vi risiedeva all’inizio del periodo e che sopravvive alla fine del periodo. Quest’indice può essere usato nelle previsioni demografiche (720-2) con migrazioni (801-3). In maniera speculare, la proporzione d’immigranti3 si calcola dividendo il numero di immigranti verso una zona per la popolazione di quest’ultima alla fine del periodo. In questo caso, il denominatore non corrisponde alla popolazione sottoposta al rischio di migrazione, e ciò rende poco interessante quest’indice. Allo stesso modo, utilizzando i dati sugli immigrati (802-8) e sulla loro provenienza, si può calcolare la proporzione d’immigrati4 in una zona, dividendo il loro numero per quello dei censiti (204-1) di questa zona. La proporzione di emigrati5 di una zona si ottiene dividendo il loro numero per quello dei censiti che provengono da questa zona o che non l’hanno mai lasciata. Quando si conoscono alcune caratteristiche dei migranti, come l’età (322-1), la professione (352-2), il grado d’istruzione (342-1), si distinguono i migranti che hanno una certa caratteristica dall’insieme dei migranti grazie ad indici differenziali6. Per definirli, si divide in primo luogo la proporzione di migranti nella popolazione che hanno la caratteristica analizzata per la proporzione di migranti nell’insieme della popolazione; in seguito si sottrae all’unità l’indice così ottenuto. Se la popolazione studiata ha lo stesso comportamento migratorio dell’insieme, il suo indice differenziale è pari a zero. Se si lavora sulla popolazione del luogo di origine (801-4) e gli emigranti di questo luogo o sulla popolazione del luogo di destinazione (801-5) e gli immigranti verso questo luogo, si parla di migrazione selettiva7 o di migrazione differenziale8 .
  1. La popolazione sottoposta al rischio d’immigrazione (803-4) verso la zona è la popolazione del resto del mondo, o del resto del paese per le migrazioni interne (803-1): l’utilizzo di un tale denominatore è senza interesse.
  2. e 5. Questi indici hanno il difetto di non considerare un periodo definito, a differenza degli indici 2 e 3. Si elimina questo inconveniente conservando soltanto gli immigrati arrivati da poco (per esempio un anno) nel luogo del censimento.
  3. Si calcolano anche degli indici differenziali rispetto ai sedentari (817-3); essi sono poco soddisfacenti, poiché molto sensibili alla ripartizione geografica usata per definire i migranti.

817

Se si seguono le migrazione successive di un individuo servendosi dei registri di popolazione (213-1) o d’indagini retrospettive (203-8), si può realizzare un’analisi longitudinale delle migrazioni1. Si calcolano in primo luogo i quozienti di prima migrazione2, definiti come la parte dei sedentari3 che raggiungono l’età x, destinati a fare una prima migrazione prima di aver raggiunto l’età x+1, non considerando la mortalità (401-1). A partire da questi quozienti, si può calcolare la proporzione di persone sedentarie ad ogni età, che costituisce una tavola di sedentarietà4. Associando una tavola di sopravvivenza (432-3) con una tavola di sedentarietà, si ottiene una tavola di sopravvivenza dei sedentari5, a doppia estinzione (cfr. 153-4). Allo stesso modo, si definiscono i quozienti di migrazione per ordine6 e si calcolano le proporzioni di persone che hanno fatto una migrazione di un certo ordine, che non hanno migrato di nuovo durante quel periodo. Infine si definiscono i tassi migratori di tutti gli ordini7 come il rapporto tra il numero annuo di migrazioni e la popolazione media (135-6) della coorte (116-2) nel corso dell’anno. La somma dei tassi migratori di tutti gli ordini fino ad una certa data fornisce il numero medio di migrazioni8 fatte dalla coorte fino a questa data, in assenza di mortalità. Associando una tavola di sopravvivenza alla tavola di migrazione di tutti gli ordini9, si calcola il numero medio di migrazioni rimanenti al di là di una certa età, tenuto conto della mortalità.

818

Una misura usata di frequente nello studio dei migranti (802-4) tra due zone durante un certo periodo, è l’indice d’intensità migratoria1; esso si ottiene dividendo il numero di migranti dalla zona A verso la zona B, per il prodotto del numero di abitanti di B alla fine del periodo e il numero di abitanti di A all’inizio del periodo che sono ancora in vita alla fine del periodo. Dividendo quest’indice per il rapporto tra il numero totale di migranti e il quadrato della popolazione del Paese, si ottiene l’indice d’intensità relativa2 o indice di preferenza2. Se al denominatore si considera soltanto la corrente netta (805-9), si ottiene un indice d’intensità netta3. L’indice di equilibrio delle correnti migratorie4 si ottiene dividendo il valore assoluto della corrente netta per la corrente totale (805-10).
  1. Questo indice può essere interpretato come la probabilità che due individui viventi alla fine del periodo e selezionati casualmente, uno residente nella zona A all’inizio del periodo e l’altro tra coloro residenti in B alla fine del periodo, siano identici. A seconda dei dati disponibili il denominatore può cambiare.

819

Esistono due categorie di modelli di migrazioni1 o modelli migratori1. La prima mette in relazione le correnti (cfr. § 803) tra due zone con variabili sociali, economiche o demografiche. Queste sono spesso classificate come fattori di spinta2, o push factors2 quando implicano la repulsione2 dalla zona di origine (cfr. 801-4; fattori di attrazione3, o pull factors3, risultanti dall’attrazione3 verso la zona di destinazione (cfr. 801-5), e ostacoli intermedi4 fra le due zone. I modelli più semplici sono i modelli gravitazionali5: in questi modelli le correnti tra le due zone sono proporzionali alle popolazioni di ciascuna di loro e inversamente proporzionali alla distanza6 tra loro, elevata ad un certa potenza. In altri modelli le correnti tra due zone sono considerate come proporzionali alle opportunità intermedie7 tra l’origine e la destinazione. La seconda categoria di modelli è quella dei modelli stocastici (730-5) essa non si occupa delle popolazioni ma degli individui. Tali modelli associano la probabilità di migrare di un individuo ad un certo numero di caratteristiche personali, come l’età (322-1) e le migrazioni precedenti (cfr. § 817).
  1. Questi modelli si chiamano anche modelli di tipo Pareto.
  2. Questa distanza può essere misurata in maniera molto diversa: distanza a volo di uccello, numero di zone attraversate, ecc.

Capitolo 9 • Demografia e problemi economico-sociali

901

La demografia economica e sociale (cf. 104-1 e 104-2) studia, da un lato, le conseguenze economiche e sociali dei fenomeni demografici e, d’altro lato, gli effetti demografici dei fattori economici e sociali. Le relazioni esistenti tra la popolazione e le risorse1 di cui essa dispone, anziché tra la popolazione e la produzione2 di beni e servizi, costituiscono importanti argomenti di studio della demografia economica. Recentemente, l’attenzione si è spostata ai rapporti tra la crescita della popolazione 701-1, e le sue componenti, e lo sviluppo economico 903-1, in particolare riguardo al consumo3, al risparmio4 e agli investimenti5, e si osserva in particolare nel mercato del lavoro6.

902

I termini sovrappopolamento1, o sovrappopolazione1, da una parte, e sottopopolamento2, o sottopopolazione2, d’altra parte, (cf. 811-6*), esprimono rispettivamente le nozioni quantitative di eccesso e di scarsità di popolazione in un dato territorio (301-2). Queste nozioni non hanno senso che per un certo livello di sviluppo3 (cf. 903-1); esse possono essere utilizzate con riferimento a un ottimo di popolazione4, o popolazione ottimale4; con questa espressione si intende la numerosità di popolazione che sarebbe maggiormente vantaggiosa per gli abitanti del territorio considerato, ottimo che dipende dalla natura dei benefici previsti. È così che si può definire un ottimo economico5 come il numero ideale di abitanti di un determinato territorio, che procurerebbe a quest’ultimo il massimo livello di benessere materiale. Tale benessere è generalmente assimilato al livello di vita6, il quale è generalmente caratterizzato dal reddito reale medio pro-capite7.
  1. Sovrappopolazione, s.f. o sovrappopolamento, s.m. - sovrappopolato, agg.
  2. Sottopopolazione, s.f o sottopopolamento, s.m. - sottopopolato, agg.
  3. Ottimo, agg. - ottimo, agg.
  4. Parallelamente all’ottimo economico, si può definire l’ottimo di potenza, corrispondente alla popolazione che assicurerebbe la potenza militare massima allo Stato considerato, e degli ottimi sociali, che permetterebbero di dispensare agli abitanti i maggiori benefici sociali di un certo tipo.

903

La presa in considerazione della nozione di sviluppo economico1, o più precisamente di ritmo di sviluppo economico1 (cf. 902-3), conduce a far corrispondere ad ogni tipo di ottimo statico (cf. 902-5*) un tipo di accrescimento ottimale2, o ritmo ottimale di accrescimento2, della popolazione, definito come la velocità di accrescimento (cf. 702-1) che sarebbe maggiormente vantaggiosa, a partire da una data situazione di fatto. Queste nozioni presentano un interesse particolare per i Paesi in via di sviluppo3, o a Paesi a sviluppo insufficiente3, o Paesi sotto-sviluppati3, il cui grado di sviluppo (902-3) è debole.

904

Si intende generalmente per massimo di popolazione1 di un determinato territorio (301-2) la popolazione (101-7) maggiormente numerosa che sarebbe teoricamente possibile far vivere su detto territorio, tenuto conto delle risorse (901-1) offerte dallo stesso, da una parte, e, d’altra parte, del tenore di vita (902-6) minimo ammissibile per il o i popoli (333-3) considerati. La nozione di minimo di popolazione2, invece, esclude ogni riferimento ad un territorio e ad un popolo determinati, se non per specificare le condizioni dell’ambiente fisico (climatico, in particolare) e sociale (usi matrimoniali, per es.) che influenzano il processo biologico di riproduzione (710-1) della specie. La si definisce in effetti come il più piccolo gruppo di esseri umani che sia compatibile con la sopravvivenza del gruppo3, in altre parole che non rischia di sparire in seguito a modifiche aleatorie di struttura (101-2) che compromettono l’equilibrio delle popolazioni numericamente troppo esigue.
  1. Massimo, adj. - massimo, s.m. ff. adj.
    L’espressione spazio vitale è stata utilizzata in dottrina, per designare la superficie territoriale indispensabile alla vita di una popolazione di numerosità data.
  2. Minimo, adj. - minimo, s.m. ff. adj.

905

La locuzione pressione demografica1 evoca l’idea di un rapporto tra la numerosità (101-7) della popolazione e le risorse (901-1) di cui essa dispone: dire che tale pressione è forte o debole su di un determinato territorio (301-2), equivale ad esprimere l’opinione che la popolazione (101-7) di questo territorio è vicina o lontana rispetto al massimo compatibile con le risorse che sono effettivamente a sua disposizione. Secondo la teoria malthusiana della popolazione2, chiamata così dal nome di Malthus, suo autore, la popolazione farebbe di continuo pressione sui mezzi di sussistenza3, in altre parole tenderebbe costantemente a crescere fino al massimo compatibile con le risorse alimentari di cui dispone. Qualunque modifica del volume globale di tali risorse provocherebbe pertanto uno spostamento dall’equilibrio demografico4 particolare così definito, il quale corrisponde a un tenore di vita (902-6) vicino al minimo fisiologico5. Tutto ciò si produrrebbe attraverso un meccanismo di ostacoli alla crescita della popolazione (cf. § 701). L’equilibrio demografico è mantenuto se è possibile evitare ogni eccesso di popolazione10. Malthus classificava questi ostacoli in due categorie: da una parte, gli ostacoli repressivi6, che agiscono nel senso della distruzione – aumentando la mortalità (401-1) – , e spesso chiamati ai nostri giorni ostacoli malthusiani6, costituiti essenzialmente dalle carestie, dalle epidemie e dalle guerre; d’altra parte, gli ostacoli preventivi7, suscettibili di frenare la crescita naturale della popolazione diminuendo la natalità (601-1). D’altronde, il solo ostacolo preventivo che Malthus considerava come ammissibile, era costituito dal freno morale8 che gli individui si auto imporrebbero, associando il prolungamento del celibato9 alla continenza (627-4).
  1. Notare che l’espressione livello delle sussistenze si riferisce, in francese, ad un livello di popolazione, comparabile alla nozione di massimo di popolazione (904-1), mentre l’espressione inglese "subsistence level" si riferisce ad un tenore di vita.

906

Si designa con il nome di malthusianesimo1, nell’accezione originale del termine, una dottrina sociale fondata sulla teoria demografica di Malthus (cf. 905-2), e che preconizza la sostituzione di ostacoli preventivi (905-7) agli ostacoli repressivi (905-6), per frenare la crescita delle popolazioni (cf. § 701). Per estensione, il termine malthusianesimo è diventato anche, attualmente, sinonimo di neomalthusianesimo2, termine creato per sottolineare la deviazione rispetto alla concezione di Malthus, e con il quale si designa una dottrina che preconizza l’utilizzo della contraccezione (627-1), se non addirittura dell’aborto (nel senso di 604-2) e in certi casi della sterilizzazione (631-1), sia per frenare la crescita della popolazione, sia per finalità completamente diverse (edonistiche, per es.).
  1. Malthusianesimo, s.m. - malthusiano, adj. : relativo o conforme al malthusianesimo; ff. s.m. : adepto del malthusianesimo.
    In senso largo, i termini malthusianesimo e maltusiano sono correntemente utilizzati, in particolare dagli economisti, come sinonimi di restrizionismo e restrizionista.
  2. Neomalthusianesimo, s.m. - néomalthusieneomalthusiano, adj. : relativo o conforme al meomalthusianesimo; ff. s.m. : adepto del neomalthusianesimo.

907

Si è attribuito il nome di transizione demografica1, o rivoluzione demografica1, ad un processo evolutivo, osservato in un gran numero di popolazioni a partire dal XVIII secolo, processo caratterizzato da una diminuzione importante della mortalità (401-1) e della natalità (601-1). La transizione demografica fa passare le popolazioni dal regime demografico antico2, caratterizzato da una natalità e da una mortalità elevate, al regime demografico moderno3, a natalità e mortalità contenute. Alcuni autori hanno associato questo processo all’industrializzazione dei Paesi considerati, e sottolineato l’intervallo temporale che separa generalmente la diminuzione della mortalità da quella della natalità; la prima precedendo generalmente la seconda, ne risulta una fase detta di crescita transitoria4 (cf. § 701), durante la quale la popolazione cresce molto più rapidamente rispetto ai periodi rispettivamente precedente e successivo. L’attenzione degli economisti si è rivolta ai cambiamenti di produttività5, o di produzione (901-2) per individuo, legati a tale processo evolutivo.

910

L’eugenetica1 è una teoria che ha studiato il ruolo dell’ereditarietà2, cioè della proprietà che hanno gli individui di trasmettere ai figli una parte dei propri caratteri ereditari3, colore degli occhi per esempio. I caratteri acquisiti4, ad esempio attraverso l’esercizio di una determinata attività, non si trasmettono da una generazione (cf. 116-3) alla successiva. Si chiama carattere letale5 un carattere che comporti la morte prematura del prodotto del concepimento (602-6), che non arriva generalmente a termine.
  1. Eugenetica, s.f. - eugenica, s.f. : sinonimo di eugenetica - eugenetica, agg. eugenista, s.m. : specialista dell’eugenetica.
  2. ereditarietà, s.f. - ereditario, agg.
  3. Letale, agg.

911

La trasmissione dei caratteri ereditari (910-3) avviene attraverso l’intermediazione dei geni1 che i figli ereditano dai loro genitori. La scienza della trasmissione dei geni e dei caratteri dei quali essi sono i veicoli è denominata genetica2. I geni sono contenuti nei cromosomi3, lunghi filamenti di ADN (acido desossiribonucleico), situati nel nucleo delle cellule. La posizione di un gene sul cromosoma è detta suo locus4; i geni che occupano uno stesso locus agiscono su uno stesso carattere; questa azione può presentare delle varianti, in numero piccolo o grande; ad ognuna di queste varianti corrisponde un allele5 o una classe di allelismo5 del gene occupante il locus considerato. La nuova cellula formata dall’unione di due gameti6, o cellule sessuali, nel momento del concepimento, è chiamata zigote7.
  1. L’insieme dei geni di cui un individuo è portatore costituisce ciò che viene chiamato il suo patrimonio genetico.
  2. Genetica, s.f. - genetico, agg. - genetista, s.m. : specialista della genetica.

912

L’insieme di due geni (911-1) di un individuo in uno stesso locus è chiamato genotipo1 ; il genotipo è qualificato come omozigota2 se i due geni appartengono alla stessa classe di allelismo (911-5); esso è detto eterozigota3 nel caso contrario. Il fenotipo4 è la manifestazione esterna di un carattere, risultante dall’interazione del genotipo e dell’ambiente. Se un individuo eterozigota (AA’) non si distingue dall’omozigota (AA), l’allele (911-5) A è detto dominante5 sull’allele A’, e A’ è qualificato come recessivo6 rispetto ad A . I geni sono suscettibili di modificazioni brusche e apparentemente aleatorie, chiamate mutazioni7. La panmissia8, cioè la conclusione delle unioni indipendentemente dall’appartenenza a dei gruppi, realizza la disseminazione uniforme dei geni in seno alle popolazioni.
  1. Dominante, ppr. ff. agg. - dominanza, s.f.
  2. Recessivo, agg. - recessività, s.f.
  3. Mutazione, s.f. - mutare, v.i. - mutante, ppr. ff. agg. : che ha mutato, predisposto a mutare.
  4. Panmissia, s.f. - panmittico, agg.

913

Si distingue l’eugenetica positiva1 (cf. 910-1) che si propone di aumentare il numero di individui con caratteri considerati vantaggiosi per la specie, e l’eugenetica negativa2 volta a limitare la riproduzione degli individui suscettibili di trasmettere dei caratteri indesiderati o delle malattie ereditarie3. Certe legislazioni prevedono la sterilizzazione eugenetica4 (cf. 631-1), obbligatoria o facoltativa, dei portatori di queste malattie. Il certificato prenunziale5 è a volte utilizzato per informare i candidati al matrimonio (501-4) sulla qualità probabile della discendenza dell’unione (501-3) prevista, al fine di scoraggiare le unioni disgeniche6, cioè le unioni suscettibili di dare alla luce dei portatori di malattie ereditarie.
  1. L’individuo colpito da malattia ereditaria che ha attirato l’attenzione sulla famiglia alla quale appartiene è chiamato proponente.

914

La probabilità di un individuo che ha raggiunto l’età della riproduzione di avere un certo numero di figli che raggiungano questa stessa età può dipendere dal suo genotipo (912-1). Tale riproduzione differenziale è chiamata selezione1; il valore selettivo2 di un genotipo è così proporzionale a questo numero di figli; il valore selettivo medio3 di una popolazione è pari alla media dei valori selettivi dei genotipi e dei suoi membri. Quando i genotipi presentano dei valori selettivi diversi, la presenza di genotipi di minor valore è qualificata come fardello genetico4. In una popolazione di esigua numerosità (101-7), la frequenza di ogni gene (911-1) nella popolazione può variare in modo puramente aleatorio; questa variazione è chiamata deriva genetica5. Si definisce rispettivamente struttura genetica6 e struttura genotipica7 di una popolazione, per un locus (911-4), l’insieme delle frequenze dei diversi alleli (911-5) e l’insieme delle frequenze dei diversi genotipi, in detto locus.

915

Considerato un individuo consanguineo, in altre parole un individuo i cui genitori hanno uno o più antenati comuni conosciuti, due geni (911-1) di uno stesso locus (911-4) sono detti geni identici1 per discendenza, se essi sono la copia di un stesso gene antenato. La probabilità che il genotipo (912-1) di un individuo preso a caso nella popolazione sia formato da due geni identici è chiamata coefficiente medio di consanguinità2, o coefficiente a di Bernstein2, della popolazione. Il coefficiente medio di parentela3 di una popolazione è la probabilità che siano identici due geni situati in uno stesso locus e appartenenti a due individui distinti presi a caso nella popolazione.

920

Negli studi che considerano le relazioni intercorrenti fra fenomeni demografici e fenomeni sociali si trova spesso divisa la popolazione in gruppi sociali1, o categorie sociali1, o in gruppi socio-economici1, o categorie socio-economiche1, definiti a mezzo di ’’indici’’ (136-1) vari, come il reddito, il grado di istruzione, la professione, ecc., o di combinazioni dei medesimi (cfr. 353). La nozione sociologica di classe sociale2 può ricevere una varietà di definizioni: spesso viene collegata col particolare sistema produttivo e coi rapporti sociali che ne derivano. La suddivisione della società in classi viene designata come stratificazione sociale3. Sotto il nome di mobilità sociale4, o circolazione sociale4, si studiano la natura e la frequenza di passaggi concernenti individui che mutano di ’’categoria sociale’’ rispetto ad una propria di loro stessi o di loro genitori o progenitori. Talvolta si cerca anche, disposte tali categorie in un certo ordine gerarchico, di mettere in luce fenomeni di ascesa sociale5, o progresso sociale5, oppure di discesa sociale6, o regresso sociale6. È stato dato il nome di capillarità sociale7 in particolare al fenomeno ’’dell’ascesa sociale’’ dei figli rispetto alla ’’classe sociale’’ di appartenenza dei genitori.
  1. Individui appartenenti ad uno stesso gruppo sociale sono talvolta qualificati come omosociali.
  2. Le ’’classi’’ si distinguono dalle caste, che sono gruppi sociali chiusi, a pre-valente caratterizzazione religiosa e gerarchicamente graduati, costituenti veri e propri ’’isolati’’ (506-2).
  3. Quando gli spostamenti da gruppo a gruppo sono poco frequenti, si parla di viscosità sociale.
    Un’espressione molto usata è quella di ricambio sociale, o metabolismo sociale, con la quale s’intende l’assorbimento da parte delle classi elevate di elementi delle classi basse, dipendenti dalla minore natalità (o, in circostanze speciali, dalla maggiore mortalità) delle prime, oltre che da una crescente importanza assunta dalle loro funzioni in seno alla società.

921

Il termine mobilità del lavoro1 indica i cambiamenti che possono prodursi nella vita professionale di un individuo: cambiamento di luogo di lavoro4, o di datore di lavoro (353-2), cambiamento di professione2 o mobilità professionale3, cambiamento di settore di attività economica5. (cf. 357-1).

922

La gerontologia1 è lo studio scientifico dei problemi in genere delle ’’persone anziane’’ (324-4*), e la geriatria2 la disciplina dedicata allo studio delle malattie che si svolgono nell’età ’’avanzata’’ (324-4*).
  1. gerontologia, s.f. — gerontologico, agg. — gerontologo, s.m.: specialista di gerontologia.
  2. geriatria, s.f. — geriatrico, agg. — geriatra, s.: specialista di geriatria.

930

La ’’politica demografica’’ (104-2) è l’insieme di provvedimenti — e dei principi su cui si fondano — presi dai pubblici poteri al fine di influenzare lo ’’sviluppo della popolazione’’ (201-4). Naturalmente, questo può anche essere condizionato da provvedimenti che non si propongono esplicitamente come obbiettivo un orientamento della ’’dinamica demografica’’ (201-4), ma che in sostanza appaiono atti di politica della popolazione. Si potrebbe designare come espansionistica1 una politica demografica che miri a favorire l’’’aumento della popolazione’’ (701-1*), o quanto meno a contenere una minaccia attuale o potenziale di declino demografico2, o spopolamento2, e come restrizionistica3 una politica opposta. Una politica della popolazione che miri a favorire od a ridurre la ’’natalità’’ (601-1) può essere qualificata, rispettivamente, come una politica natalista4 o come una politica antinatalista5. La politica di popolazione può anche prendere la forma di politica di redistribuzione della popolazione6 indirizzata alla redistribuzione spaziale della popolazione. Quest’ultima può essere utilizzata nell’ambito della politica migratoria7(811-1). La politica sanitaria8 è una componente della politica demografica, nella misura in cui è volta a ridurre la morbosità (420-1) e dunque la mortalità (401-1).
  1. spopolamento, s.m. — spopolarsi, v.r.
    L’opposto delle ’’spopolamento’’ è il ripopolamento (s.m. — ripopolare, v.t. e ripopolarsi, v.r.).
    Si usa il termine denatalità (s.f.) per designare il declino delle nascite.

931

Fra i provvedimenti a favore delle famiglie prolifiche possiamo menzionare soprattutto i sussidi1, consistenti in una somma versata periodicamente all’avente diritto, ed i premi2, assegnati una volta tanto. Gli assegni familiari3 sono contributi dati al ’’capofamiglia’’ (111-2) in ragione del numero di ’’persone a carico’’ (cfr. 358-1). In qualche Paese vengono attuati certi sgravi fiscali4 a favore di contribuenti con familiari a carico. Altre provvidenze contemplate in legislazioni che mirano ad incoraggiare le nascite sono ancora le seguenti: i premi alla nascita5, accordati in occasione della nascita di un figlio, i sussidi prenatali6, dati alle donne durante la gravidanza, i prestiti matrimoniali7, che consistono in prestiti fatti all’epoca delle nozze per facilitare la formazione della nuova famiglia, ed il cui rimborso può eventualmente venire alleggerito da riduzioni concesse in dipendenza del numero di figli che vengono alla luce.
  1. Va menzionata anche l’applicazione, in qualche caso, di aggravi fiscali a carico dei ’’celibi’’ (515-3).

932

Molti altri provvedimenti dell’autorità pubblica esercitano un’influenza sui fenomeni demografici: così è, ad esempio, di certi interventi di politica edilizia, e di provvedimenti in materia di sanità pubblica1 (cfr. 420-5*). Fra questi ultimi, meritano particolare menzione: i dispensari prenatali2, o cliniche prenatali2, le Opere per la maternità3 e le Opere per l’infanzia4, che assicurano, rispettivamente, alle donne incinte, alle nuove madri, ed alla loro figliolanza, servizi, benefìci e prestazioni di vario genere.

933

I programmi di popolazione1, nati per ridurre la fecondità nei Paesi in via di sviluppo, comprendono la formazione al family-planning2 ed i servizi di family-planning3, da soli oppure associati ai programmi sanitari4 ed ai programmi di welfare5, in particolare ai programmi di salute materna ed infantile6 concepiti per ridurre la mortalità. Alcuni Paesi hanno tentanto di ricorrere ad incentivi7 ed a disincentivi8 di vario genere per stimolare la motivazione all’uso della limitazione delle nascite. Spesso ci si imbatte in una certa pressione sociale 9 o in sanzioni legali10 contro comportamenti di fecondità non approvati. Il termine educazione demografica11 può indicare indicare l’azione di informazione della popolazione sulle questioni demografiche, ed in particolare sulle conseguenze sociali dei singoli comportamenti riproduttivi.

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